Eni, la ragnatela di trust e società offshore da cui spunta la moglie di Descalzi

27 Set 2019 19:00 - di Roberto Frulli
L'amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi

L’avviso di garanzia lo ha ricevuto giovedì mattina così come la visita della guardia di Finanza che gli ha perquisito casa notificandogli l’indagine della Procura di Milano a suo carico con l’ipotesi di reato di omessa comunicazione di conflitto di interessi: Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, la multinazionale italiana di proprietà dello Stato, ottavo gruppo petrolifero al mondo per giro d’affari, già imputato a Milano per corruzione internazionale, dovrà spiegare ai magistrati come mai non ha comunicato al Cda e agli azionisti il fatto che alcuni lavori sono stati appaltati dall’azienda che egli guida a società che riportano, attraverso alcuni complicati passaggi, alla moglie la congolese Maria Magdalena Ingoba.
Si parla di lavori per 300 milioni di euro, meno che spiccioli per un’azienda come l’Eni che ha fatturato, nel 2018, 76,93 miliardi di euro.
Ma la questione si complica non poco se si va a vedere il reticolo di società e trust dietro a cui spunta, alla fine, il nome della moglie di Descalzi, una ragnatela di relazioni e interessi venuta già fuori dalla lettura dei famosi Panama Papers.

Il nocciolo della questione è il gruppo Petroservice che ha società in Congo, Gabon, Ghana e Mozambico e che ha ricevuto lavori da Eni fra il 2007 e il 2018 – per affittare navi e servizi logistici – per un controvalore equivalente a 300 milioni di euro.
Il gruppo Petroservice era controllato dalla lussemburghese Cardon Investment Sa. E chi c’è dietro la Cardon Investment Sa? Fino all’8 aprile 2014 c’è sicuramente, hanno accertato i magistrati milanesi con una rogatoria internazionale facendo lo slalom fra trust in Olanda, Lussemburgo, Cipro e Nuova Zelanda, la moglie di Descalzi, la congolese Maria Magdalena Ingoba. Che da quel giorno in poi cede le sue quote a un uomo d’affari britannico che vive a MOntecarlo, Alexander Haly.
Sei giorni dopo, Renzi benedice Descalzi come nuovo amministratore Eni sulla cui poltrona il manager si siederà il 9 maggio dello stesso anno.
Al Fatto Quotidiano la moglie di Descalzi nega, attraverso il suo legale, di conoscere la Cardon Investment Sa: «Non so proprio nulla di questa società».
Ma già nel dicembre 2018, Maria Magdalena Ingoba aveva negato la circostanza al Corriere: «Non ho mai sentito parlare della società “Cardon“, non ho mai avuto a che fare con questa società».
Anche i Panama Papers, oltre ai magistrati milanesi che hanno in mano i documenti ricevuti per rogatoria, dicono altro: Petro Service Congo era domiciliata a Point Noire presso la casella postale Bp 4801. La stessa dove era domiciliata la Elengui Ltd, società offshore, basata nelle Isole Vergini Britanniche, di proprietà di Marie Magdalena Descalzi.

Quanto ai documenti arrivati alla Procura di Milano per rogatoria dal Lussemburgo, la questione viene dipanata così: le cinque società Petro erano controllate dall’olandese Petroserve Holding Bv che, a sua volta, era di proprietà di Cardon Investments Sa.
Cardon Investment Sa era controllata da due fiduciarie cipriote: al 66 per cento da Cambiasi Holding Ltd riconducibile alla moglie di Descalzi, al restante 33% da Maggiore Ltd riconducibile ad Alexander Anthony Haly.
Questo fino al 2012 quando Cambiasi Ltd finisce sotto un trust della Nuova Zelanda, il Loba Trust che come soggetto disponente ha la moglie di Descalzi, e come beneficiaria economica Simone Antoniette Ingoba: identico cognome di Magdalena Ingoba, e domicilio, in passato, proprio a casa della moglie e poi della figlia di Descalzi.

Cosa dicono Eni e Descalzi di questa vicenda? Descalzi contesta «fermamente l’accusa che viene ipotizzata» sostenendo che è «priva di fondamento. Le transazioni tra Eni Congo e il gruppo Petroservice – assicura il supermanager – non sono mai state oggetto di mie valutazioni o decisioni in quanto totalmente estranee al mio ruolo». Insomma, de minimis non curat praetor.
«Se mi fossi trovato in una qualunque situazione di conflitto di interesse, o ne avessi avuto conoscenza – dice Descalzi – non avrei esitato a dichiararlo come è previsto dalle procedure aziendali di Eni e dalla legge. Ho l’assoluta certezza di avere sempre operato correttamente, in modo lecito, nell’interesse dell’azienda e dei suoi azionisti. Riuscirò a dimostrarlo oltre ogni ragionevole dubbio».

Eni, dal canto suo, sostiene di aver avviato indagini interne, durate un anno, attraverso il proprio Comitato Controllo Rischi, il Collegio Sindacale) e consulenti terzi e indipendenti. Al termine di questo audit «le analisi effettuate confermano che tali aggiudicazioni al gruppo Petroservice si sono svolte in ambiti competitivi e nel sostanziale rispetto delle procedure di approvvigionamento vigenti».
Quindi, tirando le conclusioni, Petroservice, che secondo i documenti in mano ai magistrati era riconducibile alla moglie di Descalzi, ha ricevuto effettivamente lavori da Eni di cui Descalzi era manager e oggi è amministratore delegato con Emma Marcegaglia presidente.

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