La crisi di Macron per le parole (giuste) di Meloni: l’incapacità di capire il pericolo globale dell’odio antifà

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La crisi di Macron per le parole (giuste) di Meloni: l’incapacità di capire il pericolo globale dell’odio antifà

La risposta “revanscista” di Macron, invece di unirsi all’appello della premier italiana per disinnescare la spirale d’odio (e contribuire alle indagini sui legami fra "antifà" francesi e italiani), si è impantanata nello sterile cliché «dei francesi che si incazzano»

L'Editoriale - di Antonio Rapisarda - 19 Febbraio 2026 alle 18:56

Emmanuel Macron, lo diciamo con rispetto per il ruolo di capo di Stato di Francia, ha confermato ancora una volta di avere uno spessore politico “micron”. La goffa reprimenda nei confronti di Giorgia Meloni («Sono sempre colpito nel vedere che i nazionalisti, che non vogliono essere disturbati a casa propria, sono sempre i primi a commentare ciò che accade a casa degli altri») per il suo intervento di cordoglio per Quentin Deranque, il giovanissimo identitario ucciso da un branco di antifascisti, è stata una trovata a dir poco disarmante. Rivela, al netto della debolezza e del nervosismo ormai fuori controllo di un protagonista in declino, un’incapacità di lettura dei fenomeni che aiuta a comprendere, dall’altro lato, come e perché l’inquilino dell’Eliseo abbia ripetutamente fallito davanti a tutte le crisi che attraversano la sua Nazione. Inclusa quella della violenza.

Il caso di Quentin, per quanto in parte inserito ovviamente nelle dinamiche particolari della lotta politica transalpina, non è certo un problema francese. È una tragedia “occidentale”: esattamente come è stato l’omicidio di Charlie Kirk negli Stati Uniti. Entrambe vicende che non conoscono confini (invocarli e rivendicarli solo e davanti a momenti del genere, come ha fatto Macron, è semplicemente ridicolo) e che hanno scosso le opinioni pubbliche per un motivo in particolare: perché l’antifascismo militante è una dottrina di odio e discriminazione che ha lanciato una sfida a tutte le nostre democrazie. E ciò vale a Parigi come a Roma, a Washington come a Londra.

Le parole di Giorgia Meloni si riferivano proprio a questo: «La morte di un ragazzo poco più che ventenne, aggredito da gruppi riconducibili all’estremismo di sinistra e travolto da un clima di odio ideologico che attraversa diverse Nazioni, è una ferita per l’intera Europa». Un fenomeno che colpisce tutti. È questa deriva il problema perché, ha sottolineato la premier, «quando l’odio e la violenza prendono il posto del dialogo, a perdere è sempre la democrazia». Nessuna entrata a gamba tesa italiana né alcun tono polemico nei confronti dell’Eliseo. Al contrario: quello di Meloni è stato un segnale di vicinanza al popolo francese e di sostegno alle sue istituzioni.

La risposta “revanscista” di Macron, invece di unirsi all’appello della premier italiana per disinnescare la spirale d’odio (e contribuire alle indagini sui legami fra “antifà” francesi e italiani), si è impantanata nello sterile cliché «dei francesi che si incazzano». Certo, la crisi di nervi deriva anche dal fatto che il presidente sa bene che una certa impunità per gli “antifà” è anche frutto dei suoi marchingegni: perché l’ingresso nell’Assemblea nazionale di tanti estremisti di sinistra de La France insoumise (come il “segnalato” e pericoloso Raphael Arnault, i cui due assistenti parlamentari sono stati arrestati proprio per l’assassinio di Quentin) sono il frutto avvelenato della desistenza architettata proprio da Macron per fermare l’avanza democratica del Rassemblement national. Ma questo è un altro discorso. O meglio, è un discorso di verità che forse il leader francese dovrebbe fare su chi davvero mette in pericolo i valori repubblicani: l’“islamo-gauchismo” fomentato, guarda un po’, proprio da Mélenchon & co. La prenda pure come una nostra “ingerenza”. Resta un dato di fatto.