Nuove autorevoli adesioni
Referendum: polemiche sulla data, guardando al rinnovo del Csm. Intanto il fronte del no ‘arruola’ Cirino Pomicino
L'ex Dc scende in campo e rivendica l'esperienza di "42 indagini". Intanto Grosso e Bachelet parlano di dibattito strozzato dai tempi del 22 e 23 marzo. Ma sullo sfondo c'è l'elezione del Consiglio superiore della magistratura
Buone notizie per il fronte del no al referendum. Dopo le adesioni, nei giorni scorsi, di Mastella e Gad Lerner, scende in campo un altro pezzo da novanta contro la riforma della giustizia: Paolo Cirino Pomicino. Persona competente come lui stesso ha ammesso: «Mi hanno messo sotto indagine 42 volte, e in 41 sono uscito pulito con formula pienissima. Pulito come un bambino appena nato. Il quarantaduesimo in un certo senso non conta, perché ero reo confesso. Una storia di finanziamento illecito alla corrente politica che guidavo», dice in una intervista al Secolo XIX. Insomma una quisquilia… Nel frattempo continua la polemica degli oppositori alla riforma sulla data del referendum.
La data indicata dal CdM nel rispetto della legge
Nella conferenza stampa di inizio anno la premier Giorgia Meloni lo aveva detto rispondendo alla domanda di una giornalista: celebrare il referendum sulla giustizia il “22 e 23 marzo è possibile” perché “a norma di legge dobbiamo dare una data entro il 17 gennaio”. Dunque, nessuna ambiguità o accelerazione: è la legge a dettare i tempi. Per questo il Consiglio dei ministri scorso si è occupato di individuare una possibile finestra, nel rispetto dei termini previsti e imposti dalla normativa. Eppure c’è chi è ha fatto e sta facendo grande polemica sulla data e la tempistica del referendum individuati dall’Esecutivo considerando quella di Palazzo Chigi una scelta quasi arbitraria e non stabilita dalla legge italiana.
I nomi altisonanti scendono in campo per dire: “dibattito strozzato”
Così, c’è chi annuncia ricorsi, chi fa appelli e richiami per bloccare tutta la riforma in virtù di non si sa bene quale ragione, chi raddoppia in previsione dei giorni futuri i numeri delle firme dei cittadini che hanno firmato per il no. Poi ci sono i grandi e altisonanti “nomoni” della magistratura o dei “figli di” come Enrico Grosso, avvocato e costituzionalista, presidente del comitato per il “no” promosso dall’Anm e Giovanni Bachelet, che dalle pagine dei quotidiani del gruppo Gedi rilasciano interviste per dire che l’intento del governo è fare forzature per “strozzare il dibattito” vista la “paura di perdere”. La ragione è che secondo questi esponenti dell’intellighenzia italiana che attraversa ogni ambito e settore “il governo può aspettare altri venti giorni per fissare la data”, con buona pace di quello che dice la legge.
Perchè la sinistra minaccia ricorsi sui tempi?
Viene però naturale una domanda: come mai per un referendum che non prevede un quorum, sta salendo l’ansia della data “troppo vicina”? Al 22 e 23 marzo mancano oltre due mesi e di solito le campagne elettorali, in Italia, durano circa 40 giorni. Perché gli oltre 60 giorni non sono considerati sufficienti dagli esperti e intellettuali vicini alla sinistra? La risposta è forse nella domanda posta dal giornalista al presidente del Consiglio Meloni: riuscirete ad approvare la riforma prima del rinnovo del nuovo Csm? La risposta la da il capo del governo: “Il 22 e 23 marzo sono una data ragionevole che ci consente, qualora i cittadini fossero favorevoli alla riforma della giustizia, di portare a casa le norme attuative in tempo prima della definizione del nuovo Csm”.
Quanto pesa il rinnovo del Csm
Non si tratta dunque di forzature, di paura, di dibattito strozzato: che dietro alle accuse e alle polemiche ci sia il tentativo di allungare i tempi per non rientrare nel rinnovo del Csm? In molti negli ultimi giorni se lo sono chiesto e anche questo è diventato inevitabilmente una ragione di confronto. Ovunque, tranne che sul circuito che sostiene il “no” alla riforma, che puntualmente dimentica di sottolineare questo piccolo dettaglio.