Gen 20 2014

La Cina in Africa. Treni, computer e mazzette

Gran casino a Nairobi. Appena poche settimane dopo la chiusura — con le firme del presidente Uhuru Kenyatta e dell’executive director di China Communication Construction ltd, Lui Qitao — del super contratto per la costruzione della nuova ferrovia trans-africana Mombasa-Nairobi-Kampala, i leader dell’opposizione hanno lanciato una violenta campagna stampa accusando il Pubblic Investement Committee — l’organo di controllo statale — di frode e corruzione. Nulla di strano e, considerati gli standard africani (ma anche italiani…), nulla di nuovo: da queste parti mazzette e tangenti sono la regola non  l’eccezione. Di diverso questa volta è l’entità della cifra — svariati milioni di dollari — e gli interlocutori, i cinesi. Secondo il capofila dell’United Repubblican Party William Ruto, alcuni membri dell’amministrazione avrebbero convinto gli intraprendenti asiatici a far levitare i prezzi delle opere. Di certo vi è un deciso aumento dei costi: ogni chilometro di strada ferrata verrà a costare ben 3,7 milioni di dollari invece dei 2,9 milioni previsti…

Per Ruto e i suoi è l’ennesima occasione per mettere in imbarazzo il detestato Kenyatta, già contestato per la sua incriminazione al tribunale internazionale dell’Aia e l’opaca gestione del recente attentato terroristico di Nairobi. Ma non solo. Dietro ai veleni del “rail gate” il Kenya (e non solo) inizia ad interrogarsi sulla deriva filocinese del presidente. La faccenda dei “binari d’oro” si somma, infatti, ad una serie di impreviste quanto significative aperture del governo agli “amici di Pechino” come la gestione dello strategico porto di Mombasa, la concessione di preziose zone minerarie, la costruzione di un oleodotto dal Sud Sudan alla costa e il rilascio, lo scorso anno, di ben 25mila permessi di lavoro ad “esperti” cinesi.

Da qui, al netto delle polemiche politiche, l’inquietudine della borghesia commerciale locale (principalmente musulmana e indiana) sempre più infastidita dall’invasità di Pechino, la preoccupazione degli investitori stranieri e lo sconcerto del potente alleato americano, regista e finanziatore dell’occupazione keniota (una guerra a bassa intensità e poco pubblicizzata) nella Somalia meridionale.

Nel frattempo, incuranti (almeno apparentemente) della bufera di Nairobi, i rappresentanti del dragone proseguono lungo il loro cammino. Con qualche piccolo accorgimento. Per placare le polemiche Pechino ha varato leggi più severe contro il contrabbando d’avorio — un turpe commercio che solo lo scorso anno ha causato l’abbattimento di ben 350 elefanti nel paese africano — e ha donato migliaia di computer al ministero dell’Istruzione. Bazzecole di fronte ad un investimento infrastrutturale di 5,2 miliardi dollari che rappresenta il futuro asse di penetrazione commerciale nell’intera Africa equatoriale.  La commessa assegnata  (senza gare, con buona pace di Italferr che ci sperava…) alla China Road Corporation ha come primo obiettivo sviluppare entro il 2017 il traffico cargo tra Nairobi e lo scalo di Mombasa. In un secondo tempo la ferrovia verrà prolungata verso l’Uganda, il Congo, il Ruanda, il Burundi e il Sud Sudan. Il cuore e lo scrigno dell’Africa.

Non è tutto. Accanto alla linea trans-africana, Pechino ha proposto a Kenyatta un piano da 25 miliardi di dollari per sviluppare il porto di Lamu, 300 chilometri a nord di Mombasa, e trasformarlo in un grande polo logistico e nel terminale degli oleodotti sud sudanesi. Il progetto prevede anche la realizzazione di una linea ferroviaria lungo la costa e la trasformazione del piccolo aeroporto di Malindi in uno scalo internazionale. Anche in questo caso l’Europa e l’Italia restano a guardare.

di: Marco Valle @ 11:37


Gen 06 2014

Acca Larenzia, la strage rimossa. Così la videro quelli che nel ’78 stavano a sinistra e oggi invocano il dialogo

“Più di dieci anni fa dovevo andare in un liceo di Milano con Ignazio La Russa per parlare agli studenti degli anni di piombo. Doveva essere un gesto di riflessione comune. Ma la notizia fu divisiva, montò un clima di mobilitazione contraria, non se ne fece niente…”. A raccontare è Fiorello Cortiana, già senatore dei Verdi, amico di Alex Langer e prima ancora militante di Lotta continua. Il superamento della violenza di quegli anni per lui, nel 1978, quando il 7 gennaio tre giovani missini cadono uno dopo l’altro in un’angusta e buia strada della periferia di Roma sud, era già in atto: in quel periodo Cortiana è nel servizio d’ordine degli indiani metropolitani Continua a leggere”Acca Larenzia, la strage rimossa. Così la videro quelli che nel ’78 stavano a sinistra e oggi invocano il dialogo”

di: Annalisa Terranova @ 09:31


Dic 30 2013

Il Secolo d’Italia augura un felice 2014 a tutti i suoi lettori

A tutti i lettori, che ci seguono sempre con grande affetto e partecipazione, giungano i nostri auguri di un felice anno nuovo. Il 2014 sarà ricco di sorprese e di nuove battaglie politiche, che condurremo con l’aiuto di tutti voi. Il Secolo d’Italia, dopo la pausa di Capodanno, riprenderà gli aggiornamenti on line giovedì 2 gennaio.

di: Redazione @ 12:11


Dic 28 2013

L’ex comunista Morin: che pena la sinistra che oscurò la rivolta tedesca contro l’Urss del ’53

Ancora prima di Budapest e di Praga, fu Berlino a ribellarsi alla tirannide comunista. «Fu la prima rivolta popolare contro la dominazione dell’impero sovietico: fui terribilmente commosso da questa prima rivolta operaia contro il sistema sovietico». A parlare è l’intellettuale francese Edgar Morin, ricordando la ribellione che andò in scena nella parte Est dell’ex capitale tedesca nel 16 e 17 aprile del 1953. Continua a leggere”L’ex comunista Morin: che pena la sinistra che oscurò la rivolta tedesca contro l’Urss del ’53″

di: Gloria Sabatini @ 16:10


Dic 23 2013

Buon Natale a tutti i lettori del “Secolo d’Italia”

Auguriamo un felice Natale a tutti i nostri lettori. Il “Secolo d’Italia” tornerà con gli aggiornamenti on line il giorno 27 dicembre.

di: Redazione @ 09:14


Nov 11 2013

Scudetto alla Roma? Diamine, che jella da quando Marino ha minacciato di denudarsi…

Il sindaco Ignazio Marino scopre purtroppo troppo tardi per i tifosi romanisti il valore della scaramanzia. Ai microfoni di Radio 24 il primo cittadino ha risposto in maniera molto “abbottonata” alla domanda: la Roma ha possibilità di vincere lo scudetto? «Sono molto Continua a leggere”Scudetto alla Roma? Diamine, che jella da quando Marino ha minacciato di denudarsi…”

di: Antonella Ambrosioni @ 19:12


Nov 07 2013

Attenti, rischiamo di essere controllati come ai tempi della Stasi nella Germania comunista

Ricordate il film Le vite degli altri, recentemente ritrasmesso in tv, dedicato alla spaventosa intrusione della Stasi (Staats Sicherheit, polizia segreta di Stato) nella vita privata dei cittadini nella Germania comunista prima della caduta del muro di Berlino? Ebbene, ci stiamo arrivando. Saccomanni annuncia che sarà varata una ulteriore riduzione Continua a leggere”Attenti, rischiamo di essere controllati come ai tempi della Stasi nella Germania comunista”

di: Luciano Garibaldi @ 17:07


Nov 05 2013

I moti triestini del ’53: così li raccontarono il Secolo e Giorgio Almirante

Nel novembre del 1953 – sessanta anni fa – la città di Trieste viveva giornate drammatiche, diventando teatro di imponenti manifestazioni per il ritorno all’Italia del TLT (Territorio libero di Trieste). Una mobilitazione spontanea di studenti e cittadini accolse la provocazione del generale inglese Sir Thomas Winterton, governatore della città, che impose al sindaco di rimuovere il Tricolore issato sul Municipio triestino. Il sindaco, Gianni Bartoli, rifiuta. È il 4 novembre del 1953 e da quel momento cortei e tumulti hanno luogo in varie zone della città. Continua a leggere”I moti triestini del ’53: così li raccontarono il Secolo e Giorgio Almirante”

di: Annalisa Terranova @ 18:27


Nov 05 2013

Renato Zero all’attacco: «Carceri affollate? Gli immigrati sono troppi»

