Qui a Johannesburg, proprio nello stadio di Nelson Mandela, all’Ellis Park, dove cercava un passaporto per la gloria, l’Italia ha lasciato il suo titolo mondiale e anche un po’ d’onore. Qui Clint Eastwood ha girato "Invictus". Pensate che titolo si potrebbe dare a quest’ultimo film azzurro se si usasse il dizionario di Anelka. Bien, allons enfants, frères d’Italie, torniamo a casa e ammettiamolo: non è che abbiamo fatto un figurone, noi, rispetto alla Francia, né Lippi nel confronto con Domenech; campioni e vicecampioni del Mondo rispediti a casa al primo giro da una pattuglia di nazionali mediocri come Paraguay e Uruguay, anonime come Messico e Slovacchia, abusive come Nuova Zelanda e Sudafrica. Eppure tutti – dico tutti – compresi quei pipponi dei kiwi, ci hanno dominato e inflitto una lezione: e dove non arrivavano con la tecnica, ci riuscivano con tutte le altre virtù conosciute nel calcio e da noi bellamente dimenticate in un’orgia di lippismo. I paraguagi ci hanno messo piedi e astuzia, i neozelandesi fisico e orgoglio, gli slovacchi una sorta d’odio etnico, perché hanno giocato soltanto contro noi, con lucidità, determinazione, esibendo qualità tecniche prima ignote. Che gli abbiamo fatto a Marekiaro Hamsik e compagni? Che si siano incazzati per quella battutaccia del Bossi che gli aveva dato dei venduti – loro povera Europa ex sovietizzata e successivamente lobotomizzata – comprati dalla fiorente ricca e potente Italy un cui solo giocatore costa l’intera Slovacchia? Gli azzurri l’hanno cavalcata, la storiaccia bossiana, anche dopo che il Senatur aveva chiesto scusa per la baggianata; qualsiasi motivo per farsi vittime di qualche complotto gli andava bene, perché sentivano – come sentivamo in molti – che non c’era squadra per andare avanti. E allora i giornalisti delinquenti e i politici invadenti, imitando l’Ottantadue di Bearzot: gliel’ho confutato subito, a Lippi, questo tentativo di vittimismo nazionale, e subito Bearzot mi ha dato ragione. I giornalisti lo han fatto vivere anche troppo bene e personalmente non ho infierito dopo averlo accusato di aver lasciato a casa Cassano (sono stato il primo, ricordo, in un ormai antico Tg2) e Balotelli, che ho rimpianto fino all’ultim’ora: non puoi distruggere un tecnico che già, pur avversatissimo sul piano tecnico e umano dalla Grandi Firme, ti ha vinto un Mondiale. Né pensarlo rincoglionito, visto che da Berlino a Johannesburg son passati solo quattr’anni: le scelte di Lippi, assolutamente disastrose e cervellotiche, a partire dal quel gruppo di juventini stracotti, sono da affidare più all’introspezione dello psicologo che alla rabbiosa e comunque razionale analisi dei critici. Come se fosse stato colto, il Ct, da un raptus narcisistico che gli suggeriva giorno dopo giorno certezze incerte e slanci suicidi per passare alla storia, un po’ come quegli sciagurati che s’infilano la destra nella pancera o lo scolapasta in capo e si credono Napoleone. Lui, Marcello, uno dei migliori tecnici del mondo, le armi vincenti doveva averle, naturalmente fatte scelte giuste nell’armeria nazionale: e se un giorno deciderà di dare una spiegazione alle sue follìe, gliene saremo grati. Almeno per collocare al posto giusto, nella storia centenaria del calcio italiano, questo povero Mondiale di una povera Italia. Prima di andar per storie, voglio subito dirvi che Lippi ha sbagliato per tre volte la formazione, fidandosi nella mano d’oro delle sostituzioni esibita felicemente in Germania 2006. Lo ha affermato senza nascondersi dietro scuse stupide, il ct, senza invocare alibi, ma la sua grande manifestazione d’umiltà – a danno compiuto – mette