Utilizzare il padre per colpire la figlia: l’esercizio “di fango” su Marina Berlusconi

L'intervento

Utilizzare il padre per colpire la figlia: l’esercizio “di fango” su Marina Berlusconi

Nell’ultimo livoroso attacco di Pino Corrias contro Marina Berlusconi regna un silenzio che sa di complicità. Perché contro di lei tutto è permesso?

Politica - di Paolo Emilio Russo* - 15 Aprile 2026 alle 19:08

Immaginate una donna, qualunque mestiere essa faccia, che viene pubblicamente schernita magari per il tono della sua voce, per la postura o per il modo in cui siede a un tavolo. Immaginate che le si dia della “smemorata”, che le si intimi il silenzio e che si arrivi a suggerire, con una condiscendenza ai limiti del patriarcale, che ogni sua parola sia in realtà il frutto di suggeritori occulti, poiché incapace di pensiero autonomo. Se leggessimo queste cronache riferite a una qualunque esponente del mondo progressista o a una protagonista della società civile, grideremmo – tutti – allo scandalo. Vedremmo levate di scudi, appelli alla dignità della donna e talk show trasformati in tribunali contro il “maschilismo tossico” di chi scrive. Il dibattito pubblico verrebbe travolto da un moto di indignazione unanime, una rivolta morale necessaria contro chi usa stereotipi beceri per delegittimare una professionista.

Invece, nel caso dell’ultimo livoroso attacco di Pino Corrias contro Marina Berlusconi, regna un silenzio che sa di complicità. Perché contro di lei tutto è permesso? La replica di Corrias non è certo giornalismo e nemmeno critica politica, ma un esercizio di fango che scivola sul personale. Si pretende di spiegarle chi fosse suo padre, di psicanalizzare il suo presunto “specchio”, arrivando a colpevolizzarla per un’eredità culturale che il giornalista stesso decide essere uno “scempio”. È qui che emerge il doppiopesismo etico: la solidarietà femminile e il rispetto umano diventano valori negoziabili a seconda della tessera elettorale o dell’albero genealogico. Se sei “una di loro”, ogni offesa è violenza; se ti chiami Berlusconi, l’insulto diventa un esercizio di stile, una medaglia da appuntarsi al petto in nome di una presunta superiorità morale.

Utilizzare la figura del padre per colpire, sminuire e zittire la figlia è l’atto più “cavernicolo” che si possa mettere in pagina. È il tentativo di negare a Marina Berlusconi la propria identità, riducendola a un bersaglio su cui sfogare rancori mai sopiti. Sui padri, poi, certa stampa, sembra avere perso ogni freno inibitore. Come ha detto lei stessa intervenendo alla Camera, pur di colpire Giorgia Meloni, è stato tirato in ballo per improbabili questioni di mafia il padre mancato da molti anni e che la Presidente del consiglio non ha più frequentato dai suoi 11 anni.  Il punto non è più la politica, ma la tenuta democratica del nostro linguaggio. Se permettiamo che un cognome diventi una zona franca dove il rispetto scompare, abbiamo perso tutti. Perché una dignità che dipende dal casato non è un diritto, è un privilegio che la peggior stampa si arroga il potere di concedere o revocare a piacimento. E questo, in una democrazia moderna, dovrebbe far paura a tutti, non solo a chi quel cognome lo porta.

*Giornalista e deputato di Forza Italia