8 febbraio 2012 - 04:24

Quel ribelle che inventò il popolarismo

Enrico Nistri

Enrico Nistri
Prendendo spunto dal centenario della lettera pastorale di Pio X ai vescovi francesi – la Notre charge apostolique, in cui il pontefice prendeva posizione contro l’impegno cattolico in politica influenzato dalle teorie moderniste – Pier Paolo Segneri ha recentemente avuto il merito di ricordare sul Secolo una figura in parte rimossa del panorama politico e culturale italiano: don Romolo Murri, che con don Luigi Sturzo fu uno degli ispiratori dell’impegno dei cattolici in democrazia. Oblio e rimozioni sono tutt’altro che incomprensibili, vista la storia personale del sacerdote marchigiano, che fu non solo un libertario nella fase radicale del suo impegno politico, ma un ribelle per indole a ogni imposizione, almeno sino agli ultimi anni di vita.
Nell’Italia moderata in cui la Dc costituiva il partito di maggioranza relativa (e, nel ’48, addirittura quasi assoluta) era bene che non fossero in molti a sapere come lo stesso termine “democrazia cristiana” fosse stato coniato da un sacerdote sospeso a divinis nel 1907, scomunicato nel 1909, deputato radicale da quell’anno al 1913, sposatosi civilmente in Campidoglio nel 1912, per altro con la figlia del presidente del Senato norvegese conosciuta durante la consegna del Nobel a Carducci, riconciliatosi con la Chiesa poco prima della morte, nel 1944. Forse con qualche riluttanza, Pio XII, che di Pio X era un estimatore e che ne sostenne nel 1954 la canonizzazione, accettò che De Gasperi scegliesse per il nuovo partito dei cattolici la denominazione di un movimento lambito dalla scomunica, «quasi per assegnarle – ha scritto Lorenzo Bedeschi – un pedigree diverso e darle più lontane origini, oltre il popolarismo sturziano».
Ma soltanto nel 1984 la Fuci appose una lapide al numero 20 della romana via della Torretta, per ricordare come il 24enne Romolo Murri 90 anni prima vi avesse fondato il circolo universitario cattolico da cui sarebbe nata l’organizzazione, futura scuola di formazione della classe dirigente democristiano.
Sull’oblio caduto su Murri a tutt’oggi ha tuttavia pesato un’altra forma di rimozione, questa volta dettata non dalle censure clericali, ma da quel conformismo antifascista che ha costituito la religione politica della Prima Repubblica e che portava a cancellare le tracce di quanto non era conciliabile con la concezione del fascismo come mero incidente di percorso della storia italiana. Circostanza che è stata a lungo ricordata a mezza voce, o motivata con argomenti di indole pratico, Murri infatti aderì al fascismo. E la sua non fu un’adesione di facciata o di indole opportunistica, ma precoce e duratura, apprezzata dai due più importanti intellettuali fascisti, il filosofo Giovanni Gentile, che gli riconobbe il merito di aver risvegliato il cattolicesimo italiano prebellico, e lo storico Gioacchino Volpe, che nel 1927 l’annoverò fra i precursori del fascismo nel suo L’Italia in cammino. Già nel 1924, del resto, Augusto de Marsanich, un giovane intellettuale vicino a Bottai, nonché futuro presidente del Msi e zio di Alberto Moravia, lo aveva avvicinato a Sorel, paragono lusinghiero per chi conosce l’importanza che l’autore delle Riflessioni sulla violenza esercitò sul fascismo. E della rivista di Bottai Critica fascista, oltre che del quotidiano Il Resto del Carlino, Murri fu uno dei collaboratori, stimato da Benito Mussolini, che lo ricordò anche nei suoi colloqui con Yvon de Begnac.
