L'editoriale
Svolta “europeista” di Meloni? Solo per chi non ha capito che cos’è (davvero) la visione nazionale
L’europeismo di Meloni? Tutto fuorché una "svolta". La premier lo ha affermato più volte: l'idea forte è quella di un’Europa politica che riparte dallo spirito dei trattati costitutivi: quelli di Roma. Quelli ai quali, guarda un po’, il Pci si oppose
È più forte di loro. Nei confronti di Giorgia Meloni, reduce dal vertice con i Volenterosi su Hormuz, i soliti noti dell’opposizione e della stampa a corredo proseguono nello stesso errore metodologico – nella stessa “miopia” – con cui hanno insistito fino alla nausea per definire il suo rapporto con Donald Trump. Per mesi, con toni che definire misogini è poco, hanno etichettato la premier come «cheerleader» del presidente americano, salvo poi venire smentiti puntualmente dai fatti: ossia dai reiterati e pesanti «no» di Meloni agli strappi del tycoon. Adesso, per il semplice fatto di aver fatto ciò che aveva detto (ossia predisporre la partecipazione italiana ad un’operazione di sicurezza per la navigazione nello Stretto di Hormuz), sarebbe scesa dal carro di Trump per andare al traino del duo Macron-Starmer.
Secondo la ricostruzione dei soliti noti, insomma, dopo la crisi con l’inquilino della Casa Bianca saremmo al cospetto dell’ennesima «svolta» della premier perennemente al riparo sotto l’ombrello di qualcuno: prima sovranista sotto l’egida di Orbán, poi “draghiana”, poi trumpiana e adesso macronista. Niente di più falso, fuorviante e intimamente anti-nazionale. Dietro alle volgarità e alle falsità in serie riferite alla premier non si nasconde solo la propaganda a buon mercato camuffata da analisi ma pure un vecchio pregiudizio, figlio del peggior populismo, espressione di certo establishment: quello che dipinge l’Italia eternamente come una «nave sanza nocchiere», stravolgendo il senso dell’invettiva del sommo Dante.
Un disprezzo indicativo della visione di determinate élite che fa scopa con il fastidio che sia proprio una donna, per giunta da destra, a sovvertire il luogo comune con cui da decenni certi network politico-editoriali “benedicono” e incoraggiano ogni forma di vincolo esterno sull’Italia. Il punto è chiaro: costoro non accettano che esista una coscienza nazionale alla quale è subordinata l’azione politica. Ecco perché disturba così tanto l’abilità dimostrata dalla presidente del Consiglio nella politica comunitaria e in quella estera: con il risultato che vede l’Italia nuovamente al centro delle dinamiche europee (la “maggioranza Meloni” nell’Europarlamento ormai è un fatto), transatlantiche e bilaterali, come ha dimostrato l’ultima missione nei Paesi del Golfo.
L’approccio di Giorgia Meloni oltre confine è lineare: si fa ciò che serve; e ciò che serve non può non può che rientrare nell’inquadratura dell’interesse nazionale. Ciò vale per tutti e ad ogni latitudine. Da parte italiana, oltretutto, si accetta che ciò debba valere anche per gli altri. Ecco dove e perché subentra l’idem sentire: principi sui quali Meloni insiste quando richiama i valori comuni dell’Occidente e dell’Europa. Principi a cui tutti, e ripetiamo tutti, a suo avviso devono qualcosa: proprio per difendere l’impianto di un’intera civiltà. Esattamente ciò che è avvenuto a Washington, quando la premier italiana – in nome di questi valori e nel momento più delicato della frattura Ue-Usa – ha chiarito a Trump l’importanza di tenere unito l’asse euro-atlantico a sostegno dell’Ucraina.
E così arriviamo all’europeismo di Meloni. Tutto fuorché una “svolta”. La premier lo ha affermato più volte: l’idea forte è quella di un’Europa politica che ri-parte dallo spirito dei trattati costitutivi: quelli di Roma. Quelli ai quali, guarda un po’, il Pci si oppose. Si comprende bene il motivo: libere nazioni coniugate – non annullate – da valori morali e prospettive strategiche. Niente a che vedere con il super-Stato giacobino sogno dei federalisti europei, con i dirigismi di Ventotene e con il gigantesco organo burocratico di stampo neo-sovietico che è diventata troppo spesso l’Ue. Ma niente a che vedere nemmeno con un’idea di Europa per club, a misura del proprio “orticello” nazionale: tentazione presente, purtroppo, in alcune delle storiche famiglie politiche europee che hanno costituito per decenni l’infrastruttura politica del vecchio asse franco-tedesco.
L’Europa “da destra” è il cerchio concentrico della visione nazionale. Ecco perché, indipendentemente dall’altra sponda d’Occidente, per Giorgia Meloni l’Europa deve tornare a riconoscersi in quelle necessità che fanno una Nazione. E qui si stanano gli ipocriti. Chi si oppone, infatti, alla sovranità energetica, militare e strategica europea? Chi ha lavorato in questi anni per devitalizzare le economie dei popoli europei, rendendole dipendenti dalle agende degli States e della Cina? Sinistre e tecnocrati. Quelli che preferiscono parlare astrattamente di integrazione, dissimulando così ulteriori cessioni di sovranità a strutture appannaggio di chi non è stato mai eletto. L’obiettivo? Legare i popoli dei 27 Stati a nuove dipendenze burocratiche, a nuovi vincoli stranieri. Eccoli dunque i nemici dell’Europa. Gli stessi – ancora loro – che, guarda un po’, non accettano per principio che l’Italia possa avere una guida autonoma. Figuriamoci accettare chi guida l’Italia alla cabina di regia del processo di cooperazione europea. Perché gratta-gratta i nemici dell’Italia e dell’Europa, oggi come ieri, sono sempre gli stessi.