Vicenda e dintorni
Caso Rogoredo, la sinistra cavalca l’inchiesta per colpire governo e divise. Donzelli: se un singolo sbaglia paga, ma non si strumentalizzi
La sinistra non perde il vizio. Non appena si profila un’ombra, un dubbio, o un errore individuale che coinvolge chi indossa una divisa, scatta automatica la generalizzazione che travalica la peculiarità di un singolo caso. La vicenda di Rogoredo, che vede l’assistente capo Carmelo Cinturrino indagato per omicidio volontario con l’accusa di aver ritardato i soccorsi al pusher marocchino colpito dal suo proiettile, è diventato l’ultimo appiglio per i professionisti del pregiudizio anti-forze dell’ordine. L’obiettivo è chiaro: colpire il governo Meloni, “reo” di stare orgogliosamente dalla parte di chi difende la legalità, cercando di trasformare un caso isolato e tutto da chiarire in un processo sommario a un’intera categoria.
Lo sappiamo: l’assistente capo della polizia è indagato per omicidio volontario. Stando a quanto ricostruito dagli investigatori – anch’essi della polizia di Stato – e trapelato dagli interrogatori, Cinturrino avrebbe mentito sui soccorsi, dicendo ai colleghi presenti sul posto di averli chiamati, mentre avrebbe atteso 23 minuti prima di digitare il numero unico delle emergenze.
Caso Rogoredo, una vicenda ancora in corso tra coni d’ombra e sospetti. Donzelli fa chiarezza
Anche i i quattro agenti del commissariato Mecenate indagati dal pubblico ministero Giovanni Tarzia per favoreggiamento e omissione di soccorso sono stati sentiti nei giorni scorsi. E dai racconti messi a verbale, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Adnkronos, emergerebbe la figura di un “fanatico” dal pugno duro, che avrebbe gestito da solo le fasi dopo il colpo sparato a oltre 25 metri di distanza. Non solo. Tra gli elementi considerati di peso c’è anche il rapporto tra il poliziotto e il marocchino.
È stato lo stesso agente, difeso da Pietro Porciani e interrogato subito dopo i fatti, ad ammettere di aver visto in faccia il pusher 28enne. E di conoscerlo, prima di essersi spaventato e aver sparato. Tra i due ci sarebbero state alcune ruggini in precedenza, e sull’assistente capo pesano alcune ombre: in Procura ci sarebbe un’informativa legata alle rivelazioni di un uomo che avrebbe parlato di un poliziotto che chiedeva il “pizzo”. Tutto ancora in discussione. Tutto molto fumoso ancora, e che evoca ombre, dubbi e sospetti. Ma è “un caso“.
Rogoredo e Decreto Sicurezza, Donzelli interviene con nettezza e trasparenza
A rimettere i dati in colonna, allora, ci pensa Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia. In un’intervista a La Stampa, il deputato ha ribadito la linea del partito: «Noi siamo dalla parte di chi indossa la divisa. I singoli che sbagliano? È una questione ben diversa e non deve essere strumentalizzata». Donzelli difende la proposta del partito sul cosiddetto scudo penale per le forze dell’ordine, e con nettezza e trasparenza afferma: «Con la nostra proposta» l’agente che ha sparato a Rogoredo «sarebbe stato indagato allo stesso modo». L’obiettivo, spiega, è evitare l’iscrizione automatica degli agenti nel registro degli indagati quando non emergono dubbi sul loro operato.
«Se un agente sbaglia paga, non si strumentalizzi il caso»
Non per niente, il deputato ribadisce che eventuali errori individuali vanno puniti: e che se le indagini confermeranno che l’agente ha commesso errori gravi, ne pagherà le conseguenze. Di più, testualmente assevera: «È chiaro che se chi indossa la divisa commette un grave errore, allora deve pagarne le conseguenze». Ma questo non deve diventare il pretesto per una «pericolosissima criminalizzazione delle forze dell’ordine». Quanto, infine, al Decreto sicurezza, assicura aperture in Parlamento: «Ascolteremo i consigli di tutti», anche quelli della minoranza, se non faranno «opposizione strumentale».
Insomma, Donzelli ha colto l’occasione anche per smontare le narrazioni distorte delle opposizioni sulla proposta dello “scudo penale” per gli agenti. Secondo la sinistra, tale misura garantirebbe l’impunità. La realtà invece, come spiegato dal deputato di FdI, è l’esatto opposto. Tanto che, ribadisce: «Con la nostra proposta, l’agente di Rogoredo sarebbe stato indagato allo stesso modo». L’obiettivo della riforma è semplicemente evitare l’iscrizione automatica nel registro degli indagati quando l’operato dell’agente è chiaramente legittimo, per evitare di paralizzare chi lavora in strada per la nostra sicurezza.
L’ombra dei sospetti sull’agente. Lo sciacallaggio delle oppozizioni
Certo, il caso di Rogoredo presenta contorni ancora fumosi. Le accuse trapelate vanno in una determinata direzione. E si evocano addirittura ombre scure su possibili richieste di “pizzo”. Sono elementi inquietanti, che la magistratura dovrà accertare. Ma che, al momento, rimangono appunto nell’alveo della responsabilità individuale. Mentre una cosa è già certa: il tentativo della sinistra di utilizzare queste ombre per delegittimare il Decreto Sicurezza e la politica del governo, è la solita operazione di chiaro sciacallaggio demagogico.