8 febbraio 2012 - 04:46

Società

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Nuovi italiani: la Gelmini riconosce lo "ius soli"

Nelle ultime disposizioni per l'integrazione degli stranieri nella scuola primaria il ministro Gelmini ha riconosciuto un principio importante, che è il nocciolo del dibattito sulla nuova cittadinanza: i bambini nati in Italia, qualunque sia la nazionalità dei loro genitori, devono essere considerati "alla pari" degli italiani e come "italiani" saranno conteggiati nelle verifiche ministeriali sulla composizione delle classi. È una scelta importante, che concretizza la salvaguardia di un principio finora rimasto marginale: lo "ius soli", il diritto che si acquisisce quando si è nati e cresciuti in un Paese e fin da piccolissimi se ne è assobita la lingua e la cultura. Ha fatto benissimo la Gelmini a valorizzare le prerogative dei ragazzi nati in Italia da famiglie immigrate, anche sfidando i pregiudizi di certe aree estremistiche della maggioranza. Non è una scelta "ideologica", ma pragmatica, che prende atto di una realtà incontestabile: quei bambini parlano come noi, vivono come noi, si "sentono" come noi al di là delle barriere burocratiche dei permessi di soggiorno. L'apertura del ministro pone un paletto importante nella riflessione sulla riforma della cittadinanza, che dopo il primo confronto nell'aula della Camera torna in Commissione per ulteriori approfondimenti. E profila la possibilità di superare vecchie contrapposizioni "di principio".

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commenti dei lettori

In questo post si mettono superficialmente insieme due questioni del tutto differenti, la decisione della Gelmini di inserire nelle classi un tetto del 30% al numero di stranieri presenti, è indubbiamente necessaria per evitare che la presenza in classe di troppi bambini stranieri (che magari conoscono poco o male l'italiano) possa rallentare eccessivamente il programma scolastico (e quindi l'apprendimento per chi l'italiano già lo conosce) causando in primo luogo la "fuga" degli alunni italiani, i cui genitori iscriveranno altrove, ed in secondo luogo la creazione di vere e proprie scuole e classi ghetto, già esistenti sul territorio, frequentate in stragrande maggioranza da bambini stranieri... e a chi si dovranno quindi integrare questi bambini se a scuola i loro compagni sono in larga parte stranieri come loro? Appurata la ragione per cui è necessario in ogni classe un tetto alla presenza di alunni stranieri è quindi ovvio che non ha senso calcolare nella quota riservata agli stranieri anche dei bambini nati in Italia che presumibilmente conoscono già discretamente la nostra lingua. Il discorso cittadinanza è invece del tutto diverso, io innanzitutto penso che questa debba essere concessa solo a quegli immigrati che col tempo e l'impegno dimostrano di sentirsi italiani e di essersi effettivamente integrati nel nostro paese (parlare semplicemente la nostra lingua non lo ritengo infatti sufficiente); voi d’altro canto sostenete che tutti i bambini stranieri nati in Italia si sentano automaticamente italiani e definite tale realtà incontestabile, beh io invece mi permetto di contestarla eccome, questa superficiale e semplicistica affermazione secondo me non è nient'altro che uno slogan tipicamente di sinistra... sicuramente esistoni figli di immigrati nati in Italia che si sentono pienamente italiani, ma ritenere che sia sempre così e che basti quindi nascere in territorio italiano per sentirsi tali mi sembra francamente ingenuo; basterebbe infatti solo osservare i problemi che creano le seconde e terze generazioni di immigrati (soprattutto magrebini islamici) negli altri paesi europei come Francia, Gran Bretagna, Olanda o Svezia dove l’immigrazione di massa è iniziata ben prima che da noi e sono presenti masse di giovani che pur avendo regolare cittadinanza non si sentono minimamente parte del paese in cui sono nati e vivono ma che anzi avversano molto più dei loro stessi genitori. Nel dire che basta nascere in Italia per sentirsi italiani si trascura infatti l’influenza dell’ambiente familiare in cui il bambino cresce, e quindi la cultura, le tradizioni, gli usi e costumi del paese di cui la famiglia è originaria. In sostanza, un bambino che per esempio nasce e cresce in una famiglia di cultura e religione islamica, vive in un quartiere-ghetto dove gli amici che ha sono spesso della sua stessa etnia/nazionalità, frequenta una di quelle scuole di frontiera dove la percentuale di stranieri è altissima, dubito che possa sentirsi molto italiano.

Finalmente qualcosa di buon senso da un ministro che non ho apprezzato in fatto di tagli ai precari. Ma almeno si intravedono menti illuminati dalla logica del fare il futuro dei veri Italiani. Gli Italiani che amano la cultura italiana invece che la cultura dell'odio oscurantista di alcune religioni d'oriente.

Principio giusto in difesa di bambini che crescono e assorbono la cultura di un altro paese. Il guaio è che loro saranno forse accettati ma i loro genitori spesso sono rifiutati e considerati molto "diversi". Quando per tutti loro il "sogno italiano" diventerà realtà? E' un mio augurio davvero sincero ma la realtà è spesso diversa dai sogni.I pregiudizi sono tanti e le paure assurde pure.E' sempre l'egoismo universale che annienta la speranza e la pace.