Strage di Bologna, è svolta: trovate 2 note del Sismi: «I palestinesi pronti a colpire innocenti»

3 Ago 2019 16:22 - di Annamaria Gravino

Due note “riservatissime” del Sismi riaprono la “pista palestinese” sulla strage di Bologna. È quanto emergerebbe dalla scoperta del ricercatore Giacomo Pacini, che ha scovato i due documenti all’interno degli atti del processo sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia, benché con quel procedimento non abbiano alcuna attinenza. «Ci sono incappato per una fatalità e leggerli è stato sconvolgente: contengono un crescendo di minacce, sono chiari, sono espliciti», ha detto Pacini all’Adnkronos, che ha dato la notizia. I due documenti sarebbero del 1980 e, secondo quanto riferito, conterrebbero un ultimatum da parte del terrorismo palestinese: l’Italia avrebbe dovuto accogliere alcune richieste del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, il Fplp, o sarebbe stata rappresaglia, «con operazioni che potrebbero coinvolgere – è il virgolettato riportato dal dispaccio dei servizi – anche innocenti». La data di scadenza dell’ultimatum era il 15 maggio: la strage di Ustica avvenne un mese e mezzo dopo, il 27 giugno; la strage di Bologna due mesi e mezzo dopo, il 2 agosto.

La richiesta di verità che arriva dal Parlamento

L’altro ieri, alla vigilia del 39esimo anniversario dell’esplosione della bomba del 2 agosto, si è costituito l’Intergruppo parlamentare per far emergere la verità sulla strage. Contestualmente, su iniziativa dei deputati di FdI Federico Mollicone e Paola Frassinetti, è stata chiesta l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta, non senza qualche polemica da parte del presidente dell’associazione vittime Paolo Bolognesi. Primo obiettivo: la desecretazione degli atti, che poi ieri ha incassato anche il pieno sostegno dei presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Elisabetta Casellati. Perché, benché non sia ancora potuta emergere, è ormai di dominio pubblico che la verità c’è, è scritta in carte “riservatissime”, come quelle scoperte per caso da Pacini e e probabilmente parte delle stesse informative. Carte che diversi parlamentari hanno potuto visionare nell’ambito dei lavori della Commissione parlamentare sul caso Moro, ma delle quali non possono parlare perché coperte dal segreto di stato.

Il Lodo Moro e l’arresto di Abu Saleh

Tutto ruota intorno al Lodo Moro, un accordo – mai ammesso – con il terrorismo palestinese che, in sintesi, garantiva all’Italia di non avere attentati sul proprio territorio nazionale a patto di “distrarsi” sulle operazioni che vi si svolgevano per colpire altrove. I documenti ritrovati da Pacini, e confluiti nel suo saggio Moro e l’Intelligence (Rubettino), riportano quelle che sarebbero le informative sui tentativi del colonnello Stefano Giovannone, il capo dei nostri servizi a Beirut, di fugare il rischio stragi. Giovannone, stando ai due documenti, provò in tutti i modi a convincere i referenti italiani a soddisfare le richieste del Fplp. Un evento aveva fatto precipitare quei rapporti di “non belligeranza” che esistevano dal 1973: il fermo a Ortona, nel novembre del 1979, di tre esponenti di Autonomia operaia che trasportavano dei missili terra aria e che portò all’arresto di Abu Saleh, responsabile del Fplp in Italia, che aveva contatti con uno dei tre e che abitava proprio a Bologna. Si tratta di ricostruzioni che, benché molto circostanziate, finora, sono rimaste al livello di ipotesi e di inchieste giornalistiche rifiutate dalla magistratura, ma che ora, invece, troverebbero una conferma documentale.

La Commissione Moro e il bavaglio del segreto

Del Lodo Moro si venne a sapere dai lavori della Commissione Mitrokhin e poi dalle parole di una fonte autorevolissima: Francesco Cossiga, che con grande coraggio anni prima si era scusato con il Msi per aver contribuito ad affibbiare l’ingiusta etichetta di «fascista» sulla strage di Bologna. Tra smentite e timide conferme, il Lodo è rimasto a lungo un fantasma, un’ombra senza corpo, una rivelazione senza prove. Poi è arrivata la Commissione sul caso Moro e la lettura di quelle carte che parlamentari come Maurizio Gasparri e Carlo Giovanardi hanno potuto leggere, confermando poi essere rilevantissime, prima che riservatissime. Dispacci dei servizi di cui Giovanardi, l’altro giorno, si è spinto a dare le date, forzando un po’ la mano rispetto al segreto di stato. Si tratta di una ventina di documenti, che ora aspettano solo di poter essere resi pubblici.

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