Parliamone del Pdl. Ma senza omertà

Nel palazzo va molto di moda il politically correct, il resto si omette per quieto vivere, per timore delle ritorsioni, per mantenere profili “bassi” che parrebbero garantire premi alla carriera. La parola d’ordine del nostro tempo è “volare basso”. Mi ostino – per fortuna in buona compagnia – a prediligere le idee, i contrasti, garbati ma chiari, la passione antica che sprigiona energie, la costruzione di sintesi date dalla somma dei contenuti e non dal loro annullamento, il movimentismo (né quello da salotto e né quello dei cortigiani).
Prima questione, abbiamo perso. La sconfitta di Milano e Napoli non vale il discreto risultato ottenuto né il mantenimento del primato sul collassato Pd. Fanno eccezione la Calabria dell’astro Scopelliti, lo strabiliante risultato dei candidati provenienti dal nostro vivaio e un pugno di città dove si sono osservati gli scenari e compiute scelte coraggiose con volti nuovi. Qui si è invertito ogni pronostico.
Seconda questione, nel Pdl il caos non viene alimentato da militanti e simpatizzanti (che avrebbero le loro ragioni per ribellarsi) ma da dirigenti, uomini di governo, sindaci, presidenti, persone scelte per ricoprire ruoli importanti che dovrebbero dare l’esempio e, invece, stracciano regole invalicabili e gettano i “nostri” nel panico. La più importante delle convenzioni è infranta: quella che vedeva la cancellazione di ogni dissidio interno nel periodo elettorale laddove il diritto alla polemica valeva fino al giorno della chiusura delle liste, poi si remava tutti nella stessa direzione.
Occorrerebbe sottoporre preventivamente taluni dotti analisti del Pdl al test della “scarpa sporca” per sapere se hanno calcato la trincea elettorale e se si sono guadagnati il diritto di tribuna. Ne scopriremmo delle belle. In alcuni casi assistiamo perfino a personalità che fanno la morale al Pdl avendo ufficialmente fatto campagna elettorale contro il Pdl. A chi, insomma, invoca regole e congressi, salvo rispettare solo le norme che gli convengono, andrebbe iniettato il siero della verità.
 
Pensieri sul futuro
Prima di parlare dei congressi, del simbolo, del nome del partito e, perfino, della sua struttura organizzativa dobbiamo chiederci se c’è ancora lo spazio per costruire un “partito di credenti”. Vita, famiglia, persona, comunità, lavoro, identità, salute, ecologia, libertà, etica, legalità, cultura, solidarietà, formazione, sicurezza, umanesimo, devono diventare l’ossatura del nostro movimento. Chi viene da An ricorda il fallimentare tentativo di costruire un “partito di programma”, da molti interpretato come il passaggio in subordine dei “valori”. Da lì iniziò il viaggio verso il relativismo culturale di Fini, si cominciarono a perdere consensi, a rincorrere temi di sinistra, fino a trovarsi a sinistra. Il senso d’appartenenza non è un orpello e non ci deriverà dal federalismo fiscale, dalla riforma del pubblico impiego, dallo spostamento dei ministeri, dalle privatizzazioni, dall’alta velocità. Possiamo fare il più bel “partito di programma”, ma se non ci si soffiano dentro i valori, sarà da tutti considerato solo un artificio tattico. Ognuno si sentirà pronto a tradirlo.
 
La persona, gli obiettivi strategici
Realizzare un movimento di credenti significa non mettere più all’ultimo posto la formazione della classe dirigente. Non burocrati, tecnocrati o veline, ma persone capaci di profondità e tenuta morale. Gli uomini e le donne del Pdl devono essere dotati di cultura politica, capaci di mediare soluzioni, comporre conflitti, ma anche scatenarli quando fosse necessario per difendere un patrimonio irrinunciabile, gente protesa verso gli altri e che abbia senso civico. Con l’orgoglio dell’appartenenza, l’altra faccia dell’identità, e con dirigenti consapevoli, si devono stabilire gli obiettivi strategici. Non si può dare l’impressione che il partito di maggioranza relativa non ne abbia o non riesca a concretizzarli.

