A sinistra fessi e contenti con Sanchez: non solo la fregata a Cipro, dalle basi Usa in Spagna un intenso via vai per l’Iran

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A sinistra fessi e contenti con Sanchez: non solo la fregata a Cipro, dalle basi Usa in Spagna un intenso via vai per l’Iran

Il premier spagnolo si è presentato come l'unico leader eroico in grado di dire no al "bullo" Trump, mandando in visibilio Schlein & co. Ma El Mundo rivela che dal 27 febbraio da Rota e Morón sono partiti almeno 40 voli

Politica - di Annamaria Gravino - 6 Marzo 2026 alle 14:23

La decisione di inviare la fregata “Cristobal Colon” a Cipro e un inteso via vai dalle basi americane di Rota e Morón. All’indomani del discorso di Pedro Sanchez sul “no alla guerra”, che ha tanto esaltato la sinistra italiana, la posizione del premier spagnolo appare quanto mai contraddittoria rispetto alle scelte assunte dal suo esecutivo e a ciò che poi realmente avviene in Spagna.

Sanchez chiamato a spiegare l’invio della fregata a Cipro

È di oggi la notizia secondo cui Sanchez ha chiesto di riferire al Congresso spagnolo per illustrare la posizione del governo sulla situazione in Medio Oriente. Un’audizione urgente era stata in realtà già chiesta dal Partito popolare, proprio alla luce dell’invio della fregata a Cipro, in «una zona di conflitto». La mossa di chiedere lui di essere sentito appare dunque come un tentativo di riprendere le redini di una situazione che pare ampiamente sfuggita di mano, in cui l’auto-narrazione di governo eroico che si oppone al “bullo” Trump si sgretola su una realtà che vede la Spagna agire in linea con gli altri partner. Esattamente come ricordato dal ministro della Difesa Guido Crosetto ieri alla Camera, quando ha segnalato che «l’utilizzo delle basi che noi stiamo concedendo è uguale a quello che concede la Spagna».

Il via vai dalle basi di Rota e Morón

Più dell’invio della “Cristobal Colon” a Cipro, che si potrebbe giustificare nell’ambito di un impegno per l’Ue, come del resto ha detto lo stesso ministro della Difesa spagnolo, Margarita Robles, per Sanchez appare assai imbarazzante quello che avviene nelle due basi americane di Rota e Morón e che rappresenta il vero terreno su cui si misura l’inconsistenza di quella postura da “eroe” che tanto ha esaltato certe anime belle anche in Italia. «Non saremo complici per paura di rappresaglie», ha tuonato Sanchez due giorni fa, ribadendo il no all’utilizzo di basi sulle quali ha rivendicato la sovranità. Nel frattempo, però, da quelle basi continuavano a partire decine di aerei.

Il sindaco socialista di Rota: «Vediamo movimenti di aerei e navi tutti i giorni»

Lo ha rivelato El Mundo e lo hanno confermato anche gli amministratori locali, in particolare il sindaco di Rota, Javier Ruiz Arana, socialista come il premier. «Noi continuiamo a vedere movimenti di aerei e navi tutti i giorni, ma non domandiamo mai dove vadano né da dove vengono. Entrano ed escono e non ci informano mai, ma continuano ad esserci movimenti a Rota», ha detto il primo cittadino in un’intervista all’emittente locale Canal Sur Radio.

Almeno 40 voli, 24 dei quali di aerei da guerra coinvolti in Iran

Secondo quanto riportato da El Mundo dal 27 febbraio, vigilia dell’attacco Usa-Israele in Iran, a ieri ci sono stati almeno 40 voli da e per le due basi. Rota, nei pressi di Cadice, è quartier generale della U.S. Naval Forces Europe-Africa e porto logistico per la sesta flotta. Moron, in Andalusia, è invece utilizzata per il rifornimento e il trasporto verso Africa e Medio Oriente. Tra i 40 movimenti di cui dà conto El Mundo, dettagliando anche il tipo di mezzi coinvolti, ci sarebbero 24 partenze di aerei da guerra, anche impegnati direttamente nella missione in Iran, sebbene dopo uno scalo in altre basi europee.

Quello che Sanchez non dice

Una fonte dell’aeronautica spagnola citata dal quotidiano ha spiegato che lo scalo in altre basi europee sarebbe un escamotage che consente agli Usa di «evitare di dover fornire spiegazioni alla Spagna, poiché in pratica presenta solo un piano di volo tra basi europee, non la partecipazione a un’offensiva unilaterale», vietata dai trattati. È possibile che Sanchez non lo sapesse quando ha tenuto il suo tanto acclamato discorso sul “no alla guerra”? O è più probabile che il premier socialista abbia scelto – con un certo cinismo – di raccontare all’opinione pubblica del suo Paese e ai “compagni” sparsi per l’Europa, Italia in testa, una favoletta con cui esaltarsi e in cui lui è l’eroe solitario e coraggioso che si erge a difesa dell’umanità in un mondo di leader pavidi? E a quale prezzo?

Tajani: «Non mi pare che abbia granché a cuore le relazioni transatlantiche»

Mentre alcuni, come Elly Schlein vorrebbero una Meloni che facesse come Sanchez, altri ricordano che il prezzo di questa gloria personale è la tenuta delle relazioni transatlantiche in un momento in cui ce n’è ancora più bisogno. «Certamente è stata una scelta politica quella di Sanchez, che non mi pare che abbia granché a cuore le relazioni transatlantiche», ha commentato Antonio Tajani, parlando al programma Start su Sky Tg24. «Anche noi non vogliamo la guerra. Anche noi siamo contro la guerra. Anche noi lo abbiamo nella Costituzione. Abbiamo detto e ribadito che non faremo mai la guerra», ha ricordato il ministro degli Esteri, avvertendo però che «dobbiamo sempre ricordare che noi siamo l’Occidente e siamo due facce della stessa medaglia» e che questo «non significa essere sottomessi a Trump», ma «significa avere una linea politica». «Noi diciamo le cose che diciamo oggi quando c’era Biden, le dicevamo quando c’era Clinton, le dicevamo quando c’era Bush, le dicevamo quando c’era Reagan», ha ricordato ancora il vicepremier.

E pure Renzi ammette: «Da Pedro facile populismo»

Che le parole di Sanchez siano stata una spericolata decisione politica lo hanno sottolineato è opinione emersa anche nei commenti di vari analisi. E oggi pure Matteo Renzi, intervistato oggi dal Corriere della Sera, pur mantenendo i consueti toni critici nei confronti del governo, ha definito «l’uscita di Pedro» come «figlia di un facile populismo».