Renato Zero come non te lo aspetti in un’intervista all’Huffington Post. «Non possiamo continuare – dice l’artista al quotidiano online diretto da Lucia Annunziata –  ad assorbire l’arrivo di persone da altri Paesi non avendo le strutture adeguate per riceverle». Da una parte c’è l’Italia con i suoi problemi e con le sue angosce per il futuro di tanti giovani Continua a leggere”Renato Zero all’attacco: «Carceri affollate? Gli immigrati sono troppi»”

di: Corrado Vitale @ 17:56


Nov 01 2013

Un anno fa la morte di Rauti. Ecco una sua riflessione su anni di piombo e terrorismo pubblicata sul “Secolo” nel 1979

Il 2 novembre di un anno fa moriva Pino Rauti. La sua figura politica sarà ricordata il 5 novembre in un convegno alla Fondazione Nuova Italia (ore 18) in via in Lucina 17 cui prenderanno parte, oltre alle figlie Isabella e Alessandra, lo storico Giuseppe Parlato, Gennaro Malgieri, Luciano Schifone e Silvano Moffa. Pubblichiamo di seguito un editoriale di Pino Rauti comparso sul Secolo d’Italia l’11 gennaio del 1979. Rauti lo aveva scritto pensando all’anniversario della strage di Acca Larenzia perché il ministero degli Interni aveva vietato ogni manifestazione e gli animi erano caldi. Il pezzo – intitolato “Chi sono, chi siamo” – fu messo in pagina quando ancora non era nota la morte di Alberto Giaquinto, il 10 gennaio del 1979. L’articolo contiene un lungo e accorato appello contro la deriva del terrorismo rivolto ai giovani di destra. Fu merito storico di Rauti essersi opposto, anche con iniziative come i Campi Hobbit, a quella deriva, avere detto con chiarezza che lo spontaneismo armato non apparteneva alla tradizione della destra. Parlando dei caduti di Acca Larenzia invita persino a non “sgualcire” il loro “sacrificio purissimo” con “cerimoniali banali”. La manifestazione a Centocelle in cui morì Giaquinto fu il frutto avvelenato di un clima che Rauti qui descrive alla perfezione. Il suo è un appello alla responsabilità, è un invito a superare gli opposti estremismi, è un pezzo utile per riflettere sulla violenza politica e che a distanza di anni rappresenta un documento storico di eccezionale valore.

 

 

Sembra impossibile, eppure accade: ogni anno, tra la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno, soprattutto a Roma, si tenta , si realizza, lo stesso “gioco”: lo stesso squallido e sanguinoso giuoco: mettere in piedi un meccanismo di tensioni, di azioni e di reazioni, di esasperazioni, che poi fanno da retroterra ad oscuri e torbidi episodi il cui risultato politico è uno solo, quello di continuare a scagliare la sinistra più o meno estremas contro i giovani del nostro schieramento politico. E intanto l’antifascismo si rimobilita, dà fiato a tutte le sue trombe, rincolla i suoi cocci – che altrimenti tutti vedrebbero quanti e quali siano – mentre la stessa sinistra si riprende, almeno per qualche tempo, dalla crisi profondissima in cui versa e l’intesa di maggioranza, il compromesso storico, si rinsalda proprio nella fase in cui, invece, accenna ad andare a rotoli.

Il “cui prodest” è, dunque, di rigore: il vecchio, classico, semplice ed elementare “a chi giova?” dovrebbe servire a capire come vanno queste vicende. L’anno scorso, alla fine di settembre, fu l’omicidio di Walter Rossi, mai chiarito nella sua stessa dinamica oltre che nelle sue motivazioni, decine e decine di arresi, poi, il nulla giudiziario, e ancora si brancola nel vuoto, perché naturalmente ben altre piste (che non portavano certamente a noi) sono state accuratamente trascurate. Ma intanto, una frattura nuova si era aggiunta, fatta di istigatissimo odio forsennato. E poi venne Acca Larenzia, i tre giovani nostri assassinati da un “commando” sul quale non si è mai accennato neanche a un indizio di indagine seria e da un appartenente alle forze dell’ordine di cui non si è saputo più nulla.

Adesso, nella inconcepibile e inqualificabile condotta delle autorità e degli uffici questorili (con il ministero dell’Interno alle spalle), che prima permettono e poi negano, prima autorizzano e poi aizzano ritrattando, si è scatenata un’altra ondata di disordini, i cui autori e registi restano accuratamente nell’ombra.

Che non sia, in alcun modo e ad alcun titolo “nostro” tutto ciò, è dunque chiaro; e tale dovrebbe apparire a chiunque abbia soltanto un briciolo di intelligenza politica e voglia lealmente militare nelle nostre file. ma precisato questo non si è detto ancora tutto, anzi si corre il rischio di restare alla superficie degli avvenimenti.

Ogni ragionamento coerente – di quelli che una volta servivano e bastavano a mettere a posto le cose – appare ormai insufficiente. Perché viviamo in tempi nei quali il livello di violenza, anche quello cosiddetto “medio”, come dicono i sociologi e i politologi, quello spicciolo e corrente – tende ad espandersi, e il suo richiamo torbido e vischioso filtra, si insinua e si diffonde per mille e mille rivoli, specie su argomenti e in momenti di alta emotività; soprattutto quando sull’altro versante politico, sia il sistema nel suo complesso e sia la sua “ala sinistra” continuano ogni giorno ad assestare i colpi della sopraffazione, della più ottusa discriminazione.

Allora il “che fare?” riemerge perentorio, con accenti e toni di rabbiosa insistenza; allora le stesse ricorrenze celebrative legate al ricordo dei nostri giovani assassinati e che non hanno avuto neanche un simulacro di giustizia, non si vorrebbero sgualcite da cerimoniali banali o niente affatto omogenei al loro sacrificio purissimo.

Ed è qui che si fa avanti, che può trovare un suo spazio di suggestione la tentazione di mutuare dall’avversario, sulla spinta dell’esempio perverso portato avanti dai provocatori, le sue tecniche e le sue metodologie, anche le più fanatiche e sanguinarie.

E’ questo il grosso tentativo che è in atto nei confronti della nostra gioventù; è questo che bisogna denunciare; è su questo che occorre fare chiarezza. E anche in tale visuale bisogna dire: “no!”, chiaramente e decisamente “no!” e bisogna sostenere, e dimostrare, secondo verità, che non c’è niente di nostro. E non solo per una serie di ragionamenti politici attinenti alla fase attuale della nostra lotta politica, al quadro che si è determinato e che vi perdura dal ’45 in poi, alla preminente esigenza che abbiamo di “attualizzare” tutti i nostri contenuti programmatici tenendo conto della società nella quale ci troviamo concretamente ad agire. Non soltanto per questo, che potrebbe apparire di poco conto, specie per i più giovani cresciuti in questi anni di violenza scatenata che, si può ben dire, si respira nell’aria stessa di ogni giorno di questa società malata. Ma -soprattutto ed essenzialmente – per una questione di fondo, per motivi di principio; per ciò che attiene prima e più ancora che alla politica, alla morale, all’etica, allo stile, alla nostra stessa concezione della vita e del mondo.

Il terrorismo non è nostro; non è nelle nostre tradizioni, non c’è mai stato; non ha il benché minimo diritto di entrarvi. va respinto, ove mai tentasse di allignarvi, proprio in nome dei valori per i quali ci battiamo. Esso promana dall’anarchismo, ha accompagnato e quasi ritmato le fasi più aspre della lotta politica marxista, ha trovato il suo nuovo rilancio nel partigianesimo durante la seconda guerra mondiale ed è lì, infatti, che si riferisce e si autogiustifica; a quell’archetipo recente e gratificante.

Noi veniamo da un’altra storia, da bel altro filone di vita e di battaglia; se vogliamo dare a questi problemi livello e dignità di analisi nel profondo e nei rispettivi retroterra; noi veniamo dal combattentismo, dal volontariato, dall’arditismo; da tutto ciò che, anche in termini di durezza, ha sempre, dico sempre, postulato il pagare in prima persona, il battersi a viso aperto; il non colpire mai alle spalle; il non emergere vigliaccamente dall’ombra; il non coinvolgere gli innocenti e gli inermi.

Gli altri lo fanno, e guadagnano terreno, e diventano forti, sento dire: ma noi non siamo gli altri, siamo “noi” e anche per questo non soltanto ci sentiamo diversi, ma superiori.

E poi quale terreno, quale forza acquisiscono? Anche perché non badano ai mezzi e dimenticano che pure l’uso di certi mezzi qualifica in un certo modo il fine, quando sembra che vincono, quando vanno al potere, quando e là dove creano i loro regimi, i loro Stati e le loro società, in realtà falliscono; drammaticamente e inevitabilmente: guardate la Russia con lo stalinismo; guardate il dopo Stalin con il dissenso, guardate il Vietnam con la Cambogia; guardate Pechino dove stanno per mettere in vendita la … Coca Cola.

A sinistra sta venendo la grande crisi; sta a noi, adesso – in termini di idee, di cultura, di programmi, di rilancio sociale – sta a noi coglierne il senso, per non perdere una grande occasione di rilancio e di affermazione, Ecco come , restando fedeli alle nostre idee, alla loro coerenza etica, ai loro contenuti spirituali e più nobili, si può, si deve, fare politica; per nobilitarle e affermarle al tempo stesso, quelle idee.

