L’omicidio di Quentin è il punto di non ritorno: la sinistra deve isolare gli “antifà”

L'editoriale

L’omicidio di Quentin è il punto di non ritorno: la sinistra deve isolare gli “antifà”

L'Editoriale - di Antonio Rapisarda - 18 Febbraio 2026 alle 07:52

La sinistra italiana deve prendere le distanze, una volta per tutte, dal movimento “antifà”. Senza se e senza ma. Le notizie che giungono dalla Francia, con gli arresti di cinque militanti antifascisti (fra cui Jacques-Elie Favrot, l’assistente parlamentare di un altro pericoloso estremista come Raphaël Arnault, deputato eletto della France Insoumise di Mélenchon) per l’omicidio del giovane identitario Quentin Deranque a Lione, certificano ciò che il Secolo d’Italia – insieme a pochi altri – denuncia da mesi: l’utilizzo criminale e liberticida dell’antifascismo militante come “corpo scelto” per intraprendere la battaglia (ormai) senza quartiere contro la destra e la sua agibilità. E, come è avvenuto a Torino a firma Askatasuna, contro chiunque si frappone al loro “progetto”: a maggior ragione se indossa una divisa. Lo abbiamo detto e chiesto più volte ai diretti interessati: che ci fanno membri della sinistra istituzionale a fianco degli “antifà”? Silenzio.

Ecco la spiegazione. Sconfitta puntualmente alle urne, abbandonata dai corpi sociali, senza più un’agenda che non siano le istanze dell’individualismo borghese più spinto, alla sinistra istituzionale non resta che sposare le cause più radicali per sperare di agganciarsi a una pur minima proiezione popolare. Ed è così che negli ultimi tempi ha pensato bene di fare “campo largo” saldandosi moralmente con gli antagonisti, con il movimento Pro-Pal e persino con i maranza. Se la «rivolta sociale» di Maurizio Landini è stato un primo (irresponsabile) richiamo senza alcun costrutto, la sinistra – con un Pd senza baricentro, costretto ad inseguire i 5 Stelle e Avs – ha offerto sponde e difesa all’ondata contestataria alimentata dagli antifà. Non solo: ne ha subito la fascinazione, il contagio. Tant’è che è diventato difficile scindere le piattaforme. Sapremo perfettamente, cioè, quando a sinistra interverranno a difesa «della grande maggioranza di manifestanti pacifici, ostaggio di pochi infiltrati» (la formuletta con cui si minimizzano le violenze dei centri sociali ogni fine settimana); rimarrà un mistero stabilire quando Elly Schlein e i suoi si recheranno, almeno una volta, a Kiev.

Se Pd e M5S si “limitano” a fornire copertura alle piazze e a monetizzare di rimessa qualsiasi polemica per fare opposizione al governo, inquietante è la compagnia di giro a cui Alleanza Verdi e Sinistra, un partito cardine del campo largo, ha offerto la propria tribuna. Fra le sue file può vantare l’elezione a Bruxelles di Ilaria Salis, salvata dal processo dopo essere stata imputata a Budapest per vicinanza ai vigliacchi della Hammerbande, i martellatori che colpiscono alle spalle gli esponenti della destra. Altro elemento di spicco delle ditta gialloverde è l’onorevole di Avs Marco Grimaldi che non solo si è presentato in piazza con e per Askatasuna ma che dopo il ferimento del poliziotto (a martellate, ovviamente) è riuscito a scaricare la colpa sul governo Meloni: «Quelle immagini non ci sarebbero mai state senza lo sgombero di Askatasuna». Nelle ultime ore – a proposito dell’aggressione a Quentin e alle donne del collettivo Nemesis – è emerso poi che proprio Ilaria Salis, sempre lei, e Mimmo Lucano siano stati fra i firmatari di un “Appello internazionale per il rafforzamento dell’azione antifascista e antimperialista”: un documento “operativo” fatto proprio anche dalla Jeune Garde Antifascistcon tanto di sottoscrizione del suo fondatore Arnault. Personaggio, quest’ultimo, schedato come «elemento pericoloso» dallo Stato francese e premiato con un seggio da Mélenchon. Il cui partito, ricordiamolo, siede a Bruxelles nello stesso gruppo di M5S e Avs…

E proprio Arnault e i suoi sgherri, fra cui l’arrestato Favrot, sono di casa per la sinistra romana: ospiti – come ha scovato il Giornale – pochi anni fa di un presidente di Municipio di Avs (da cui il primo è stato premiato) e poco più di un mese fa dai centri sociali. L’occasione della trasferta di Arnault è stata dare manforte agli antifascisti italiani per contestare la commemorazione della strage, rimasta impunita, di Acca Larenzia. Anniversario in cui gli antifà – inclusi, guarda caso, alcuni “stranieri” – hanno dato prova di sé con la vile aggressione in branco nei confronti di quattro giovanissimi militanti di Gioventù nazionale in affissione in ricordo dei propri martiri.

È chiaro che non ci troviamo più davanti a casi isolati ma una commistione preoccupante fra extraparlamentari violenti, sempre più organizzati in un network internazionale, e ambienti di quella sinistra che sostiene di candidarsi per governare. Lo abbiamo registrato qualche giorno fa: all’antifascismo militante senza più sol dell’avvenire è rimasto solo il martello. Speriamo che almeno alla sinistra rimanga un po’ di cervello e senso di responsabilità per capire la piega e i rischi di assecondare e coccolare una simile “compagnia”.