Richiesta choc
Ramy andava inseguito, ma “a distanza di sicurezza”: il pm accusa di omicidio stradale il carabiniere alla guida
Il carabiniere è accusato di aver mantenuto "una distanza e una velocità inidonee a prevenire eventuali collisioni o tamponamenti con il mezzo in fuga"
Divise sotto accusa a Milano: la Procura ha infatti chiesto il rinvio a giudizio per otto persone, tra cui un carabiniere e il conducente di uno scooter, per la morte del 19enne nordafricano Ramy Elgaml, avvenuta il 24 novembre 2024 durante un inseguimento in via Ripamonti.
Il militare alla guida è accusato di omicidio stradale per una manovra “sproporzionata”, mentre altri militari sono indagati per falso e depistaggio per aver manipolato i verbali e nascosto le prove dell’urto tra i veicoli. La richiesta di processo, che coinvolge anche il conducente dello scooter per concorso in omicidio stradale, attende ora la valutazione del Gup dopo la chiusura delle indagini il 16 febbraio.
Le incredibile accuse al carabiniere dell’inseguimento
Il carabiniere Antonio Lenoci, difeso dagli avvocati Roberto Borgogno e Arianna Dutto, è accusato di aver mantenuto “una distanza e una velocità inidonee a prevenire eventuali collisioni o tamponamenti con il mezzo in fuga”, con una “manovra particolarmente avventata”.
“Avevano il numero di targa, non serviva inseguirlo”
In quell’inseguimento, per i pm, ha agito “nell’adempimento di un dovere”, anche se poi ha “ecceduto colposamente i limiti stabiliti dalla legge”, con una “condotta di guida sproporzionata”, anche rispetto alla “necessità” di bloccare lo scooter, dato che era già stata comunicata via radio la “targa” del TMax. A lui sono contestate anche le lesioni nei confronti di Bouzidi, sempre per “eccesso colposo nell’adempimento del dovere”.
Ramy, l’accusa di omicidio stradale nei confronti del carabiniere
Ramy morì dopo l’urto tra il lato posteriore destro del TMax con la “fascia anteriore del paraurti” della Giulietta e il conseguente schianto nella fase finale, all’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta. Il 19enne venne sbalzato “contro il palo” di un semaforo e poi schiacciato dalla macchina dei carabinieri, che finì addosso, anch’essa, al palo. Anche Bouzidi, condannato in primo grado per resistenza a 2 anni e 8 mesi e difeso dai legali Debora Piazza e Marco Romagnoli, è accusato di omicidio stradale in concorso in relazione a quella fuga, senza patente, a tratti “contromano” e con picchi di velocità superiori ai 120 km/h. A quattro militari, poi, vengono contestate, a vario titolo, ipotesi di depistaggio e favoreggiamento, come già emerse, per aver costretto testimoni a cancellare video.
Altri 4 carabinieri accusati di depistaggio
Un’altra imputazione nei confronti di quattro militari, tra cui lo stesso Lenoci, riguarda presunti falsi nel verbale d’arresto di Bouzidi per resistenza. Avrebbero omesso, secondo i pm, “di menzionare l’urto”, scrivendo “falsamente” che lo scooter “a causa del sovrasterzo scivolava”.
Circostanza “smentita” dalla “ricostruzione” della Polizia Locale e dalla consulenza dell’esperto dei pm. E anche dalle “immagini acquisite”. Avrebbero pure omesso di “menzionare lo ‘schiacciamento’ del corpo” di Ramy da parte della Giulietta. Poi, non avrebbero fatto cenno alla presenza di un teste oculare, di una dashcam e di una bodycam, “dispositivi che riprendevano l’intera fase dell’inseguimento”.