Vogliono dare più poteri alle regioni. E continuano a chiamarsi “sovranisti”

giovedì 21 febbraio 17:21 - di Mario Landolfi

Il bello è che si definiscono sovranisti. Anche se il loro “sovrano collettivo” non è la nazione, bensì la regione. Che pretendono sempre più autonoma e finalmente affrancata dai fastidiosi vincoli imposti dall’essere una comunità di destino, forgiata da circa tre millenni di storia comune. E non è l’unica contraddizione: già, perché i sovranisti che in Europa tuonano contro gli zerovirgola, i ragionieri di Maastricht e il primato dei parametri di bilancio sulla politica, sono gli stessi che in Italia stanno eternamente chini sul libro mastro della doppia partita del dare e dell’avere tra Nord e Sud, spesso taroccandone anche i saldi. Proprio come farebbe un Dombrovskis o uno Schäuble qualsiasi. La differenza è che questi qua, però, sovranisti lo sono davvero.

Invece da noi, insuperabili nella commedia degli equivoci, oggi i sovranisti sono quelli che ieri gridavano “Prima il Nord“. Sarà che ora la musica è cambiata in “Prima l’Italia“, ma i musicanti sono rimasti quelli che sognano lo spezzatino regionale al posto dello Stato-nazione. Prendete Luca Zaia, in prima fila nel rivendicare più poteri (e più risorse) per il suo Veneto: è presidente di regione, ma già si dà arie da capo di Stato. Quello vero, che sta al Quirinale, parla a tutti gli italiani ogni ultimo dell’anno. Lui, invece, è già alla seconda lettera aperta ai meridionali (ai Corinzi scriveva San Paolo), in cui sciorina cifre, dispensa consigli, pronuncia moniti e lancia proclami.

Poiché leghista, Zaia è anche sovranista, ma solo nel senso che si sente sovrano del Veneto. Diversamente, gli tornerebbe in mente che il metodo più efficace che uno Stato ha per finire in pezzi è quello di scoprisi federalista dopo essere nato unitario. Anche un ceco lo vede e persino uno slovacco: un tempo, infatti, uniti formavano un cecoslovacco. Ora lo stanno scoprendo gli spagnoli alle prese con la ricca Catalogna che non ne vuol più sapere di Madrid, di re Filippo o del mito del Cid: ha i soldi e vuol far da sola. E poco importa se quei soldi sono anche il frutto del sudore di tutti gli spagnoli. Esattamente come la ricchezza del nostro Nord è il frutto del lavoro di tanti terroni. E questo spiega perché, con buona pace di Zaia, la cosiddetta autonomia rafforzata non si può che bollare come “secessione dei ricchi“. Una nuova crisi economica bussa alle porte dell’Europa. Gli Stati più forti e collaudati tenteranno di uscirne unitariamente. Da noi, invece, siamo già al fuggi fuggi del Nord al grido del “si salvi chi può”. E Zaia continua a chiamarsi sovranista.

 

 

Commenti

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  • Laura Prosperini 22 febbraio 2019

    Complimenti!
    è il primo articolo su questo delicatissimo tema, degno di nota.
    Sono completamente d’accordo con l’autore, possibile che non si accorga che proprio esaltando gli egoismi ed i meschini interessi provinciali(issimi)
    si frantuma l’Italia facendo il gioco…dei Globalisti sorosiani padroni delle Banche e dei Fondi sovranazionali (termine che la dice tutta) che vogliono un’euro-pa
    delle regioni (il più possibile piccole così si fa meno fatica ad asservirle).
    La Destra Storica, la nostra Destra idealizza l’esatto opposto!
    Proprio per questo vanno ristabiliti i nomi; niente più Sovranisti a chi vuole, miopicamente, farsi i piccoli affaretti suoi brianzoli ai danni sia di quelli che lo hanno permesso nel tempo (i tanti Italiani che si sono sacrificati e chiamati da loro terroni)
    sia di quelli che ci sono ora,
    si perché l’Italia è nostra, di tutti! è un unicum e quindi nessuno si può prendere un pezzetto di casa mia anche se abita più vicino al pezzo che vuole sottrare a tutti noi!!!
    Meloni, Storace fatevi sentire, pesantemente e a cadenza regolare non facciamo passare gli egoisti esaltatori dei diritti e assassini dei Doveri (dei quali, oggi, più nessuno parla…)