Pino Rauti

di: Redazione @ 09:57


Set 07 2013

Quella notte dell’8 Settembre di settant’anni fa…

Perché il Re Vittorio Emanuele III, il governo Badoglio e tutti i capi delle Forze Armate lasciarono Roma nella notte fra l’8 e il 9 settembre 1943, abbandonando l’esercito italiano (una forza di due milioni di uomini) alla più rovinosa delle catastrofi? Fu una ignominiosa fuga, come da allora sostengono i nemici della monarchia, o fu una opportuna, ancorché drammatica decisione, presa a denti stretti nell’intento di salvare l’istituzione monarchica e garantire una continuità di governo al Paese, di fronte al rischio che i tedeschi, diventati improvvisamente padroni di Roma, arrestassero tutti, famiglia reale e governo, decapitando così l’Italia e cancellandola dalle carte geografiche?

A 70 anni dal più tragico evento della nostra storia, una risposta univoca non esiste, e le due interpretazioni storiografiche in conflitto trovano ancora ragioni che militano a proprio favore. C’è un mistero, nella tragedia dell’8 settembre, che nessuno storico è riuscito a svelare: perché gli americani non difesero Roma, lanciando nel cielo della capitale – come pure avevano promesso al momento dell’armistizio, firmato a Cassibile, in Sicilia, il 3 settembre, dal nostro plenipotenziario, generale Castellano – la 82a Divisione aviotrasportata? Fu per malafede che Eisenhower lasciò nelle peste il povero Badoglio? O, ancora, tutta la colpa fu dei generalissimi italiani, i vari Ambrosio, Roatta e Carboni, inetti e pasticcioni? Centinaia di ricostruzioni storiche, decine di memoriali non hanno risposto con certezza a queste domande. Il lettore trarrà le sue conclusioni, dopo aver ripassato assieme a noi gli avvenimenti.

Che hanno inizio la sera del 7 settembre 1943, allorché giungono a Roma, a bordo della sacramentale autoambulanza, due alti ufficiali americani, raccolti in mare poche ore prima come finti prigionieri. Sono il generale Maxwell Taylor, giovane e atletico vicecomandante delle forze paracadutiste Usa, e il suo aiutante di campo, tenente colonnello Gardiner. Scortati in un ufficio del ministero della Guerra (pensate che indossano, in piena capitale nemica, le loro regolamentari divise!) attendono tre ore che si presenti il generale Carboni, comandante del Corpo motocorazzato e contemporaneamente del SIM, il servizio segreto militare. Finalmente l’azzimato ufficiale, notoriamente più pratico di alcove femminili che di piani segreti di guerra, fa il suo ingresso e viene verbalmente aggredito dai due americani, che hanno una fretta maledetta e vogliono sapere dove far atterrare i paracadutisti, poiché l’annuncio del «cessate il fuoco» tra italiani e Alleati è ormai imminente. Ma Carboni: «È impossibile! I tedeschi hanno occupato tutti gli aeroporti! Bisogna assolutamente rinviare la notizia dell’armistizio. Del resto, Castellano ci aveva assicurato che essa non sarebbe stata da voi diffusa prima del 12 settembre».

Carboni, però, per quanto concerne le mosse dei tedeschi, è assai male informato. Come scriverà, nel suo libro di memorie, l’ambasciatore tedesco a Roma, Rudolf Rahn, «Kesselring aveva dato l’ordine di suscitare, con il trucco di automezzi fatti circolare rapidamente negli aeroporti, l’impressione di un apparato militare superiore a quello effettivo».

Sbalordito, Taylor, il quale sa che la notizia verrà data l’indomani, chiede di essere portato immediatamente da Badoglio. Alle 3 della notte il terzetto arriva alla villa del capo del governo. Il quale, pur sapendo che i due ufficiali americani stavano per arrivare, se n’era andato a dormire! Mezzo insonnolito, con una vestaglia indosso, Badoglio ascolta l’esposizione di Taylor, e infine lo supplica di inviare un cablo a Eisenhower perché sospenda l’azione. «Rivolgendosi all’americano, disse: «Non lasciateci soli. Se i tedeschi ci prendono…». Qui s’interruppe e, portando di taglio la mano alla gola, fece il gesto dello sgozzare». (Paolo Monelli, «Roma ’43»). Concetto che non farà che ripetere anche durante il viaggio verso Pescara, come risulta dal diario del gen. Paolo Puntoni, aiutante di campo del Re, «Parla Vittorio Emanuele III».

Secondo gli accordi verbali presi da Castellano a Cassibile, il segnale stabilito da Eisenhower per avvertirci del giorno in cui avrebbe annunciato l’armistizio era un concerto di musiche verdiane seguito da una conferenza sul Sud America, che sarebbero stati mandati in onda dalla BBC la mattina del «D-day». L’8 settembre mattina, concerto e conferenza furono regolarmente trasmessi, ma, nonostante gli ordini di Ambrosio, a Roma nessuno era in ascolto.

Quando Taylor, verso le 11, chiede se il programma è stato captato, gli rispondono, incoscientemente, no. Taylor ne è felice. «Hanno letto il mio cablo e hanno deciso di soprassedere», pensa tra sé e sé. Ma alle 16, improvvisa come una catastrofe, arriva la risposta di Eisenhower: «Non muterò una virgola del programma stabilito. Se gl’italiani vogliono tirarsi indietro, subiranno una durissima rappresaglia».

Ci vuole un’ora e mezza per decifrare il messaggio, che viene portato a Badoglio alle 17,30, esattamente nell’istante in cui le telescriventi di tutto il mondo battono il primo flash della Reuter con la notizia della resa italiana.

Rahn, che proprio quella mattina era stato ricevuto dal Re e si era sentito ribadire «l’assoluta lealtà italiana all’Asse», si precipita dal ministro degli Esteri, Guariglia, che, allargando le braccia, gli conferma l’esattezza della notizia della Reuter. Al rappresentante del Führer a Roma non resta che telegrafare a Berlino: «Ci hanno traditi».

Tra l’orgasmo generale, viene convocata una riunione al Quirinale. Attorno al Re e a Badoglio, si affollano, tra gli altri, Ambrosio, capo di stato maggiore generale, Sorice, ministro della Guerra, Carboni, comandante delle truppe corazzate, Guariglia, ministro degli Esteri, Acquarone, ministro della Real Casa. In mezzo alle proposte più strampalate (c’è addirittura chi vorrebbe smentire la notizia!), il giovane maggiore Marchesi, che aveva accompagnato Castellano a Cassibile, fa notare che è stato firmato un impegno a nome del Re e del governo e che occorre rispettarlo a qualunque costo.  Sco sso da quelle parole, il Sovrano si rivolge a Badoglio: «Va bene. Vada alla radio». Il capo del governo esegue e attende pazientemente l’ora del giornale radio delle 19,45 per leggere il più tragico documento di tutta la nostra storia: «Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate angloamericane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

E questo fu tutto. Tutto quello, cioè, su cui l’esercito italiano, dislocato sui fronti di guerra in tutta Europa, poté contare per decidere il proprio comportamento. Mai, nella storia, un comando supremo agì con tanta superficialità. Tutte le unità militari italiane, dal più piccolo reparto fino al comando di Corpo d’Armata, appresero la notizia dalla radio! Non esisteva un piano, non una parola d’ordine, non un documento d’istruzioni cifrate, non una busta sigillata da aprire all’ora X. Niente di niente. Solo quelle sibilline, assurde parole pronunciate da Badoglio alla radio: «Esse reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

Il vecchio maresciallo non aveva avuto neppure il coraggio di impartire apertamente l’ordine: «Reagite con le armi a qualsiasi attacco tedesco». I nostri reparti, specialmente quelli dislocati in Egeo e in Francia, che non captavano la radio, si trovarono di colpo circondati dai tedeschi, armi spianate, ad intimare la resa.

E pensare che, nella notte tra l’8 e il 9 settembre, a Berlino si dava ormai per scontato di essere in trappola. «Considero cessate dalla lotta le nostre Divisioni in Italia», disse, alle 3 di quella notte, Hitler a Goebbels, matematicamente sicuro che, all’alba, le 16 Divisioni italiane avrebbero intimato la resa alle truppe tedesche.

E invece, all’alba del 9, visto che non succede niente, Kesselring, quasi non credendo ai propri occhi, fa battere sulle telescriventi la parola d’ordine del «piano Alarico», da tempo preparato dall’OKW (Oberkommando der Wehrmacht) in caso di tradimento da parte dell’Italia: «Asse».

Come un fulmine, i tedeschi entrano in azione dovunque: dai più piccoli presìdii alle grandi città. Ogni reparto conosce il proprio obiettivo. Di solito, accade questo: che, laddove vi sia una formazione militare italiana, anche una semplice stazione carabinieri, si presenta un sottufficiale tedesco che intima la resa e la consegna delle armi. Gli ufficiali italiani prendono tempo. Invano telefonano ai comandi di Corpo d’Armata o d’Armata per avere ordini. Non trovano nessuno. I più alti in grado si sono messi in borghese e sono scappati. Da quel momento, chi può scappare scappa. Per gli altri, per quelli che non ce la fanno (e saranno più di trecentomila), sono in attesa i carri bestiame che li deporteranno in Germania.