Che cosa avvicinava il prete sposato modernista al fascismo? Si potrebbe osservare che in realtà molti sacerdoti a suo tempo accusati di modernismo si avvicinarono al movimento mussoliniano, e che comunque esistette una contiguità tra il modernismo stesso e quella cultura della Voce che avrebbe influenzato profondamente la genesi del fascismo e la stessa formazione del giovane Mussolini. È vero, anche se in realtà, come ha fatto presente Giuseppe Spadaro nella voce dedicata al sacerdote marchigiano nell’Ideario italiano (Il Minotauro, 2001), Murri non si sentiva colpito dall’enciclica Pascendi, che condannava l’immanentismo filosofico. Riteneva il suo pensiero ortodossamente inscritto nell’alveo del tomismo, anche se il suo era un tentativo di coniugare il pensiero di San Tommaso, quale l’aveva appreso nell’università gregoriana, e lo storicismo di Antonio Labriola, di cui aveva frequentato le lezioni romane all’università La Sapienza insieme a Ernesto Bonaiuti. Quest’intima convinzione aiuta a comprendere perché sia stato uno dei pochi cattolici italiani a replicare apertamente all’enciclica Pascendi, con il saggio La filosofia nuova e l’enciclica contro il modernismo, del 1907. Quello che lo separò sempre più drammaticamente dal cattolicesimo ufficiale fu il rifiuto delle posizioni legittimistiche e del “non expedit”, che lo portò ad opporre al conservatorismo dell’Opera dei Congressi l’autonomia di un partito che favorisse la partecipazione dei cattolici e delle masse popolari in politica. La rottura clamorosa col Vaticano, che si tradusse in un’aperta sfida dopo la sospensione a divinis potrebbe paradossalmente essere spiegata, almeno in parte, con questa buona fede delusa.
In realtà – come hanno messo in luce lo stesso Spadaro e Pier Giorgio Zunino, nel suo lucido intervento al convegno “Il concetto di democrazia nel pensiero di Romolo Murri”, oggi consultabile sul sito internet del Centro Studi Romolo Murri – l’avvicinamento del sacerdote marchigiano al fascismo non fu una scelta improvvisa, né opportunistica. E neppure può essere derubricato a mero errore senile, visto che al momento della marcia su Roma Murri aveva 51 anni ed era nel pieno della sua maturità intellettuale. Militavano a favore della sua adesione al fascismo fattori di indole spirituale, come il suo auspicio di una partecipazione delle masse cattoliche alla vita nazionale in chiave populista e antiborghese e una concezione spiritualista della politica.
A differenza dei cosiddetti moderati, Murri non aveva mai scorto nel voto cattolico un mero correttivo in chiave antisocialista del suffragio universale, come sarebbe avvenuto col patto Gentiloni; si opponeva sì al socialismo, ma al socialismo riformista dei Turati, in sintonia, in questo, con la componente sindacalista rivoluzionaria e in definitiva con lo stesso Mussolini. Coerente con questa impostazione, fu un fervente interventista, alla pari di molti modernisti, e in saggi come La croce e la spada, Da Udine a Caporetto, difese le ragioni della partecipazione italiana al conflitto.
Nell’immediato primo dopoguerra, scomunicato, e pertanto ai margini del mondo cattolico ufficiale, isolato anche dai suoi vecchi sodali come don Sturzo e Toniolo (era considerato peccato grave anche avere semplici contatti epistolari con lui, ma Sturzo sino all’ultimo pregò ogni giorno per il suo ritorno alla Chiesa), non poté partecipare alla nascita del partito popolare, in cui trovavano sviluppo proposte che egli aveva per primo avanzato nel suo libro Fede e fascismo, del 1924, in cui rivendicava anche al movimento democratico-cristiano di cui era stato iniziatore il merito di aver incoraggiato i cattolici a «far loro, nella guerra e dopo, la causa della nazione, e a entrare alacremente nelle competizioni civili e sociali». Chi conosce la storia dell’Italia dal 1924 in poi, sa bene che quelle “competizioni” il fascismo-regime le avrebbe o represse o convogliate verso obiettivi esterni, con esiti infine rovinosi, secondo le dinamiche di uno Stato dittatoriale. Ma che il fautore dell’impegno politico dei cattolici, in opposizione anche al concetto “borghese” di libertà, ritenuto illusorio, desse il suo avallo al fascismo, è indicativo di come ai suoi esordi il fascismo fosse davvero riuscito a convogliare in sé alcune fra le più vitali esperienze ed energie della società italiana d’inizio Novecento. C’è stato davvero un tempo in cui “l’Italia in cammino” – per ricorrere a una espressione di Gioacchino Volpe – era andata al passo con la politica (e quindi anche con Mussolini).