Nelle ultime disposizioni per l'integrazione degli stranieri nella scuola primaria il ministro Gelmini ha riconosciuto un principio importante, che è il nocciolo del dibattito sulla nuova cittadinanza: i bambini nati in Italia, qualunque sia la nazionalità dei loro genitori, devono essere considerati "alla pari" degli italiani e come "italiani" saranno conteggiati nelle verifiche ministeriali sulla composizione delle classi. È una scelta importante, che concretizza la salvaguardia di un principio finora rimasto marginale: lo "ius soli", il diritto che si acquisisce quando si è nati e cresciuti in un Paese e fin da piccolissimi se ne è assobita la lingua e la cultura. Ha fatto benissimo la Gelmini a valorizzare le prerogative dei ragazzi nati in Italia da famiglie immigrate, anche sfidando i pregiudizi di certe aree estremistiche della maggioranza. Non è una scelta "ideologica", ma pragmatica, che prende atto di una realtà incontestabile: quei bambini parlano come noi, vivono come noi, si "sentono" come noi al di là delle barriere burocratiche dei permessi di soggiorno. L'apertura del ministro pone un paletto importante nella riflessione sulla riforma della cittadinanza, che dopo il primo confronto nell'aula della Camera torna in Commissione per ulteriori approfondimenti. E profila la possibilità di superare vecchie contrapposizioni "di principio".
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