Eppure la sproporzione di forze, specialmente attorno alla capitale, era enorme: a fronte di due Divisioni tedesche (la terza Panzerdivision, corazzata, a Nord, e la seconda Fallshirmdivision, paracadutisti, a Sud di Roma), gli italiani potevano dispiegare tre Corpi d’Armata forti di 8 Divisioni, di cui tre (la «Centauro», la «Ariete» e la «Piave») corazzate. Ma, senza un comando efficiente, anche la più formidabile macchina bellica è destinata a sfaldarsi.

Un’ora dopo l’annuncio della resa italiana, alle ore 21 dell’8 settembre 1943, la famiglia reale si trasferì da villa Savoia al ministero della Guerra, in via XX Settembre. Nella notte si svolse una riunione dei capi di stato maggiore i quali stabilirono che la capitale era «indifendibile», per cui occorreva «mettere in salvo il Re e il governo». Una fuga? Non necessariamente. Nel corso della stessa guerra, soltanto in Europa (quindi senza tener conto degli eventi sul fronte giapponese), almeno altri quattro sovrani, i Re del Belgio, dell’Olanda, della Jugoslavia e della Norvegia, con i rispettivi governi, si erano posti in salvo (o erano «fuggiti», a seconda dei diversi punti di vista) all’approssimarsi della terrificante macchina militare rappresentata dalla Wehrmacht di Hitler.

Lo stesso Re Giorgio d’Inghilterra, unitamente alla sua famiglia (dunque anche con la figlia Elisabetta, l’attuale sovrana) e all’intero governo, con alla testa Winston Churchill, nel caso in cui, nel 1941, i tedeschi fossero sbarcati in forze sul suolo della Gran Bretagna, avrebbe preso la via della «fuga». Il vertice dell’impero britannico sarebbe riparato nelle terre d’oltremare, in Canada, per potere, da qui, organizzare la riscossa. Il piano era pronto fin da prima dell’inizio delle ostilità.

Era dunque legittimo, secondo una fondata interpretazione storica, che Vittorio Emanuele III e il governo Badoglio si ponessero al sicuro in Puglia, l’unica regione del Sud non ancora occupata dall’avanzata anglo-americana, allo scopo di garantire la sopravvivenza e la continuità dello Stato. Peraltro, secondo un differente punto di vista, il Re avrebbe dovuto restare a Roma, affrontando il proprio, inevitabile destino: cadere prigioniero dei tedeschi e finire in un Lager, così come vi finirà tra pochi giorni sua figlia Mafalda (che morirà poi a Buchenwald). Non senza avere prima messo per iscritto la propria volontà di abdicare, non appena catturato, a favore del figlio Umberto, che avrebbe così guidato, dal Sud, la controffensiva.

E, per la verità, questo era precisamente, come ora vedremo, il punto di vista del principe ereditario, che – fosse dipeso da lui – sarebbe rimasto a Roma per guidare la resistenza contro i nazisti. Ma la storia d’Italia andò diversamente.

Alle 4 della notte, Badoglio svegliò Vittorio Emanuele, che si era assopito su un divano del ministero, e gli comunicò che bisognava partire immediatamente, perché c’era il rischio che, da un momento all’altro, i tedeschi facessero irruzione nel palazzo prendendo tutti prigionieri.

Fu a questo punto che il principe Umberto chiese al padre di lasciarlo restare a Roma, accanto al generale Calvi di Bergòlo, suo cognato, nominato comandante militare della capitale. Vittorio Emanuele III per un istante esitò, poi, di fronte alle lacrime della moglie, la regina Elena, insistette perché anche il figlio prendesse posto sull’auto reale che attendeva, col motore acceso, in via XX Settembre.

Mancavano pochi minuti alle 5, allorché il piccolo corteo si mise in moto preceduto e seguìto da due pattuglie di carabinieri motociclisti. L’auto del Re inalberava il guidoncino dei Savoia. Il corteo imboccò, nella notte che volgeva ormai all’alba, la Tiburtina. Oltrepassò un posto di blocco tedesco, ma i militari, che solo tra pochi minuti riceveranno per radio l’ordine di disarmare gli italiani, vedendo le insegne reali, si irrigidirono sull’attenti.

Il corteo fece sosta al castello dei duchi di Bovino, a Crecchio (Chieti). Qui Umberto tornò alla carica: «Padre, permettetemi di tornare a Roma. Un giorno diranno che i Savoia sono scappati». Badoglio si intromise: «Altezza, non se ne parla neppure. Se i tedeschi ci prendono, ci tagliano la gola!». Atterrita da quelle parole, intervenne ancora la Regina, in lacrime. E a quel punto, Vittorio Emanuele III troncò ogni discussione: «Tu vieni con noi. E’ un ordine! Non una parola in più».

Il corteo riprese la strada. Nella notte tra il 9 e il 10 raggiunse il porto di Ortona. Qui, allertata, era in attesa la corvetta «Baionetta». Il molo già rigurgitava di generali a tre e a quattro stelle. Roatta, capo di stato maggiore dell’esercito, in borghese, andava avanti e indietro, nervoso, con un mitra a tracolla. La nave da guerra salpò le ancore diretta a Brindisi, la nuova capitale del regno.

Le intimazioni di resa impartite dai tedeschi dopo la parola d’ordine lanciata da Kesselring ricevettero, attorno alla capitale, un netto rifiuto. La parola passava alle armi. I primi, feroci combattimenti si accesero a Porta San Paolo e lungo la Flaminia. A resistere erano i Granatieri di Sardegna (generale Solinas) e i carristi della Divisione «Ariete» (generale Cadorna). Non furono semplici scaramucce. Vennero distrutti decine di panzer e morirono centinaia di soldati, da entrambe le parti.

Alle ore 12 del 10 settembre, un ultimatum fu consegnato dal generale Westphal al generale Calvi di Bergòlo. Il testo recitava, secondo la più classica delle formulazioni hitleriane: «Se, entro le ore 16 di oggi, non sarà firmata la resa, si procederà al bombardamento a tappeto di Roma, l’acquedotto verrà inquinato e le truppe tedesche metteranno a sacco la capitale». Il generale Calvi decise di arrendersi.

A La Spezia, la Divisione «Alpi Graie» resistette fino all’11. A Bari resistette il generale Bellomo, e a Piombino 600 tedeschi trovarono la morte nel tentativo di sbarcare provenienti dalla Corsica. A Bastia caddero, nella difesa della città, trecento nostri soldati. Feroci combattimenti si accesero a Lero, a Zara, a Ragusa (Dubrovnik), dove il generale Amico cadde con le armi in pugno, e a Salerno, dove trovò eroicamente la morte il generale Ferrante Gonzaga. A Spalato, i carabinieri formarono il battaglione «Garibaldi» e, pur di non arrendersi ai tedeschi, si unirono alle bande di Tito.

Ma fu una vampata presto spenta. Ovunque, gl’italiani dovettero cedere alla superiorità dei tedeschi: in Italia come in Francia, in Grecia e nello Jonio come nei Balcani e nelle isole dell’Egeo, mentre persino gli americani erano costretti a segnare il passo, dopo lo sbarco a Salerno del 9 settembre, inchiodati sulla battigia dal rabbioso contrattacco germanico.

Solo un reparto della Regia Marina non ottemperò all’ordine di consegnarsi agli anglo-americani, e contemporaneamente rifiutò di cedere le armi ai tedeschi: la Decima Flottiglia Mas, asserragliata al Muggiano (La Spezia), dove il comandante, il capitano di vascello Junio Valerio Borghese, dopo aver fatto issare il tricolore sul pennone, mise ai pezzi i propri uomini con l’ordine di aprire il fuoco contro il primo tedesco che si fosse azzardato a mostrare intenzioni aggressive. Nessun tedesco osò affrontare quel reparto, già leggendario tra tutti i combattenti della seconda guerra mondiale. Le camionette della Wehrmacht continuarono a transitare per ore lungo la via Aurelia, dirette a Sud.

di: Luciano Garibaldi @ 18:11


Lug 05 2013

“Non facciamoci rubare la speranza”: arriva la “Lumen Fidei”, l’enciclica dei due Papi

«La fede non è rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita». E poi una intensa e vibrante esortazione finale: «Non facciamoci rubare  la speranza». È una potente risposta allo scetticismo, Continua a leggere”“Non facciamoci rubare la speranza”: arriva la “Lumen Fidei”, l’enciclica dei due Papi”

di: Corrado Vitale @ 16:04


Lug 04 2013

Si è spenta Maria Pasquinelli, l’insegnante di Pola che uccise il generale De Winton “oppressore” della terra istriana

