Renato Guttuso viveva con la marcia della vita premuta all’esasperazione, perfino nell’accendere una sigaretta. Da fumatore incontrollato, gli scattava un nervosismo nei movimenti, per la forza che l’impossessava. Lo conobbi negli anni ’60, il volto di fenicio siciliano,giallomarrone, capelli al’indietro e tensione da predatore famelico. Di vita e di donne. Lavorava come un dannato e cercava di vivere come Don Giovanni. Renato Guttuso era, tra tutte le personalità di quegli anni che conobbi con disinvolta freguentazione, per un saggio su Nuovi Argomenti, il più maschio,uomo. Guttuso era virile in un mondo talvolta assai incerto, quasi moralistico, tenuto conto che vi fu un duplice supporto morale: da una parte quello cattolico, dall’altra quello comunista. Il secondo, categorico e contraddittorio: giacché era inspiegabile, abolito il “peccato”, perché limitare la gioia di vivere? Ma la lotta di classe prevaleva e ingabbiava. Per inciso: fui in conflitto con L’Unità, dove scrivevo, proprio perché un mio libro, Il marxismo tra il sesso e la morte, esplicava che il marxismo, almeno a quei tempi, non considerava i problemi sessuali ed esistenziali.
Guttuso si era costruito una identificazione, quel “segno-disegno” veemente, che racchiudeva i due universi a lui carissimi: le donne e la Sicilia. Ogni siciliano ha la sua Sicilia: Micio Tempio, la Sicilia puttaniera; Luigi Capuana, la Sicilia fiabesca; Nino Martoglio, la Sicilia del dialetto catanese, etnica, idiomatica; Giovanni Verga, la Sicilia dei “signori” e dei morti di fame; Luigi Pirandello, tutto, è il grecosiculo della sofistica; Tomasi di Lampedusa, il pessimismo aristocratico di chi ha visto morire troppe civiltà per credere nel futuro borghese o non borghese; Vitaliano Brancati, il cantore del siciliano che rende le donne l’unica divinità, madonna o sgualdrina che sia; Salvatore Quasimodo, che tentò la lirica classica… Renato Guttuso, da parte sua, si innamora dei tegolati, dei limoni, delle agavi, dei ficodindia spinosi e palmati, dei muri sberciati, dei carretti illustrati di contadini e paladini: ne aveva fatto scuola a Bagheria, ragazzo, li esprime con un segnodisegno, dicevo, che scolpiva la tela, un getto immediato da dentro a fuori. Quelle immagini gli impellevano, gli prudevano le dita e si scaricava disegnando o dipingendo. Sebbene la pittura in Guttuso fosse un disegno colorato, l’arte sua fu il disegno. Che spettacolo, a casa sua – faccio per dire, nella sua reggia, a Palazzo del Grillo, se ricordo, era stata abitazione di Lorenzo Bernini, credo – quei fogli che Guttuso tracciava di scosse e ne venivano tegolati, limoni, asinelli,coppole, volti di contadini, li amava, non era manierismo, li amava. Lui siciliano era quel siciliano, quel siciliano contadino, mentre l’indimenticabile Giuseppe Migneco, i cui quadri conoscevo da bambino essendo la mia famiglia intrinseca al fratello Emilio, amava la Sicilia dei pescatori.
Dava pranzi regali, Guttuso. Commensali da storia dell’arte, Rafael Alberti, Miguel Angel Asturias, premio Nobel, con la piccolissima moglie Blanque, Maria Teresa Leon, moglie di Rafael Alberti, una comunista implacabile, Elsa de’ Giorgi, Alberto Moravia… Ma faccio solo un minimo esempio: una sera da Elsa de Giorgi erano ospiti Corrado Cagli, Giorgio De Chirico, Renato Guttuso, Carlo Levi, Agostino D’Avack, Rafael Alberti. Giravamo. Vi era un “ambiente”, allora. Che combinava Renato con le mani sotto la tavola, non dico a casa sua, ma quando ci recavamo al ristorante, difficile o facile, troppo, capirlo. Innanzitutto ai suoi fianchi si collocavano delle ragazze, felicissime di starvi, di fronte la moglie, Mimise, la quale non soltanto era più anziana di Renato, ma aveva sofferto un incidente di auto, un braccio le era stato incollato, il volto le si era scomposto. Mimise era un’aristocratica del norditalia, doveva essere stata bellissima, in casa un ritratto di Renato la dipingeva dai capelli rossi e occhi azzurri; mi sembra, perfino in quelle condizioni, elegante, con accresciuta incipriature per coprire le guance malandate. Vedeva,suppongo, e fingeva di non vedere i polipismi di Guttuso, il quale emanava febbrile sensualità. Ma lasciamo la vita a se stessa.
