Foibe, la luce s’è accesa per sempre (nonostante la sinistra). Meloni: “Pagina dolorosa per tutti”

Il Giorno del Ricordo

Foibe, la luce s’è accesa per sempre (nonostante la sinistra). Meloni: “Pagina dolorosa per tutti”

Politica - di Lucio Meo - 10 Febbraio 2026 alle 17:39

Il momento più bello, perché inatteso, nel giorno più doloroso, è arrivato quando il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha visitato a sorpresa, nel Complesso del Vittoriano, la “Mostra degli Esuli fiumani, dalmati e istriani”. Un gesto non dovuto, quasi irrituale, che ha confermato come ormai il Giorno del Ricordo dei massacri delle foibe, epurazione etnica e politica compiuta dalle milizie comuniste delle forze di Tito, sia entrato nella coscienza collettiva, a prescindere dallo “snobismo” politico e intellettuale, per non parlare di censura vera e propria su una tragedia sgradita, per anni.

Le Foibe e il Giorno del Ricordo entrato nella coscienza dell’Italia

Oggi la facciata di Palazzo Chigi è stata illuminata con il tricolore e una seduta nell’Aula di Montecitorio aperta dall’Inno di Mameli, con la partecipazione del Presidente della Repubblicae della premier Giorgia Meloni e gli indirizzi di saluto del Presidente della Camera dei deputati Lorenzo Fontana e del Presidente del Senato Ignazio La Russa.

Mattarella è stato salutato da un lungo applauso bipartisan al suo ingresso a Montecitorio, poi si è accomodato per ascoltare gli interventi di Fontana, La Russa, di Toni Concina, presidente onorario dell’Associazione Dalmati, Gianni Oliva, storico, Abdon Pamich, campione olimpico italiano. In mattinata la Meloni, sui social, aveva parlato di quella “pagina dolorosa della nostra storia, vittima per decenni di un’imperdonabile congiura del silenzio, dell’oblio e dell’indifferenza”. “Ricordiamo i martiri delle foibe e la tragedia dell’esodo giuliano-dalmata. Centinaia di migliaia di italiani che hanno scelto di abbandonare tutto pur di non rinunciare alla propria identità. La Nazione non deve aver paura di guardare in faccia quella verità, ricacciando nell’ignavia ogni squallido tentativo negazionista o riduzionista. Il ricordo non è rancore, ma giustizia. È il fondamento di una memoria condivisa che unisce e rende più forte la comunità nazionale, tracciando la strada a chi verrà dopo di noi”, ha proseguito la premier. “Abbiamo ricevuto un testimone, e non intendiamo farlo cadere. Come dimostra la pluralità di iniziative e celebrazioni che il Governo promuove anche quest’anno, come il Treno del Ricordo che da Nord a Sud ripercorrerà idealmente il viaggio di chi ha deciso di essere italiano due volte. Per nascita e per scelta. L’Italia non permetterà mai più che questa storia venga piegata, negata o cancellata. Perché questa storia non è una storia che appartiene a una porzione di confine o a quel che resta del popolo giuliano-dalmata. È una storia che appartiene all’Italia intera. Ad ognuno di noi”, ha concluso Meloni.

La lezione di Ignazio La Russa

Ignazio La Russa, alla Camera, ha ricordato la genesi della creazione del Giorno del Ricordo. “Il 30 marzo del 2004 il Parlamento italiano approvava quasi all’unanimità, solo 12 furono i voti contrari, la legge che istituiva il Giorno del Ricordo, una legge fortemente voluta dalla mia parte politica, perché non ricordarlo, da me stesso, che ero capogruppo di Alleanza nazionale, da un deputato figlio di quelle terre, Roberto Menia, per onorare e celebrare la memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata e delle vicende del confine orientale del secondo dopoguerra. Certo, tutte le guerre danno ricordi drammatici, tragici. In questo caso il ricordo è anche di quello che avvenne a guerra finita, quindi ancora più grave, ancora più intollerabile. Quel 30 marzo 2004 è divenuta una data spartiacque”, ha affermato il presidente del Senato. “C’è stato un prima, c’è stato un dopo. C’è stato un prima -ha ricordato la seconda carica dello Stato- durante il quale la sofferenza di migliaia di nostri connazionali è stata volutamente e sistematicamente occultata, negata da una parte politica e dalle Istituzioni che da quella parte politica erano rappresentate. Nei libri di storia, distribuiti nelle scuole, gli studenti studiavano la storia di Roma, la storia del Settecento, dell’Ottocento e poi della Prima e della Seconda guerra mondiale. Ma non c’erano le pagine sulla tragedia delle foibe, non è che fossero state strappate, non c’erano proprio, annullate, inesistenti. Sia chiaro, la mia non vuole essere un’accusa a qualcuno, anzi è un riconoscimento a quelle forze politiche che, mute per decenni, in quell’occasione hanno però saputo fare un passo coraggioso per far conoscere la verità”.

“Celebrare il Giorno del Ricordo dei martiri delle foibe e degli esuli istriano, giuliano e dalmati vale da sola una vita di militanza. Un’emozione che spacca il cuore vedere l’Aula di Montecitorio con le massime autorità civili, militari e religiose, ricostruire la storia del fronte orientale e le crudeltà che si consumarono a guerra finita, dunque ancor più infami, ai danni degli italiani”, è invece il messaggio di Fabio Rampelli, deputato di Fratelli d’Italia e vicepresidente della Camera.

Timidi ma “parlanti” i leader dell’opposizione

E l’opposizione? Elly Schlein s’è scomodata in prima persona: “Ricordare non solo come atto di giustizia per il passato ma come dovere per il futuro: la giornata di oggi, dedicata alla tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre di istriani, fiumani e dalmati, e della complessa storia del confine orientale, testimonia ancora una volta le conseguenze catastrofiche dei totalitarismi e dei nazionalismi, tutti. Il ricordo di quelle atrocità deve aiutarci soprattutto oggi a produrre anticorpi perché simili orrori non si ripetano, difendendo la libertà, il rispetto dei diritti umani e della convivenza pacifica”. Giuseppe Conte, invece, ha messo anche i paletti:”Le donne, vivi e morti, intere famiglie: tutti gettati nell’abisso delle foibe. Dobbiamo tutelare la memoria di un’ondata di violenza che ha prodotto dolore, morti, profughi. Abbiamo solo un modo per ricucire certe ferite: evitare le strumentalizzazioni e guardare in faccia l’orrore che producono i totalitarismi, per ricordare sempre di dire ‘mai più’”.