Si è spenta a Bergamo Maria Pasquinelli. Un nome che ai più giovani dirà poco ma che oggi piangono in molti, tutti i profughi di Istria e Dalmazia e i  triestini che conoscono bene la sua storia. Un nome che tutti gli italiani Continua a leggere”Si è spenta Maria Pasquinelli, l’insegnante di Pola che uccise il generale De Winton “oppressore” della terra istriana”

di: Antonella Ambrosioni @ 18:19


Giu 06 2013

Addio a Esther Williams, lo stile inconfondibile della “sirena di Hollywood”

Chi non ricorda la regina del musical acquatico? La “sirena di Hollywood” come era affettuosamente chiamata, Esther Williams, si è spenta all’età di 91 anni. Elegante, raffinata, inventò uno stile di cinema originale Continua a leggere”Addio a Esther Williams, lo stile inconfondibile della “sirena di Hollywood””

di: Guglielmo Federici @ 21:09


Mag 28 2013

Addio a Little Tony, l’Elvis tricolore amato dal pubblico e strapazzato dalla critica ipocrita

Il Cuore matto non batte più. Con Little Tony, l’Elvis Tricolore, se ne va un altro pezzo della nostra storia musicale. Il ragazzo col ciuffo si è spento a 72 anni, a Villa Margherita a Roma, dove era ricoverato da tre mesi Continua a leggere”Addio a Little Tony, l’Elvis tricolore amato dal pubblico e strapazzato dalla critica ipocrita”

di: Antonella Ambrosioni @ 10:30


Mag 27 2013

Il sonno degli elettori romani non durerà a lungo. Si sveglieranno prima del ballottaggio

Bisogna rimboccarsi le maniche. O meglio, bisogna svegliare tutti quei romani che in questi ultimi giorni sono sprofondati in un sonno profondo, quasi ipnotico, perché non c’è un motivo razionale che giustifichi il voto al primo turno delle elezioni per il sindaco. Basta vivere la città per capirlo. Per adesso Marino è in vantaggio (ma su metà degli aventi diritto, vista l’astensione record). Proprio lui, il personaggio che a rigor di logica avrebbe dovuto fare un buco nell’acqua, viaggia attorno al 40%. Un po’ ha giocato l’informazione: molti giornali sono stati – e continuano ad esserlo – militarmente schierati con il centrosinistra, regalando titoloni alle cose negative che accadono tutti i giorni (a Roma come altrove) e dedicando piccoli titoli alle opere realizzate dalla giunta Alemanno. Persino i fogli di quartiere, quelli che trovi gratuitamente nei bar e nei cestini gratuiti delle metropolitane, sembravano il megafono di Marino. E spunta il primo paradosso: i romani, che si lamentano da una vita – ma proprio da una vita – del traffico caotico della città, avrebbero scelto il candidato del centrosinistra che come soluzione propone solo le rastrelliere per biciclette e non chi, come Alemanno, in questi anni ha allargato strade importanti, ha avviato lavori per le terze corsie e ha fatto in modo – con l’apporto del governo Berlusconi – che iniziassero opere importanti come la complanare della bretella che collega la provincia e la periferia con le zone centrali di Roma. Inspiegabile. Secondo paradosso: non c’è un romano che non si lamenti per la presenza dei nomadi, chi ha una casa nelle vicinanze di un campo deve fare i conti con disagi enormi e ha sempre il terrore di ritrovarseli in casa per qualche “visita” non gradita. Ebbene, la giunta Alemanno ha il record degli sgomberi realizzati tra mille difficoltà, compresa l’ira funesta di molte associazioni buoniste e persino dell’Europa. Ed è accaduto che al primo turno molti hanno votato Marino, che invece ha addirittura fatto comizi nei campi nomadi, dai quali ha avuto l’appoggio anche alle primarie. Inspiegabile. Terzo paradosso: nessun sindaco ha fatto tanto per le periferie, la giunta di centrodestra ha incrementato asili e scuole d’infanzia, dotando di strutture scolastiche di alto livello zone che non ne avevevano neppure una o che comunque erano in difficoltà. Basterebbero già questi tre paradossi per far suonare la sveglia ai romani. Ci sono quindici giorni per recuperare, l’ipnosi dura di meno, neppure Giucas Casella riuscirebbe a resistere  per tanto tempo. E in politica quindici giorni sono un’infinità, può cambiare tutto e capitare di tutto. Anche che il bluff di Marino sia smascherato.

di: Girolamo Fragalà @ 21:41


Mag 22 2013

Pannella: «Quante battaglie “contro”, io e Giorgio, uniti da una strana amicizia fatta di rispetto e pudore…»

Pubblichiamo un articolo tratto dal libro sui 60 anni del Secolo d’Italia a firma di Marco Pannella, che ricorda il suo rapporto leale con Giorgio Almirante.

Su Giorgio Almirante? Vi racconto solo qualche episodio che reputo importante perché mi ha aiutato a comprenderlo. Il primo è questo: non ci saranno né missini né altri che sono stati consiglieri comunali come me con Almirante in quattro comuni diversi. Sono stato “collega” con lui a Roma, a Trieste, a Napoli e a Catania, tutti luoghi dove il Msi raggiungeva risultati importanti. Trieste, soprattutto, fu molto significativa come esperienza: dato che il Msi si era schierato ferocemente contro il patto di Osimo, mentre io ero invece a favore. E immaginate, con tutta quell’atmosfera patriottarda, che cosa poteva significare. Per cui capitava che io e Almirante ci potessimo scontrare contemporaneamente in due città. Io lo chiamavo «Giorgio», lui a me dava del «Pannella». Tranne una volta. Mi disse «Marco» – eravamo alla Camera – mi chiamò per nome: gli è sgorgato. Perché? Agli inizi degli anni ’70 avevamo bruciato in pubblico, sottolineando l’assenza di democrazia, i certificati elettorali. E, contemporaneamente a questo, stavamo decidendo di non presentarci: cosa che pensavamo di fare, appunto in quell’83. Quando gli spiegai quell’anno che avremmmo voluto non presentarci per marcare il carattere non democratico, lui mi chiese: «Ma tu la fai davvero questa cosa?». Risposi di sì. «Marco» disse a questo punto «se avessi la tua età lo farei anch’io». Questa confessione, come quel “Marco” che accadeva non usualmente, mi colpì: tanto è vero che ho capito la circostanza e ci siamo abbracciati. Un altro episodio mi è stato raccontato da Fini, e risale a quando sono stato invitato per la prima volta al congresso del Msi dell’82. La sera prima Almirante riunisce il servizio d’ordine: viene Pannella, dice ai suoi, è nostro ospite e sia onorato come ospite. Insomma, se uno lo fischia – diceva – è un danno per il partito, mica per Pannella. Allora, infatti, c’era il problema che io da tempo dicevo: sono contro il fascismo degli antifascisti, perché è l’unico fascismo vivo. Quando arrivai, accadde una cosa che aveva previsto: sono stato accolto in un modo favoloso. La cosa divertente è stata che Almirante non ha potuto fare a meno di accorgersi di questa atmosfera straordinaria. E parlando dal palco rivendicò: «Il fascismo è qui». Proprio lui che ci aveva messo venti anni a smentire quest’accusa! Ma tutto questo faceva parte di quella recitazione, nel senso buono del termine, che si confaceva al suo ruolo. Per esempio ricordo che abbiamo fatto delle  battute molto provocatorie, vedendolo, quando stava iniziando la campagna sul divorzio: perché ero molto amico, tra gli altri, di Pino Romualdi che, da parte sua, sosteneva il divorzio. Lo sapevo che Almirante era personamente a favore per il divorzio: tant’è che lui ha avuto più paura di Donna Assunta – quando ritornò dalla riunione di partito dove si decise di schierare il Msi contro – che dell’elettorato e dei radicali. Anche perché avevo saputo che era vero che in Direzione aveva incoraggiato di prendere posizione contro per favorire i cattolici. Momenti, questi, che mostravano diversità profonde tra me e lui ma che non si traducevano mai in scontro personale. Certo, in quei momenti mi chiamava «Pannella…». Quando noi entrammo alla Camera per la prima volta, nel ’76, era usanza che quando parlava uno del Msi molti uscivano dall’Aula. Noi combinammo un casino, non solo perché ci rifiutavamo di non ascoltare: e con ciò finì che restavano in molti. Se mi è costato qualcosa il mio dialogo con l’Msi? Esattamente quello che volevo mi costasse: lo scandalo. Volevamo marcare anche in questo modo la nostra diversità rispetto a quel regime. Si è dipanata così questa storia. Dalle dirette del consiglio comunale alle battaglie per i diritti civili fino ad arrivare a scoprire, poi, la laicità sostanziale con la quale Almirante viveva: e, se l’amicizia non significa anche consuetudine, avvertivo certamente che lo stesso tipo di sentimento era condiviso da Giorgio nei miei confronti. In lui, proprio la sua storia, c’era di sicuro più merito.

di: Marco Pannella @ 14:10


Mag 22 2013

Almirante fu maestro di democrazia e pacificazione, le sue idee sono vive e attuali

1979, congresso di Napoli del Msi-Dn. Giorgio Almirante, leader della destra italiana, lanciò una grande offensiva di democrazia e di partecipazione, quella della nuova Repubblica. La battaglia presidenzialista per l’elezione popolare a suffragio universale del Capo dello Stato fu per la destra italiana una scelta convinta e prioritaria. Fu oggetto d’intense campagne politiche e proprio nel congresso di Napoli trovò la sua sintesi con una proposta organica di riforma dello Stato.

