Alle donne serve davvero un “aiutino” per legge?

Al Senato è passata quasi all’unanimità, dopo un dibattito acceso e una serie di stop and go. Da ieri la legge sulle quote rosa nei Cda delle aziende presenti in borsa è nell’aula della Camera per la terza lettura. Ci si aspetta che venga licenziata entro l’estate. Un successo di cui andare fieri? In molti la vedono così, altri – e non sono pochi – pensano che non ci sia poi molto da stare allegri.

Il 30 per cento per legge
Il tema della scarsa presenza femminile nei luoghi che contano è di quelli che non scompaiono mai del tutto. In principio fu la politica che, dopo averne parlato per decenni, ha risolto fissando al 30% la presenza obbligatoria del gentil sesso nelle liste elettorali. Ora la stessa quota dovrebbe essere applicata alle grandi aziende, chiamate ad adeguarsi gradualmente dal 2012. Chi non lo farà sarà prima passibile di sanzioni pecuniarie e poi del decadimento del Cda. Vigilerà la Consob.

In Europa non va poi così bene
Leggi simili esistono in diversi Paesi europei. A fornirne una panoramica è la stessa Camera e la fotografia non è delle più esaltanti. In Francia per liberare totalmente la strada alla legge è servita la modifica della Carta. In Spagna la norma esiste dal 2007 e uno studio di marzo di quest’anno ha rivelato che quasi sette imprese su dieci non hanno nemmeno una donna nel Cda. Entro il 2015 ogni azienda dovrebbe averne almeno 4 su dieci. Stessa agenda se la sono data anche Germania e Gran Bretagna, che però hanno iniziato a lavorarci solo da qualche mese.

In Svezia sì, ma la legge non c’è
Per capire lo stato dell’arte in Norvegia, il Paese che ha fatto da apripista sulla materia, bisogna invece orientarsi tra una miriade di studi e di letture divergenti. L’unica cosa certa è il dato quantitativo: effettivamente le società quotate in borsa hanno il 40% di consiglieri d’amministrazione in gonnella. Non è chiaro, però, se questo abbia davvero comportato il cambio della mentalità che sta dietro ai problemi di rappresentanza femminile. Alcuni studi di settore tendono a dire di sì e a sottolineare come le discriminazioni di genere si siano man mano assottigliate. Fuori dall’ufficialità di questi studi, però, si scopre che in Norvegia le top manager “in quota” si sono ritrovate bollate con il non proprio lusinghiero nomignolo di “gonne dorate”, che alcuni traducono con “raccomandate di Stato”. Eppure un paese virtuoso c’è: è la Svezia, che surclassa tutti con 61 manager donna su un totale di 216. Un dettaglio su cui riflettere: Stoccolma non ha una legge per le quote manager.

«Per abbattere il tetto di cristallo»

Roberta Angelilli è vicepresidente del Parlamento Europeo. A Strasburgo è parlamentare di lungo corso, mai beneficiata da quote e ogni volta confermata con un incremento di preferenze. «In linea di principio – spiega – sono contraria alle quote, perché ritengo che le donne abbiano tutte le carte in regola per farsi valere seguendo un criterio di merito. Detto questo, negli anni mi sono resa conto che talvolta il sistema delle quote può essere un modo per abbattere il cosiddetto tetto di cristallo». La Angelilli parla della legge sui Cda come di una possibile «testa d’ariete» per «sfondare i pregiudizi», ricordando che negli ultimi vent’anni c’è stato un miglioramento, ma certo non si è realizzata alcuna rivoluzione. «Le donne che hanno incarichi apicali sono ancora poche e questo – sottolinea – nonostante le laureate siano più degli uomini e il loro iter formativo abbia normalmente una valutazione superiore a quella dei colleghi». Le donne, insomma, potrebbero essere scelte in base a un puro principio meritocratico, ma poiché non avviene allora va bene anche una legge che «incentiva» il riconoscimento delle loro capacità e requisiti.

«Piuttosto si parli di quote merito»
Parla di merito anche Adriana Poli Bortone, che al Senato è stata tra le poche a dirsi contraria alla legge. Con lei lo hanno fatto le radicali Emma Bonino e Donatella Poretti. «Io sono stata sempre convinta – spiega – che le quote siano qualcosa di aberrante, in politica come negli altri settori. Ne discutiamo da 40 anni e non è cambiato nulla, nonostante in tutti gli ambienti si parli tanto di “riconoscere il merito”, un’altra frase retorica». Per la Poli Bortone la legge rappresenta un «fallimento» perché «insegue una negatività: siccome in tutti questi anni non è cambiato nulla, allora si fa la legge». Il punto per la senatrice, che nel dibattito riscontra anche una dose di «ipocrisia», è che «bisognerebbe ammettere che le cose non funzionano non per mancanza delle quote rosa, ma per mancanza delle quote merito». «Bisognerebbe parlare – conclude – non di donne, ma di tutti quelli che, uomini o donne, non hanno canali privilegiati».

Un modo per “blindare” i Cda
Il che porta a una riflessione fatta da alcuni smaliziati osservatori del sistema-Italia e che si articola più o meno così: in Italia i Cda che pesano sono controllati da un ristretto numero di famiglie; le quote rosa rischiano di diventare il modo in cui, attraverso una presenza obbligatoria femminile, queste famiglie possono blindare i Cda che ancora non hanno blindato. Il quadro non è dei più allegri e rimanda all’utilizzo “personalistico” di una legge dai buoni intenti. Una considerazione che fa un po’ il paio con quella del ministro Gianfranco Rotondi che l’altro giorno, parlando di selezione della classe dirigente, stigmatizzava la pratica di «portare in parlamento le fidanzate».