10 settembre 2010 - 05:24

Fine Vita, e se lo Stato si facesse da parte?

Leonardo Tirabassi

Siamo sicuri che la legge sul testamento biologico sia buona, serva cioè a tutelare la vita come nell’intenzione del legislatore? Capisco comunque l’interesse che la faccenda del testamento biologico suscita. Credo però che sia un’attenzione tutta politica e ideologica, anch’essa simbolo dello stato dei rapporti – della guerra – tra poteri dello Stato, scattata questa volta a causa dell’entrata a gamba tesa da parte della magistratura con la sentenza “Englaro”. Ma è uno di quei casi di battaglie in cui piccole e agguerrite avanguardie di opinione fortemente motivate, i fautori delle “decisioni anticipate”, riescono a conquistare il palcoscenico della comunicazione grazie a un’attenzione mediatica che si giova della forza dello scandalo.
Scandalo che ha portato a rompere il tabù, a decidere da parte della magistratura della vita e della morte di una persona senza rendersi conto della corsa a rotta di collo verso il rafforzamento della prigione in cui rinchiudere i cittadini, dell’aumento dell’invadenza dello Stato nelle sfere più intime della persona. Senza rendersi conto di entrare in una zona dove devono vigere il silenzio, il sussurro, la pietà, non le grida sguaiate e il tifo da stadio. Personalmente sono stato direttore della sezione fiorentina della Lega per la Lotta contro i tumori, consulente per anni di un’associazione impegnata nelle cure di fine vita e di un centro di prevenzione oncolologica e, purtroppo, anche la mia famiglia è stata duramente colpita da questa malattia. L’esperienza, la letteratura scientifica, le storie di vita, mi fanno dire che la paura della morte è la paura di morire in solitudine e soffrendo. E allora il primo compito della collettività è di intervenire nel fine vita, come ha fatto giustamente il governo rendendo le cure palliative un diritto dei cittadini, ma senza rompere la sacralità di una barriera. Ora per riparare al disastro compiuto dai giudici, si chiede che il Parlamento legiferi sul fine vita.
L’argomento addotto dai sostenitori è forte: se la legge deve entrare in questo ambito specifico, che siano allora gli eletti a decidere al posto di organi irresponsabili; meglio i responsabili davanti ai cittadini che un magistrato qualsiasi. Così facendo, però, si passerebbe dall’errore di Stato al disastro di Stato. Ogni persona è, prima di tutto, un essere sociale: la sua vita appartiene a sé, alla famiglia, agli amici, alle comunità in cui vive, anche allo Stato quando chiede di prender le armi per difendere la patria. L’esistenza di ognuno scorre tra la vita e la morte in un flusso di eventi e decisioni pieno di contraddizioni e incoerenze rispetto a questi momenti fondanti. Decisioni prese, anche nel silenzio della propria coscienza, assieme agli altri familiari, amici, medici, per chi crede sacerdoti e adesso terapeutici vari.
Non si vive in un vuoto di significati. Esistono una tradizione, un buon senso a cui rifarsi sempre. È vero che sono, a quanto pare, messi in discussione e non sono più certi, ma il compito del legislatore è rafforzare questo patrimonio, non affossarlo definitivamente. Qualunque persona ragionevole sia passata per tragedie simili arriva a sapere cosa deve fare. Quello che vogliono i partigiani del testamento biologico è proprio l’eliminazione della decisione, della responsabilità, anche della colpa ritenuta il male minore. Rispetto della vita, rispetto delle volontà della persona non sono principi in contraddizione. È solo un esercizio teorico della filosofia analitica a discernere i casi uno ad uno, incrociando tutte le variabili. Si tratta di una speculazione che poco ha a che fare con la realtà. La decisione su dove si trovi il limite, sulla valutazione dell’inutilità del dolore rispetto a una vita degna di essere vissuta, su dove sia – insomma – la soglia della vita non può essere presa per legge, per decreto. E, se legge deve essere, mi sembra che ribadire pochi principi basilari – rispetto della vita, no alla eutanasia, no al dolore inutile e no all’accanimento terapeutico – sarebbe molto meglio che stilare un elenco di tecniche ammesse o proibite.
Se esiste una zona dove né la scienza né lo Stato hanno diritto di dire qualcosa, questa è il passaggio tra la vita e la morte. È poco credibile l’idea che ci sia una legge che stabilisce cosa sia e cosa non sia “accanimento terapeutico” e quali strumenti possano essere usati e quali no, perché cambia la tecnica, cambiano le condizioni oggettive e soggettive, cambia la mentalità. Il risultato sarebbe una legge soggetta a revisioni costanti, con il rischio di affidare questi cambiamenti alle volontà politiche del momento.
Ora mi sembra quindi che una proposta di legge di questo genere cada in una profonda contraddizione. O non si legifera sulla vita e sulla morte (soluzione ottimale) o si legifera, ma lasciando nel vago della indeterminazione biologico-antropologica il passaggio dai due momenti (soluzione di compromesso politico accettabile, che rimanderebbe troppo nelle mani della magistratura). O, ancora, si legifera ma si lascia all’individuo decidere a quali cure si vuole sottoporre (soluzione che mi trova assolutamente contrario a cui conduce la logica del testamento biologico) oppure, ecco la quarta possibilità, quella che allo stato attuale è stata scelta dal legislatore italiano, la strada peggiore, irta di contraddizioni, che condurrà a una miriade di ricorsi, perché su questo terreno si scontrano tra loro principi diversi ugualmente forti quali autodeterminazione, dovere della cura, volontà del legislatore. Qui la volontà del cittadino, rispetto ad alcuni atti come l’idratazione, non conterebbe praticamente nulla. Non solo, scegliendo una via giuridica così precisa, si rompe il tabù del rapporto legge positiva-vita: d’ora in poi la definizione di cosa sia una vita dignitosa, la “vita buona”, rischia di finire in mano alle maggioranze parlamentari. Capisco che sul momento, davanti all’invadenza della magistratura che è andata a inventarsi una presunta precedente volontà della paziente, davanti alla scelta del padre di Eluana Englaro dettata dalla decisione – per me incomprensibile – di dare pubblicità alla morte della figlia, si sia invece scelta la strada del Parlamento secondo il principio, “meglio la volontà dei rappresentanti dei cittadini, che quella dei magistrati”. L’idea di “testamento biologico” appartiene a una cultura davvero strampalata che unisce e centrifuga individualismo assoluto di stampo illuministico-positivista con un’idolatria statalista totalitaria, come se lo Stato fosse un ente superiore che può più dell’individuo, perché tutto vede e capisce.
La cultura sottostante è il risultato di forze che il processo di secolarizzazione ha liberato dalle catene: il mito dell’autodeterminazione dell’individuo che crede di poter far tutto e su tutto decidere, la medicalizzazione della vita da parte di una medicina ridotta a tecnica, l’invadenza dello Stato che penetra in tutti i pori della vita privata e pesronale, al di là della volontà del legislatore. E la contraddizione è evidente: tanto più l’individuo si crede libero da vincoli sociali, tanto più si getta nelle mani di decisori esterni e impersonali, come tecnica e Leviatano. È l’abolizione, per legge e scienza, della responsabilità individuale.