Transizione ecologica, Rampelli: «L’Italia si metta a capo della ricerca sulla fusione nucleare» (video)

7 Dic 2021 20:46 - di Redazione
nucleare

L’urgenza di invertire la rotta sull’inquinamento globale, la necessità di trovare nuovi modelli di sviluppo, l’imperativo di farlo tutelando il nostro interesse nazionale, il ruolo che spetta all’Italia, anche rispetto al nucleare. Ad “Atreju – Il Natale dei Conservatori” il confronto oggi è stato sul tema della “Doppia sfida. L’emergenza climatica e la transizione energetica che serve all’Italia”. Una “doppia sfida” che, ha avvertito il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, si può vincere solo conservando «le nostre conquiste moderne, senza decrescita infelice e senza crescita infinita». Un «punto mediano che non può che essere ispirato dalla visione conservatrice».

Il nucleare e il ruolo dell’Italia

Con Rampelli ne hanno parlato il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi e l’editorialista del Corriere della Sera, Federico Rampini, moderati dal responsabile nazionale Ambiente ed eurodeputato di FdI, Nicola Procaccini. Ed è stato ancora il vicepresidente della Camera a mettere in guardia dalle spinte che, anche in seno all’Europa, nascondo un’ambiguità. «La Francia – ha detto Rampelli dal palco di Atreju – è a capo del consorzio per la ricerca del nucleare da fusione, ma è anche la più grande produttrice di energia nucleare da fissione. Ha un conflitto d’interessi che non rende credibile il suo ruolo perché non può permettersi di mandare in pensione i suoi reattori anticipatamente rispetto ai tempi di ammortamento per la loro realizzazione». L’Italia, quindi, «dovrebbe mettersi a capo della ricerca per la fusione, vista l’impossibilità di tornare alla fissione nucleare, neanche travestita da piccoli reattori modulari».

La visione conservatrice per la transizione ecologica

Rampelli, quindi, ha sottolineato che «la transizione ecologica verso la quale ci indirizziamo cambia le fonti di approvvigionamento energetico senza cambiare il modello di sviluppo. Ignorando, cioè, che il pianeta non sarebbe in grado di resistere se gli oltre 7 miliardi di esseri umani consumassero tanto quanto i Paesi Occidentali. Le risorse della terra non sono infinite, la crescita dunque non può essere infinita come vorrebbe quella turbo globalizzazione che ha annichilito il libero mercato e sconfitto le teorie liberiste». «L’errore – ha proseguito il vicepresidente della Camera – è quello di misurare il benessere con il Pil. Il parametro non può più essere questo. Dobbiamo cercare un  misuratore diverso, che conservi le nostre conquiste moderne senza decrescita infelice e senza crescita infinita. E questo punto mediano – ha concluso Rampelli – non può che essere ispirato dalla visione conservatrice».

Tra crisi climatica e crisi sociale

È stato poi il ministro Cingolani a sottolineare che «la soluzione non potrà che venire dalla tecnologia». «Scienza e tecnologia mettono toppe ai problemi creati dalla generazione precedente. Se smettiamo di studiare, investire in ricerca e sviluppo, trasmettere la conoscenza, divulgare non riusciremo a correggere la rotta. Bisogna avere fiducia nella scienza», ha detto il titolare della Transizione ecologica, ricordando che «per la transizione e la decarbonizzare sono importanti i tempi»: nella seconda metà del secolo il tetto al riscaldamento globale dovrà essere di 1,5°C. Il punto è, però, che procedere troppo velocemente «significa fermare tutto con un impatto sociale devastante». Dunque, «troppo veloci, crisi sociale; troppo lenti, crisi climatica. Si muore di entrambe».

La posizione di Cingolani su nucleare e carbon tax

«Dobbiamo essere attenti a sviluppare un programma in cui il tempo conta moltissimo», ha chiarito quindi Cingolani, per il quale anche rispetto al nucleare «l’importante è non dire a priori no». L’invito, dunque, è stato a non temere alcuna soluzione, ma a studiare per riconoscere quella più conveniente. Cingolani, poi, si è soffermato sulla carbon tax, che «ha la sua ragion d’essere: chi inquina di più, paga».

Il tema è quello, più volte posto da Giorgia Meloni, della concorrenza sleale di Paesi come la Cina che producono a basto costo economico, ma ad elevatissimo costo ambientale. «Se io produco con le tecnologie più raffinate un prodotto verdissimo che però costa di più – ha sottolineato lo stesso ministro – poi lo devo vendere e casomai dall’altra parte del mondo ho un concorrente che fa lo stesso prodotto a un costo più basso, perché lo fa con una tecnologia più sporca. Con il rischio che il consumatore non benestante ripieghi su quest’ultimo. Un po’ di aggiustamento ci vuole. Il mondo è uno e siamo costretti a negoziare. La carbon tax – ha quindi concluso Cingolani – è uno degli strumenti per un negoziato intelligente».

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