Il tema si era affacciato anche ai tempi della Costituente e Calamandrei e altri avrebbero probabilmente voluto una scelta più coraggiosa quando si scrissero le nuove regole della Repubblica italiana. Ma il nodo non è stato sciolto ancora oggi. Parto da questa riflessione per attualizzare l’eredità di Giorgio Almirante nel giorno in cui ricordiamo i 25 anni dalla sua scomparsa.

A quanti lo hanno troppo sbrigativamente giudicato un nostalgico proponiamo una diversa lettura. Giorgio Almirante fu maestro di democrazia e di pacificazione. Incontrando nei giorni scorsi i fratelli Mattei, mi è tornata alla mente quella drammatica giornata dell’aprile 1973, quando da giovane militante del Fronte della gioventù andai ai funerali di Stefano e Virgilio bruciati da Potere operai nel rogo di Primavalle.

Sulla scalinata della Chiesa di Piazza Salerno, Giorgio Almirante disse: “chiediamo giustizia, non vendetta”. Almirante invitò costantemente alla pacificazione tra gli italiani. E lo fece durante gli anni di piombo, in un tempo ancora non sufficientemente lontano dagli odi e dai rancori della guerra civile. Lo voglio ricordare oggi che di pacificazione si torna a parlare in altri contesti, di grande polemica e di scontro politico, ma certamente diversi dai tempi cruenti degli anni di piombo durante i quali parlare della pacificazione era un atto di grande coraggio.

Ma Giorgio Almirante fu innovatore anche sul fronte delle istituzioni. Altro che nemico della democrazia! Con il presidenzialismo voleva un coinvolgimento più ampio dei cittadini nelle scelte fondamentali della vita dello Stato e della democrazia governante.

Oggi quella svolta non si è ancora realizzata. Ma il fronte presidenzialista si allarga e si estende. Anche quelli più ostili a questo principio ne diventano di fatto fautori quando suppliscono con le consultazioni via internet a quel bisogno di democrazia diretta di cui la destra si è fatta sempre interprete in questo lungo dopoguerra. E quel congresso di Napoli del ’79 elevò quella della nuova Repubblica presidenzialista a scelta prioritaria e identitaria della destra italiana. Ancora qualcuno all’epoca diceva che dietro quella proposta ci fosse un’istanza autoritaria. Non era così allora e tantomeno lo è oggi.

Almirante, quindi, è stato non solo un leader coraggioso, un infaticabile esponente politico che peregrinò incessantemente per tutta l’Italia, dando sostanza fisica alla rappresentanza delle idee. Fu anche un fautore di scelte di avanguardia e di rafforzamento della democrazia repubblicana. Ponendo questioni che ancora oggi sono al centro del dibattito politico. Ed è per questo che ho voluto citarlo e ricordarlo nella relazione che accompagna la proposta di legge di modifica costituzionale che ho presentato in apertura di questa diciassettesima legislatura al Senato, affinché la Costituzione venga modificata e preveda finalmente l’elezione diretta a suffragio universale del Presidente della Repubblica.

Rendiamo omaggio a 25 anni dalla scomparsa a colui che ci ha insegnato la pacificazione e la democrazia. A quanti non se ne fossero resi ancora conto in ambienti politici diversi dal nostro, chiediamo di fare un’onesta riflessione e di unire al nostro omaggio anche il loro. Per qualcuno forse sarà un atto tardivo. Ma per le scelte di buonsenso non è mai troppo tardi. Noi che lo abbiamo conosciuto e che da lui molto abbiamo imparato, lo ricordiamo con commozione, consapevoli che cercò sempre di portare gli ideali e i valori della destra in ambiti più vasti. Fu fautore della costituente della destra nazionale, della costituente di destra, cercando in epoche ben più difficili di quelle che viviamo oggi di non farsi mai isolare in un ghetto identitario. Cercò di condividere i valori della destra. Ed è quello che ciascuno di noi dovrà continuare a fare nell’Italia del nuovo millennio.

di: Maurizio Gasparri @ 12:59


Apr 23 2013

Prendere o lasciare: Il Pd nel guado, dopo le frustate di Napolitano

Alle cinque della sera, l’orario canonico delle corride, va in scena la direzione nazionale del Pd. Nell’ordine, dovrà provare a convicere Bersani a ritirare le  dimissioni; dovrà, nell’eventualità più che probabile che il segretario uscente non ci ripensi, stabilire chi mandare alle consultazioni sul Colle; dovrà decidere, soprattutto, la linea politica da tenere e stabilire se appoggiare o meno il governo del presidente, altrimenti detto delle “larghe intese”.

Il clima è quello della resa dei conti. La maggior parte dei democrat non ha digerito il discorso di Napolitano che è stato sì un atto d’accusa al sistema dei partiti, ma tutti lo hanno letto come un irato ammonimento soprattutto a loro, i suoi ex-compagni che hanno messo, con la complicità di Grillo, la Repubblica in ginocchio.

Proveranno a correre ai ripari e qualcosa pure cercheranno di inventarsi, rimandando al congresso le decisoni ultime sul destino del partito. Non è detto, tuttavia, che le cose fileranno lisce. Già si manifestano inquietudini, turbamenti e dinieghi all’idea di appoggiare in qualche modo l’esecutivo. Se un Civati diche che “i traditori faranno i ministri”, mentre furbescamente il “giovane turco” Orfini  propone che Renzi faccia il premier ed i rottamatori gli rispondono per le rime subdorando il “trappolone” che lo brucerebbe, la Bindi esprime tutte le sue perplessità prossime alla contrararietà allo schema del Quirinale e la Finocchiaro, più accomodante e realista, sostiene che questa volta “la faccia ce la dobbiamo mettere”.

Una corrida è certamente esercitazione più tranquilla di uno scontro al calor bianco all’interno del Pd. Staremo a vedere se i toreri riusciranno ad avere la meglio sul demone della dissoluzione del partito che da settimane aleggia a Largo del Nazareno.

“La frustata di Napolitano”, come titola oggi “l’Unità” (curiosamente alla stessa maniera de “Il Tempo”) è arrivata a segno. La mestizia dei democrat è forzata, innaturale, come un voto di castità subito più che accettato. La loro logorrea, infatti, si è spenta. Non hanno più ricette salvifiche. Accasciati sui divani dei talk show, smarriti e confusi, provano a balbettare qualcosa mon non a metter i piedi nel piatto dicendo alle loro platee che la democrazia rappresentativa non è la stessa cosa della democrazia assembleare: una volta delegata la propria volontà – attraverso il voto, le primarie, i congressi – non ci si può sovrapporre alle classi dirigenti liberamente elette e tenere aperto un canale di contestazione perenne attraverso twitter, facebook ed altri social network che arrivano a valanga minacciosi, come per chiedere una consultazione permanente con la “mitica base”.

Ma che idea del partito è stata inculcata a questi giovanotti “duri e puri” che, nell’occasione dell’elezione presidenziale, hanno scoperto Rodotà soltanto perché Grillo lo ha proposto in seconda battuta tra l’altro e un mondo, molto piccolo in verità, si è mobilitato in favore di questo signore sconosciuto ai più del quale i manifestanti irati di certo non hanno mai letto una riga dei suo concettuosissimi libri (imparai a conoscerlo agli inzi degli anni Settanta sbattendomi sulle pagine del suo testo di diritto privato che studiavo in aggiunta ai più “classici” Trabucchi e Rescigno ne apprezzai l’indiscutibile dottrina e la capacità di rendere fruibili “materiali” oggettivamente ostici; poi l’ho seguito, quasi mai condivedendone le idee, nelle sue coltissime scorribande sui diritti, mentre gli articoli pubblicati su “Repubblica” non mi hanno mai convinto)?

Probabilmente un’idea anarcoide della politica delle cui conseguenze la stessa oligarchia è responsabile per  aver immesso nelle liste gente fragile e culturalmente poco avezza alla frequentazione delle ideologie e molto sensibile ai richiami della democrazia virtuale, ma non certo alle pulsioni del territorio, ai problemi veri della gente. Non è un caso che il Pd non sia più capace di organizzare manifestazioni di piazza ed anche nell’ultima campagna elettorale i suoi leader abbiano tenuto incontri sottotono  in teatrini amici.