Leader e movimento
Ci sono poi il partito e la sua architettura. Berlusconi resta il leader carismatico del Pdl, ma il berlusconismo prevalentemente attuato dai suoi seguaci più fedeli è finito. Il Pdl, al centro come in periferia, deve capire che non c’è alterità tra leadership forti e modello partecipativo. I governi forti hanno bisogno di partiti forti che sappiano dare indirizzi, fare opera di affiancamento e persuasione, rappresentare istanze, essere cerniera con il tessuto sociale. Al contrario si rischia l’instaurazione di tirannidi guidate da chi ha il potere e lo esercita con assoluta discrezionalità e, spesso, senza uno straccio di progetto politico. La presenza di un partito forte deve poter equilibrare l’elezione diretta degli amministratori che troppe volte degenera in mitomania, può innescare un processo di riforma che preveda una più ordinata distribuzione dei poteri tra giunte e assemblee elettive. È contestualmente evidente l’aberrante meccanismo elettorale con cui si compongono Camera e Senato che, di fatto, ha trasformato il Parlamento in un consesso di “nominati”. La riforma è ineludibile. Il tempio della sovranità popolare non può essere composto da otto persone che si chiudono e simulano il gioco del “Risiko”. La soluzione a questo meccanismo è duplice: una legge che introduca le primarie e, quindi, imponga ai partiti di far selezionare i candidati bloccati agli elettori oppure la re-introduzione delle preferenze. Al riguardo occorre sfatare la leggenda che vorrebbe le preferenze legate alla criminalità organizzata. Se così fosse andrebbe immediatamente modificato il sistema elettorale degli enti locali, dove si annidano i maggiori interessi delle cosche, che prevede proporzionale e preferenza. Sarà comunque fondamentale garantire l’assetto bipolare e la governabilità, conquiste irrinunciabili, e mettere a punto le proposte di modifica costituzionale che diano maggiori poteri all’esecutivo e impongano ai parlamentari che volessero cambiare schieramento le immediate dimissioni.
 
Ordine e disordine
Circola una proposta accattivante sulla riorganizzazione del Pdl, quella di un cosiddetto partito federato con più soggetti legati alla medesima casa madre. Le amministrative ci hanno dimostrato che, in molte città, abbiamo perso anche a causa del disordine generato da questi “partiti federati”, talmente federati che si sono talvolta presentati alle elezioni contro il Pdl. Alcune domande s’impongono: quali dovrebbero essere tali soggetti? I gruppi e gruppuscoli parlamentari nati di recente, quelli che nasceranno subito dopo, quelli cofondatori del Pdl oppure i movimenti civici? La differenza è abissale. In alcuni casi si ragionerebbe per varare surrettiziamente all’interno del Pdl supercorrenti, organizzate in micropartiti, nel secondo si tratterebbe di rappresentare il Pdl come una grande galassia capace di sintetizzare esperienze sociali coerenti con la nostra missione. E sui congressi… Come saranno fatti, chi voterà, saranno lo specchio di un partito che vuole continuare ad aprirsi oppure sanciranno l’involuzione nel modello prima Repubblica? Nessuno di noi vuole trasformare il Pdl nel partito delle tessere, ma questo significa coinvolgere i cittadini nelle scelte. Un partito di popolo, dunque. Anzi, il Popolo delle libertà. Quando questo nome fu scelto dalla gente nei gazebo era chiara la volontà di non fare un vecchio partito. Qualcuno oggi dice che è giunto il momento di cambiarlo. Mi permetto di notare che se un partito cambia nome ogni due anni, automaticamente non è serio, risulta instabile e biodegradabile tanto quanto la sua denominazione. Dunque, ci andrei piano con la demolizione del nome, del resto le riflessioni serie non iniziano mai dal nome, altrimenti diventano operazioni di maquillage. Subordinerei viceversa la stagione dei congressi a questo imperativo: rifiutarsi di tornare ai partiti ermetici che si chiudono nel recinto e decidono tutto al loro interno. La proposta del ministro Giorgia Meloni di fare il tesseramento a un euro, aperto fino al giorno del congresso, può essere una soluzione efficace.
 
Il modello di partito
La nomina di Angelino Alfano è certamente frutto di in un percorso statutariamente bizzarro, ma è altrettanto vero che la sostituzione dei tre coordinatori avrebbe significato dare loro in pasto ai media come capri espiatori di questa mezza sconfitta elettorale. In cuor suo nessun elettore potrebbe affermare che i mali del Pdl siano personificati da Verdini, La Russa e Bondi. Ricordo il giorno terribile in cui, perse le elezioni, Fini destituì Maurizio Gasparri da coordinatore nazionale di An: una vergogna che riecheggia ancora oggi e che non servì a farla riprendere dal suo lento declino. Dunque, la soluzione trovata può funzionare perché sfugge a logiche ingiustamente punitive e mediatiche creando un sentimento di condivisione nella ripartenza. Ci sarà tempo per aggiustare il quadro, per ora sappiamo che c’è un leader giovane dal linguaggio lineare ed efficace e dobbiamo costruirgli intorno quel che manca per fare un grande movimento. Perché è di questo che abbiamo bisogno, non parlare di chi verrà dopo, ma di “cosa”…