La doppia morale
Quando la dittatura è “buona”: l’intermittenza della sinistra e il vizio antico nella storia del Sudamerica
Che il Sudamerica sia travagliato e contorto, come una bellissima canzone di Paolo Conte, e storicamente vittima di incidenze, colonialismi, interessi economici, lo conferma anche l’operazione odierna a Caracas. E seppure sia un continente giovanissimo somiglia all’Africa, per le sue straordinarie ricchezze naturali e l’incapacità (non sempre autoctona) di distribuirne equamente le ricchezze. Ma la sinistra italiana non perde il vizio di dividere le dittature, terribili, del continente tra “buone e cattive”. Unicamente in base al colore politico di chi reprime, uccide, prende il potere con la forza annullando ogni forma di democrazia.
Pinochet sanguinario, Ortega un eroe
E così Augusto Pinochet, che drammaticamente prese il potere in Cile agli inizi degli anni 70, ribaltando il governo di Salvador Allende, era un sanguinario. Mentre Daniel Ortega, che in Nicaragua è al potere da oltre 40 anni e che nella guerra civile (con circa 50mila morti) sterminò la comunità dei Miskito, è un compagno rivoluzionario.
Stessa cosa vale per gli argentini. Il terribile periodo di Videla e dei desaparecidos, da tutti condannato, viene visto come l’emblema del “fascismo sudamericano”, seppure quei regimi autoritari non avessero alcun collegamento ideologico con i fatti del Novecento. I 15-17mila morti causati dalla rivoluzione castrista a fine anni 50 sono “dettagli”. Così come la privazione di diritti elementari.
Dal Perù alla Colombia, i “compagni che sbagliano”
Nicolas Maduro, erede di Chavez, è solo l’ultimo esempio dei movimenti leninisti-marxisti che hanno agitato il Sudamerica. Sendero Luminoso, nel Perù, era un movimento maoista responsabile di decine di migliaia di morti negli anni ’80 e ’90 nel tentativo di rovesciare lo Stato.
In Colombia le Farc hanno causato in oltre 30 anni almeno 300mila morti nella lotta armata. E imposero la tassa ai produttori di coca, palesando un rapporto diretto con Pablo Escobar. Il rapporto tra le Farc e Pablo Escobar (leader del Cartello di Medellín) è stato un legame di convenienza tattica, segnato da una profonda diffidenza ideologica e da frequenti scontri armati. Una sorta di alleanza sottesa.
Una doppia morale che non è sopportabile
Senza entrare nel merito di quanto accaduto in Venezuela, ciò che emerge sempre è la resistenza a condannare allo stesso modo i regimi sanguinari. Che hanno una loro fisiologia e tipicità non paragonabile al pensiero europeo. È difficile pensare che gli Stati del continente possano acquisire pienamente i principi di democrazia liberale. Che negli Usa esistono per la derivazione inglese. Ma è altrettanto difficile non pensare che, oltre gli stereotipi del fascino e dell’autodeterminazione, Paesi potenzialmente ricchissimi come quello venezuelano e quello cubano (che dista poche miglia dalla Florida) avrebbero potuto avere una vita diversa e una distribuzione del reddito diversa con delle repubbliche che avessero avuto un’impronta democratica.
Il clima della guerra fredda esiste ancora?
Dal Dopoguerra alla caduta del Muro, gli Usa hanno esercitato un’azione strategica, ancora oggi in parte molto forte, su tutto il continente americano. I principi della dottrina Monroe di inizio Ottocento, tesi a frenare gli Stati europei nei processi di colonizzazione, si trasformarono nell’influenza sulle dinamiche interne. La paura del comunismo portò gli americani ad appoggiare Pinochet, Videla e tutti i regimi autoritari di “destra”. Dall’altra parte, però, non c’erano pacifisti gandhiani ma liberticidi finanziati dall’Urss nell’ambito del bipolarismo internazionale. Il sottile, ma nemmeno poi tanto, antiamericanismo della nostra sinistra non ha il volto della terza via europea ma si nutre di giudizi atavici. E anche di connivenze singolari. Non a caso il Nicaragua sandinista è diventato il rifugio di terroristi come Alessio Tagliaferri, uno di quelli che uccise Aldo Moro. Esportare con la forza la democrazia è un ossimoro che la storia ha sempre punito. Anche in Asia e in Africa. Fare lo spartiacque tra le dittature è un gioco senza costrutto. Salvador Allende aveva un’utopia bellissima, Daniel Ortega, Maduro, le Farc o i castristi non sono mai stati la stessa cosa.
L’attacco all’imperialismo e le amnesie della storia
Anche l’accusa agli Usa di essere “il grande Satana” va bene nella declinazione che ne diede Khomeini(ovviamente ironicamente considerando il terrore teocratico che nacque a Teheran) non nelle amnesie che l’Europa manifesta. Furono i grandi storici europei a dire che, da Roma al Medioevo, passando per il lungo periodo iberico, francese e inglese, gli imperi si sono estesi nei continenti nuovi per merito o per colpa dell’Europa stessa. Non sempre, come è accaduto in Sudamerica, portando civiltà. E basterebbe riguardare Apocalypto di Mel Gibson per comprenderlo. Il che non significa certo guardare acriticamente a ciò che accade, in sostanza, da un secolo.
Quanto conta la sovranità?
Non si può esprimere una posizione netta sul Venezuela. Il principio della sovranità peraltro è abbastanza fluido, considerando la poca democraticità delle elezioni avvenute a Caracas. Ma ciò che una sinistra moderna e valoriale dovrebbe porsi come problema è che la sovranità vale se è confortata realmente dal processo democratico e non vale a fasi alterne. E soprattutto, che si può criticare anche l’intervento statunitense senza però dimenticarsi di censurare Maduro: che è stato un tiranno, legato direttamente al vasto giro del narcotraffico che tiene insieme, purtroppo, gran parte del Sudamerica. Invece, si rincorrono gli estremismi di strada che fanno dell’antiamericanismo una bandiera di comodo.
La geopolitica che cambia
La geopolitica cambia. Ma in questo contesto la sinistra italiana, come quella europea per molti versi, fa fatica ad uscire dalla trappola degli anni settanta e ottanta. Se il sangue è rosso va bene, se è “nero” è sangue che fa male. Come se il mondo fosse un laboratorio di analisi.