Il “partito chiuso” oggi deve comunque “aprirsi”. Una risposta a Napolitano la deve dare a tutti i costi. E non può essere in politichese, tipo fatevi il governo noi daremo un appoggio esterno sui provvedimenti che ci convincono. Troppo comodo. Questa sarabanda l’hanno cominciata loro credendo di aver vinto le elezioni che comunque non hanno tecnicamente perso anche se politicamente ne sono usciti distrutti, i come i fatti di sono incaricati di dimostrare.

di: Gennaro Malgieri @ 10:19


Apr 22 2013

Il vuoto ha avvelenato il Pd, vittima di talk show e di twitter

Nella guerra tribale che ha ucciso il Pd hanno giocato un ruolo tutt’altro che marginale due elementi sottovalutati nelle analisi e nelle cronache di questi giorni. Il primo è l’inadegutezza dei gruppi parlamentari di quel partito. Il secondo la mancanza di visione della sua classe dirigente.

Bersani, in nome del “nuovismo” e per assecondare la smodata ambizione di un Renzi qualsiasi, si è piegato alla logica del rinnovamento a tutti i costi riempiendo le liste di parvenu privi di esperienza, capacità, dimestichezza con la vita parlamentare. Questo non significa sostenere la cristallizzazione delle rappresentanze politiche nelle istituzioni. Ma riconoscere che un moderato gradualismo è indispensabile, come è sempre avvenuto peraltro, nei partiti tradizionali. Non si può, da un giorno all’altro, cancellare deputati e senatori, peraltro di provata affidabilità, e ritrovarsi a gestire complicate vicende, come l’elezione del capo dello Stato, alle prese con ragazzini (o poco più) privi per la maggior parte di cultura politica e di spirito militante (lo so, non si porta più e me ne rammarico perché è uno dei “fondamentali” per esercitare una buona politica). Non faccio nomi, ma dal “circolo del tortello magico” bersaniano alle schiere di ragazzotte e ragazzotti “premiati” chi per la fedeltà al segretario e chi per quello ai ras locali, il Pd si è trovato invaso di incompetenti e per di più di molti autentici “traditori” che non sanno come si vive la vita di un partito: se non si condividono le scelte della maggioranza su temi “criciali”, ci si alza, si espongono le ragioni del dissenso e al limite si lascia la poltrona neppure conquistata, ma semplicemente ottenuta per graziosa concessione.

Chi ha fatto vita politica e parlamentare sa che i “distinguo” sono all’ordine del giorno, ma non su vicende e problematiche dalla cui soluzione dipendono i destini stessi del proprio partito e, talvolta, quelli della nazione. Si impara, attraverso la militanza, anche ad ingoiare bocconi amari e a riconoscere che la comunità politica della quale si fa parte può anche riservare sgradevoli compromessi, come in una famiglia nella quale si è tentati di disobbedire ai genitori (e spesso purtroppo lo si fa), ma poi ci si adegua. E’ l’eterna storia dei gruppi istituzionalizzati. Diversamente è l’anarchia. E l’anarchia distrugge, come dimostrano le vicissitudini dei democrat.

Della mancanza di visione della classe dirigente del Pd qualcosa si è detto, ma non tutto. Non si è sottolineato abbastanza che un partito teleguidato da twitter, dai followers, dagli smanettatori di internet non ha futuro. Agli inzi di quest’anno il partito di Bersani veleggiava intorno al 38 %; quattro mesi dopo non esiste più. Tra la ridicola (e per certi versi orrenda anche esteticamente) farsa delle primarie – alle quali per fortuna si è sottratto il Pdl che sarebbe ora si strutturasse come un partito vero, a prescindere dalla messa in discussione della leadership ormai consolidata al punto che nessuno può verosimilmente azzardarsi a sfiorarla – e quella del reclutamento della classe parlamentare, non c’è stato spazio nel Pd per una stringente discussione sulla visione del futuro del Paese, dell’Europa, del superamento declino, della crescita scambiata con lo sviluppo (non sono la stessa cosa), della povertà dei Paesi affluenti come l’Italia, dell’uso dei beni comuni, delle questioni legate all’identità che è una questione di libertà essenzialmente, e via elencando.

Le giaculatorie che abbiamo ascoltato ci hanno danno il senso di un partito finito, piegato sulla cronaca più deprimente, legato all’occasionalismo, avviluppato in giochi di potere di difficile decifrazione da parte dell’elettorato. Dove sono stati gli intellettuali, i pensatori, gli analisti, gli strateghi che un tempo riempievano le fine della sinistra e contavano? Tra gli eletti non c’è un solo intellettuale di caratura superiore ad qualche assiduo frequantatore di talk show. L’immagine che batte la sostanza. Bisogna piacere, bucare il video, spedire centinaia di twitt al giorno per essere qualcuno.

Ecco, insieme con molto altro, che cosa ha determinato la caduta del Pd. La tragedia è che non restano neppure macerie, ma soltanto un impalpabile nulla. E non è finita qui. Avvicindandosi il congresso assisteremo al sedondo atto dell’autodistruzione: la vendetta. Forse ci verrà risparmiato il riorno degli zombie.

di: Gennaro Malgieri @ 11:03


Apr 20 2013

Aggrappati a Napolitano per non affondare. Pronti per il presidenzialismo?

La politica italiana si è aggrappata a Giorgio Napolitano per non affondare. E lui, con generosità,  non ha lasciato cadere la richiesta d’aiuto dei partiti che non hanno saputo trovare una degna alternativa. Per responsabilità, diciamolo con chiarezza, di un partito specialmente, il Pd, incapace e pavido, al punto che non ci pensato due volte prima di bruciare i suoi fondatori. Dall’impasse non si sarebbe venuti fuori, con conseguenze che neppure osiamo immaginare, se il presidente della Repubblica non avesse risposto positivamente all’appello che la stragrande maggioranza del mondo politico gli ha rivolto. A testiminianza del limite che in questo modo il sistema dei partiti ha eloquentemente certificato, unitamente all’implicita domanda di radicale cambiamento della forma dello Stato e del Governo.

È di tutta evidenza, infatti, che la rielezione di Napolitano “costituzionalizza” se non in senso giuridico, certamente in senso “materiale”, la tendenza presidenzialista che si è da tempo manifestata nel Paese e di fronte alla quale molte forze politiche hanno voluto tenere gli occhi chiusi. Con il voto espresso dai “grandi elettori”, infatti, l’interventismo del vecchio/nuovo capo dello Stato viene oggettivamente riconosciuto e valutato come elemento di equilibrio del sistema. Gli si conferisce, in altri termini, senza nessuna forzatura, l’autorità che in uno “stato d’eccezione” – già manifestatosi peraltro nel novembre 2011 – deve avere colui che rappresenta l’unità nazionale ed agisce di conseguenza come garante del corretto svolgimento della dialettica democratica.

In questo senso Napolitano assolverà certamente alla “missione” che gli è stata affidata: cercare le convergenze giuste per poter dare al Paese un governo di ampie convergenze per come suggerisce il responso elettorale dal quale, è bene sottolinearlo una volta di più, non venuto fuori nessun vincitore ed il fatto che il Pd abbia la maggioranza alla Camera non è certo frutto di un incontrovertibile risultato, ma di una distorsione derivata da una sciagurata legge elettorale. Dunque, tenendo conto di questo scenario, ben noto a tutti, i partiti, ed in primo luogo coloro che hanno più seggi in Parlamento, avrebbero dovuto proporre piuttosto che i loro rancori e le loro idiosincrasie a un Paese frastornato ed allarmato, un intento pacificatorio e di conseguenza cercare un capo dello Stato non “divisivo”. Si è andati nella direzione opposta e chi è stato più responsabile degli altri ha finito per perdere se stesso.

Napolitano, dunque, riprende il timone. Attendiamo dal discorso di insediamento quali saranno i suoi orientamenti. Non è tuttavia difficile immaginare che vorrà, costretto dagli eventi, e dalla profonda crisi del sistema dei partiti, indurre i soggetti politici alla ragionevolezza e quindi  procedere alla formazione di un esecutivo, tutt’altro che tecnico, che immediatamente affronti le questioni economico-sociali e vari una nuova legge elettorale. Queste le priorità.

Poi c’è dell’altro, naturalmente. Ma è presto per parlarne.

Oggi davanti a noi non sta un vegliardo politico di lungo corso, ma una speranza per quanto paradossale possa sembrare. La speranza che dalla decantazione del conflitto che Napolitano tenterà di favorire, possa venir fuori un Paese un meno reattivo e diviso, in grado di affrontare prove che non mancheranno di interrogare i partiti sulla loro consistenza, sulle relazioni con la gente che rappresentano, sulle grandi riforme a cominciare dall’elezione diretta del capo dello Stato. Soprattutto per non assistere mai più al barbaro spettacolo che l’Italia ha offerto al mondo in questi ultimi tre giorni.

di: Gennaro Malgieri @ 19:22


Apr 19 2013

La disfatta di Prodi, l’ex dc buono per il Pd

Non ce l’ha fatta. Non è stata una sconfitta. È stata una disfatta. Non solo non ha ottenuto tutti i voti che aveva sulla carta, ma non è riuscito neppure ad erodere le altre candidature. Se il Pd fosse coerente adesso ritirerebbe Romano Prodi, così come ha fatto con Marini. Ma la coerenza è merce rara a Largo del Nazareno. E Bersani, invece di andarsi a nascondere per l’ennesima figuraccia, putroppo continuerà a menare le danze. Continuando a puntare su Prodi, come per seguire un disegno di autodistruzione politica difficilmente decifrabile.

