Ma chi salva l’ascaro Chiros dalla povertà?

Quando, parlando di sé, dice di essere uno degli ultimi ascari, Chiros Asfaha non sa cosa il termine evochi nella testa dell’italiano medio. O forse, semplicemente, non ci bada, fa finta di non saperlo. Alle parole, lui, ha dato un contenuto di sangue e sudore, quindi dei trabocchetti della semantica può anche fregarsene. Nell’uso comune, infatti, il termine “ascaro” (che, per di più, è erroneo: ascari è invariabile nel singolare e nel plurale) significa più o meno “uomo di fatica”, “portantino”, qualcosa un po’ meno infamante di “schiavo” ma non molto più dignitoso. Il termine ha anche un significato derivato dal gergo parlamentare e sta a indicare un deputato che appoggia una maggioranza di governo senza avere precisi riferimenti politici o ideologici. I vocabolari, più rigorosi e anche un filino politicamente corretti, riportano invece un asettico: “Soldato indigeno dell’Eritrea, della Somalia e dell’Arabia meridionale, arruolato nelle vecchie truppe coloniali italiane”. La parola, invece, deriva semplicemente dall’arabo ascar, soldato. Ecco, Chiros si sente un ascari in quanto soldato. Un miles, direbbero i romani dribblando l’etimologia prosaica che riconduce il “soldato” al “soldo”. E di soldi, a Chiros, è infatti meglio non parlare.

La storia di Chiros Asfaha
Pur avendo servito l’Italia come caporale del 108° reggimento ascari del Regio esercito italiano, infatti, Chiros non può avere la pensione da ex combattente. E a nulla vale far leva sul suo stato d’indigenza, sui servigi che ha dato all’Italia. Le ha provate tutte, Chiros. Ha fatto ricorso, ha denunciato l’Inps (e fa un effetto ironicamente beffardo leggere, nella sentenza, l’indirizzo dell’istituto per la previdenza sociale, sito a Roma in via Amba Aradam, con tanto di reminiscenze dell’Africa italiana così care anche al nostro eroe…). Più che l’ideologia, contro l’ex soldato, poté la burocrazia. Chiros, infatti, non era in Italia nel 1978, quando un decreto del ministero del Tesoro richiese a tutti gli ex combattenti di presentarsi per regolarizzare la propria posizione entro due anni. Per un eritreo, tuttavia, quegli anni non erano precisamente tranquilli. Esattamente sul finire degli anni ’70, infatti, il regime socialista etiope entrava nella sfera sovietica, destabilizzando tutta l’area. Grazie agli armamenti russi, l’Etiopia sferrò tra il 1978 e il 1980 un deciso attacco al Fronte di Liberazione Eritreo che contrastava i disegni annessionistici del vicino.

Un fratello preso per “spia”

In questo contesto, il fratello maggiore di Chiros, dirigente del lavoro in Eritrea, fu accusato di essere una spia. L’ex combattente mollò tutto per salvare dalla morte almeno i nipoti. Ci riuscì, ma al suo ritorno, nel 1980, i termini per ottenere la pensione di guerra erano ormai scaduti. Chiros, quindi, iniziò a fare il venditore ambulante, forte – si fa per dire – dei suoi 538 euro al mese di pensione. Ma non rinunciò a cercare di far valere i suoi diritti. L’ultima sentenza negativa è giunta una decina di giorni fa. Dopodiché, vuoi per lo choc, vuoi per l’età, Chiros si è ammalato. E oggi sopravvive soprattutto grazie all’aiuto di una piccola rete di amici e volontari. Chiede solo quanto gli spetta, per vivere i suoi ultimi anni di vita dignitosamente, magari per tornare a morire nella terra che gli diede i natali. Arruolatosi a 16 anni nell’esercito italiano, servì l’Italia a Cheren, sull’Amba Alagi. «E poi – raccontò in un’intervista – insieme ai miei compagni, ho patito la prigionia, la fame e il freddo. Al termine della prigionia ho detto che volevo andare in Italia con i miei commilitoni». Chiros fu tra coloro che, sollevati nel maggio del 1941 da ogni incarico, preferrono seguire le truppe italiane nella disfatta piuttosto che tornarsene a casa, come pure avrebbe potuto e come tuttavia solo pochiossimi fecero. Al termine della prigionia espresse il desiderio di tornare in Italia con i suoi commilitoni. Nel 1951 rientrò nell’esercio. Poi il lavoro in una torrefazione, quello come autista (addirittura per lo stilista Valentino). Con la vecchiaia, la situazione si è aggravata. Ma Chiros ha continuato a combattere, come aveva sempre fatto. Non contro l’Italia, ma in suo nome: «Ho fatto la guerra per l’Italia – ha detto – ho fatto anni di prigionia insieme agli italiani; ho visto il caldo, la fame, il freddo, ho condiviso tutto con i miei superiori. Nella prigionia ero il più giovane e riuscivo a essere il factotum per gli italiani, riuscendo a essere il più simpatico agli inglesi aiutando in questo modo i miei superiori con cui sono rimasto in contatto fino all’ultimo. Chiedo solo che mi siano riconosciuti i miei diritti di ex combattente».

I leoni dell’Aoi
Una storia toccante, insomma, fiera e drammatica al tempo stesso. E che riporta d’attualità l’epopea sconosciuta di questi soldati famosi per il loro fez rosso e per lo scudiscio in pelle d’ippopotamo chiamato curbasch di cui facevano sfogio i graduati, i severissimi Sciumbasci. Per essere arruolati fra gli ascari bisognava superare una prova di marcia di circa 60 km. Nati come fanteria leggera, dal 1922 ebbero unità con autoblindo e reparti cammellati, i meharisti. Addirittura i primi paracadutisti in assoluto dell’esercito italiano, furono i libici inquadrati nel primo Battaglione Fanti dell’Aria, costituito nel 1938 a Tripoli. Ma, in generale, gli ascari non erano una creazione fascista. Il corpo nacque anzi nel 1888 ad opera del generale Antonio Baldissera, poi soprannominato dagli ascari ambesà, cioè leone. Malgrado tutti i possibili stereotipi sull’argomento, essi dimostrarono una notevole disciplina, fortificata anche dal severo addestramento. Anche per questo motivo finirono per vincere battaglie anche contro nemici numericamente preponderanti.