Altro che zar
La rivolta degli ultrà di Putin: «Abbiamo fallito»
Quattro anni dopo l’attacco su larga scala all’Ucraina, la bocciatura più clamorosa della strategia di Mosca arriva dall’interno del Paese. Non dagli oppositori messi a tacere, ma da quegli stessi ambienti nazionalisti che avevano sostenuto con convinzione l’invasione. Oggi proprio loro parlano apertamente di disfatta, definendo la sedicente «operazione militare speciale» un fallimento strategico.
Di questo aspetto poco noto ha parlato lo youtuber e analista geopolitico russo Anton Sokol, durante il convegno «Quattro anni di lotta per la libertà: il fallimento strategico della Russia e il Risorgimento ucraino», che si è tenuto lo scorso 24 febbraio, nella Sala Zuccari del Senato. Madrelingua russo, Sokol ha ricostruito l’evoluzione del dibattito interno al Paese, rivelando un paradosso sorprendente: «Oggi, proprio i cosiddetti Z patrioti, ovvero la base del sostegno di Vladimir Putin, parlano apertamente di un vero e proprio fallimento strategico della Federazione russa».
Le crepe nel fronte interno
«Gli Z blogger ormai sono gli unici in Russia in grado di raccontare qualcosa di vicino alla verità su quello che sta succedendo in questa guerra», ha spiegato Sokol. Attivi soprattutto su Telegram — piattaforma che, ha ricordato lo youtuber, le autorità russe vorrebbero chiudere — rappresentano «una delle poche fonti da cui possiamo ancora attingere informazioni più genuine, meno filtrate dalla propaganda».
Il paradosso è politico prima ancora che militare: la frangia più ideologizzata e patriottica, quella che aveva sostenuto con più convinzione il Cremlino e il presidente Vladimir Putin, oggi denuncia errori, impreparazione e logoramento.
Strelkov: «Una colossale stupidaggine»
Tra le voci citate da Sokol c’è quella di Igor Strelkov, ex comandante dei separatisti del Donbass nel 2014-2015, oggi detenuto. Nelle lettere inviate dal carcere ai suoi sostenitori, Strelkov descrive un conflitto che consuma la Russia dall’interno. «La Russia sta conducendo una guerra di logoramento contro l’Ucraina ma anche contro sé stessa», scrive. E avverte: «Se questa guerra continuerà ancora per un paio d’anni è evidente che la Russia si logorerà al punto tale da pagare un prezzo spropositato».
Il giudizio è netto: «Intraprendere una guerra di logoramento è stata in assoluto una colossale stupidaggine e coloro che hanno sostenuto quest’idea sono o dei nemici o degli idioti».
Kalashnikov: «Una tragedia»
Sokol ha citato anche le parole di Maxim Kalashnikov, giornalista e analista militare nazionalista, secondo cui «l’operazione militare speciale si è trasformata in una tragedia». Le élite russe, per Kalashnikov, «non hanno interesse né nella riunificazione dei russi né nella nuova industrializzazione», mentre «la nostra burocrazia piramidale basata sulle materie prime non è stata in grado di offrire ai nuovi russi né un progetto chiaro per il futuro né uno stile di vita alternativo a quello ucraino».
Il risultato è drammatico: «Una carneficina e un altro vicolo cieco». Un disastro aggravato dall’aver «creduto alla propria propaganda» e dall’aver avviato le operazioni «senza un’adeguata preparazione», innescando così «la propria distruzione», un meccanismo che minaccia di travolgere l’intero sistema russo.
Potenziale offensivo al limite
Nel suo intervento, Sokol ha richiamato valutazioni dell’intelligence britannica secondo cui, negli ultimi mesi, l’esercito russo avrebbe registrato perdite superiori alla capacità di reclutamento. Una dinamica che trova conferme anche tra analisti militari russi . Emblematiche, in tal senso, le parole di un veterano delle forze speciali, trasmesse dal canale “Soloviev”, di cui Sokol ha citato un estratto: «Significa che abbiamo esaurito o stiamo sul punto di esaurire il nostro potenziale offensivo».
Nonostante i proclami ufficiali, quindi, in aree come Zaporizhzhia le forze ucraine sarebbero ancora in grado di contrattaccare. Dal fronte emergono poi testimonianze di torture, esecuzioni sommarie e pratiche corruttive interne all’esercito, segnali di un deterioramento morale sempre più evidente.
Una minaccia che resta
Pur descrivendo un sistema in evidente affanno, Sokol ha avvertito: «La Russia di Putin oggi, nonostante tutto, è ancora una minaccia». Non tanto per la sua invincibilità militare, quanto per la natura stessa del regime.
La guerra si rivela così in tutta la sua ambivalenza, secondo il paradigma del pharmakon greco: «È la linfa vitale del potere di Vladimir Putin», che permette al regime di sopravvivere, e allo stesso tempo «un veleno che, pian piano, sta uccidendo la Russia». In breve, la stessa emergenza che mantiene il regime al potere ne minaccia l’esistenza.
«La Russia di Putin non ha futuro»
In chiusura, Sokol ha condiviso il peso della sua esperienza personale: «Molti dei miei ex concittadini mi considerano un traditore, ma i veri traditori sono quelli che hanno trasformato la Russia in quello che è oggi». Un Paese «in cui la vita umana non vale niente, dove gli assassini, gli stupratori e gli aguzzini sono considerati eroi», mentre «le persone semplici e oneste che non hanno paura di dire la verità sono bollate come criminali pericolosissimi».
La sua conclusione è amara e dolorosa: «La Russia di Putin di oggi è un Paese che non ha un futuro». Parole dette «né con gioia né con soddisfazione», ma con «profonda rabbia» verso chi ha privato molti russi, come lui, della possibilità più naturale: «Schierarsi col Paese in cui sono nati e cresciuti». Un Paese che Sokol ama ancora, ma che non riconosce più.