Con matita o pennello “i fimmini” erano l’altro universo di Guttuso. Ormai è una acquisizione pubblica la maniera brusca, caratterizzata con la quale egli esibiva i corpi della donna, quelle chiome cespugliose, che sembravano i capelli al vento di Elsa Morante, siciliana di origine, le anche muscolose, i seni in fuori, e l’aria di una drammatizzata voglia di vivere, la scoperta dell’erotismo, gli anni in cui finalmente il godimento della vita non è spregiato, l’annuncio del ’68… È il Guttuso più riuscito, che si sottrae al moralismo. Poi c’è il Guttuso che paga l’obolo del Partito Comunista, non falso, non servo, ma di un realismo illustrativo e niente di più. Non è illustrativo il Guttuso delle lotte contadine, tragiche, paragonabili alla Crocefissione del 1942 che fece subbuglio e lo evidenziò: aveva trent’anni. Non è giusto, però, occultare quanto spietata fosse la sua guerra contro gli informali, gli astrattisti… Che il realismo figurativo alla Guttuso, fattosi teoria della giusta pittura ideologicamente approvata dal Partito, rovinasse artisti che figurativi non erano, è desolantemente noto. E Guttuso non risparmiò alcuno. Spadroneggiò. Nelle Mostre, nelle gallerie, nel mercato. E ne vennero limiti all’arte italiana. Almeno fino agli anni ’60. Una sera Renato, che oltre il resto amava bere, credo che avesse colmato e svuotato qualche bicchiere in eccesso. E comiciò una discussione con l’impeccabile Carlo Levi, uomo di tutt’altra natura. Renato chiedeva a Carlo Levi se egli, Renato, doveva sentirsi in colpa di vivere da miliardario professandosi comunista. Levi, con gli occhiali sospesi da un filo sul petto, ricciutissimo, con il raffinato profilo, impettito,panciutello, cercava distanza, dalla confessione e dagli odori, mentre Renato lo accostava e diventava più querimonioso: era o no colpevole di avere ricchezze, comunista quale si dichiarava?! Levi arretrava e taceva, suppongo con qualche irritazione, essendo, oltretutto, riservato. Ma c’era dell’altro. Levi non era ricco al grado di un De Chirico, un Guttuso, lo stesso Alberto Moravia. La “confessione” di Guttuso lo scomodava per il prurito morale che poteva riguardare anche lui, e,ritengo, soprattutto perché Guttuso, in fondo,esibiva la sua ricchezza. Al punto che oggi sospetto Renato facesse scena per divertirsi su Levi, il quale, forse, giudicava Renato un “picciotto” fortunato. Ma non lo credo. Guttuso pativa la contraddizione di vivere da riccone lottando per il “popolo”. Non era ipocrisia. Era una contraddizione reale. La vita di ciascuno ne contiene. E se critichiamo gli altri è per non vedere noi stessi. Quel che resta di Guttuso è altro: la Sicilia amata, che sparisce, le amate donne. I sensi! La frenetica voglia di vivere. I corpi.La corporeità. E, per chi lo ha freguentato, un uomo di spontaneità generosa, di coinvolgimento vitalistico. Certo, tanto ci sarebbe da aggiungere, ad esempio, sul rapporto fraterno e ostile, poi, per contingenze sul “caso” Moro, con quel siciliano libero, critico, integro che fu Leonardo Sciascia. Ma in tal caso, occorrerà scrivere di Leonardo Sciascia. Pubblicai su Guttuso un ampio saggio, andai a trovarlo, lesse, finì, e di scatto afferrò una sua tempera e me la dedicò. Divenne la copertina di un mio libro. E un fermo ricordo.
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