C’è del metodo, comunque, nella follia suicida del Pd. Bisogna riconoscerlo. Consiste nel contraddirsi palesemente e spiazzare innanzitutto il proprio elettorato. Quello che è accaduto nelle ultime quarantott’ore attiene alla schizofrenia di un gruppo dirigente che vaga per praterie politiche senza sapere dove vuole arrivare. Un metodo folle, appunto. Che prima ha indotto Bersani ed il gruppo dirigente dei democrat a proporre Franco Marini al Quirinale, un vecchio democristiano, sindacalista cattolico, galantuomo da tutti riconosciuto. Non andava bene. Il partito si è spaccato in almeno quattro tronconi. Lo hanno impallinato. Infine l’hanno ritirato dalla contesa.

Subito dopo, Bersani e lo stesso gruppo dirigente propongono Romano Prodi, un altro vecchio democristiano, boiardo di Stato, uomo delle Partecipazioni Statali, espressione della partitocrazia della Prima Repubblica, già due volte presidente del Consiglio disarcionato in entrambe le occassioni dalla sua stessa coalizione. Lui va bene. Il Pd e Sel ritrovano l’armonia perduta. Non si capisce perché. E sarebbe, per giunta, a differenza di Marini, il “nuovo”, rappresentante di quel “cambiamento” che non tiene conto della sua presidenza dell’Iri, dell’attività di governo, del ruolo svolto nell’ambito della Dc e del pentapartito.

La verità? Il Pd si ricompatta soltanto quando sente squillare le trombe di guerra. Lanciando il nome di Prodi nella mischia ha rinnovato la sua antica vocazione a contrapporsi frontalmente  al centrodestra. Poco male se il Paese continua a lacerarsi.  Ma è una strategia politica questa?

A proposito. Come mai qualsiasi personalità che abbia un’indiscutibile storia di sinistra, se proposta dalla sinistra medesima incontra il favore dello schieramento berlusconiano deve non solo essere messa in discussione, ma cancellata, gettata via, additata al pubblico ludibrio? Non va bene Marini se lo vota il Pdl; è da affossare Amato per la stessa ragione; perfino D’Alema viene visto con sospetto se su di lui dovesse convergere il centrodestra.

E’ barbaro tutto questo. Ed il Pd fuori controllo è una malattia letale per il Paese.

di: Gennaro Malgieri @ 19:08


Apr 18 2013

Se cambia cavallo il Pd si consegna ai suoi carnefici. E rischia l’implosione

Marini non ce l’ha fatta. Il Pd è imploso. I voti che sono mancati al candidato ufficiale del partito sono andati in buona parte a Rodotà. Il vertice dei democrat non è stato in grado di assicurare il rispetto del patto stabilito con il Pdl che, invece, ha tenuto fede alla proposta formulata ieri da Bersani. Neppure Scelta civica ha ritenuto di convergere unitariamente sull’ex-presidente del Senato: i “montezemoliani” gli hanno votato contro.

A Largo del Nazareno si è nel pieno di uno psicodramma dalle conseguenze, al momento, imprevedibili. Sotto accusa è il segretario insieme con i più stretti collaboratori che hanno avallato una scelta fortemente contestata da circa la metà dei parlamentari e da quasi tutto l’elettorato. Grillo può cantare vittoria un’altra volta di fronte all’imperizia di una nomenklatura che non è capace di governare il partito le cui divisoni sono ormai non più ricomponibili. A meno che non cambino “cavallo” e nei prossimi scrutini non sostengano lo stesso Rodotà o addirittura D’Alema. Questi dalla quarta votazione in poi potrebbe farcela con i soli voti della sinistra. Il che significherebbe la rottura insanabile con il resto del Parlamento ed aprirebbe la strada inevitabilmente alle elezioni anticipate.

Comunque evolverà la situazione, la “carta” Marini si è rivelata suicida per Bersani e non è detto che non lo indurrà alle dimissioni. Possibilità che Renzi avanzerà se, come sembra, non sarà tutto il vertice del Pd a riconoscere l’errore e mutare avviso, dandola però vinta più al Movimento 5 Stelle che al sindaco di Firenze.

Ciò vuol dire che se l’elezione del capo dello Stato dovesse essere il frutto di un accordo palesemente antiberlusconiano, i democrat si consegneranno mani e piedi ai grillini e a Vendola offrendo ad entrambi la golden share sul probabile governo. E’ del resto questa la sola condizione che Grillo potrebbe accettare per sostenere un esecutivo a guida Pd, ma senza Bersani come premier che è di fatto bruciato.

Si pone, di fronte a questa ipotesi un altro interrogativo: tutto il partito appoggerebbe l’operazione Quirinale-Palazzo Chigi in combinato disposto con M5S? Crediamo di no. Anzi ne siamo sicuri. I “moderati”, i margheritini, gli ex-democristiani sanno che verrebbero schiacciati e si condannerebbero all’irrilevanza. In fondo, eliminando Marini hanno fatto fuori uno dei loro, e non certo di secondo piano.

Ecco perché, al momento, comunque la si guardi, il solo lato chiaro di una storia peraltro torbida è il collasso del Pd. In due mosse si è suicidato: dopo le elezioni, non riconoscendo la propria sconfitta e ostinandosi a rifiutare convergenze per come i risultati suggerivano; oggi rompendo con tutta la sinistra.

Il suggello alla catastrofe annunciata l’hanno messo i militanti del Pd che davanti a Montecitorio hanno sconfessato platealmente il loro partito. Non basterà un Renzi per sanare la ferita. E con un Rodotà al Quirinale le elezioni potrebbero essere inevitabili, sempre che non arrivi il soccorso pentastellato. In tal caso il Pd sarebbe un partito a sovranità limitata. Peggio dell’estinzione.

di: Gennaro Malgieri @ 14:45


Apr 18 2013

I Democratici hanno esaurito la spinta propulsiva. Si sono “rottamati”

Il Pd è riuscito nella rara impresa di autodistruggersi in tre mesi. Alla vigilia delle elezioni veniva sondato come primo partito e perno intorno al quale la coalizione di centrosinistra avrebbe stravinto. Poi l’amara sorpresa uscita dalle urne. Bersani, frastornato, non ha capito di aver perso la partita e si è incaponito nel sostenere che comunque a lui toccava costituire un governo, fosse pure minoritario (e già questo la dice lunga sulla lungimiranza politica dell’uomo). Quindi si è reso conto, sotto la spinta dei suoi compagni di partito, che non c’era nulla da fare se non tentare un “governissimo”, magari di scopo, con il Pdl e Scelta civica. Ma lui, tetragono, non ha voluto saperne dandosi all’inseguimento dei “grillini” che lo hanno ridicolizzato in tutti i modi. Renzi ha fatto la sua parte dimostrando ingenerosità, arrganza ed una ambizione sconfinita: dietro quel suo sorrisino da bravo ragazzo si cela un arrampicatore politico privo di idee e sopravvalutato dai media. Il massimo che è riuscito ad esprimere, cavalcando l’onda dell’antipolitica, è la “rottamazione”, concetto rozzo ma efficace di questi tempi. Marini, che lui non vuole al Quirinale, è un gigante al suo confronto: se ne faccia una ragione.

Poi, viste le cose come si mettevano, nel Pd hanno preso a manovrare intorno alla segreteria e perfino i sostenitori più strenui di Bersani si sono resi conto della sua inadeguatezza. Era facile fare la voce grossa dall’opposizione; nel momento in cui è stato chiamato all’impegno costruttivo ha mostrato tutti i limiti che già s’intravedevano quando faceva il ministro di Prodi.

E’ sceso in pista Fabrizio Barca, forse la mente più lucida della sinistra in questo momento, ed i giochi sono ricominciati. Il Quirinale e Palazzo Chigi le prime prove del fuoco. Ed il Pd è andato in confusione per poi finire, nelle ultime ore, letteralmente in pezzi.

Difficile rattaccarli. In esso convivono due, tre, forse quattro partiti. Tutti contro tutti. E la coalizione si è frantumata. Sel se n’è già andata per conto suo. Il rapporto con Grillo è inesistente, anzi apertamente e violentemente conflittuale. Se anche dovesse essere eletto Marini, la storia del Pd non cambierà: chi si è opposto alla scelta mollerà gli ormeggi. Non è più tempo di stare sotto lo stesso tetto. Il Pd è un cumulo di macerie la cui fine è stata ritardata dall’unico collante che teneva insieme le varie anime: l’antiberlusconismo. Insomma, non ha mai costruito una politica perché non aveva una cultura di riferimento. E perfino i sommovimenti sociali non sono stati adeguatamente compresi ed interpretati dalla sua classe dirigente.

Oggi va in scena l’ultimo atto di una storia iniziata alla Bolognina nel 1989. Dopo l’elezione del presidente della Repubblica, comunque andrà, il Pd non sarà più lo stesso.

di: Gennaro Malgieri @ 09:30


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