ancora più in evidenza la presunzione della lunga dolorosa vigilia, quand’anche amichevolmente gli si diceva di meditare prima di partorire quei ventitré che rappresentavano non il meglio del campionato ma un’Italia minore. Personalizzo un attimo: per settimane gli ho chiesto di ripensare a Balotelli, inventandomi anche motivazioni etnico sociopolitico, inutilmente; e qui in Sudafrica, a portata di voce, gli ho raccomandato di lasciar perdere i cambi postumi, facendoli prima, rinunciando a schierare – sempre – la Potente Armata di Iaquinta, l’onesto generoso Iaquinta ch’è stato un anno senza poter giocare. E infine – anche se un’ammissione di impotenza spiace sempre, a un giornalista – ho pezze d’appoggio che dimostrano quante volte gli ho chiesto di schierare Quagliarella, Quagliarella, Quagliarella, l’unico vivo e forte in una squadra in tremarella. Quando lo ha mandato in campo, era troppo tardi. Tutti a casa, dunque. Ma senza pomodori, né mattoni, come usava una volta: nell’indifferenza dei più, temo. I danni li subirà la Rai, con i cali d’ascolto. Dico indifferenza perché mi rifaccio alla mia reazione, e scusate se mi prendo ad esempio, ma io sono – come voi – un tifoso dell’Italia, uno che al fischio di chiusura, vedendo le lacrime di Quagliarella, s’è sentito un nodo alla gola. Poi più. Poi ho aperto il libro della storia e ho ricordato che dieci mondiali fa – li ho vissuti e raccontati tutti, dal 1974 – l’Italia è tornata a casa dopo il primo giro nonostante fosse, a differenza di questa, piena zeppa di campioni, da Rivera a Mazzola, da Chinaglia ad Anastasi, da Riva a Capello, e in porta c’era Zoff che s’era appena guadagnato una copertina di "Newsweek" ma aveva esordito beccandosi un gol da Haiti, da un centometrista che si chiamava Sanon ed era allenato da un vecchio amico stanco di bora e voglioso di sole, il triestin memo Trevisan. Era la Nazionale della spocchia, quella, figlia di un Paese confuso e sprecone; la Nazionale delle divisioni, dei clan, delle cosche, dei gruppetti mediatici nati per alleanze editoriali o intorno a Gianni Brera che infatti fu, attraverso i suoi collaboratori, interessato alla vicenda che avrebbe aggiunto vergogna a vergogna: dovevamo affrontare la Polonia per passare il primo turno, dopo aver vinto (comunque) con Haiti e pareggiato con una modesta Argentina (c’era solo un Houseman potente) e a qualcuno venne in mente di comprarsi i poveri polacchi comunistizzati, i quali magari ci stavano (a me Kasimir Gorsky un anno dopo lo ha negato) e chiesero di non far scendere in campo Chinaglia e Anastasi, minacce da gol; ma intervenne in tempo Artemio Franchi il quale disse no al suo “inviato” Italo Allodi, certo per scelta onesta ma anche – fatemelo dire, dopo tanti anni – per togliere di mezzo quella banda di divi viziatissimi che ormai aveva trasformato il Club Italia i un centro affaristico e personalistico. Mi chiese – Franchi – di poter chiamare Bernardini, che lavorava per me al Resto del Carlino dopo esser tornato all’antico mestiere di giornalista; “ma che sta ’a chiede?”, gli rispose “Fuffo”; che mi salutò caramente e passò alla guida della Nazionale, avviando subito una ristrutturazione che partiva – guarda caso – dal pensionamento forever di Rivera e Mazzola. Così preparò, tagliando e cucendo, l’Italia che, consegnata più tardi a Bearzot, avrebbe giocato alla grande in Argentina ’78 e vinto il Mondiale in Spagna ’82. Tutto questo per dirvi, sulla strada del ritorno, che Cesare Prandelli, il Ct Anticipato, da una rifondazione dovrà cominciare. E da Cassano e Balotelli, naturalmente.
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