Era il 31 ottobre 1984. Indira Gandhi, che qualche mese prima ha stroncato il movimento dei “banditi sikh” ordinando un sanguinoso attacco al Tempio d’Oro d’Amritsar, viene uccisa nel giardino di casa dalle sue guardie del corpo, due sikh che gliel’hanno giurata a nome dei “martiri del tempio” e dell’“intera comunità”. Figlia di Jawaharlal Nehru, che insieme al Mahatma Gandhi inventò l’India moderna, a Indira piace giocare d’azzardo e così sfida la fortuna decidendo di tenersi due sikh armati al seguito, ma quelli non sono meno spericolati di lei e perciò alla prima occasione le saldano il conto. Ad accorrere per prima in giardino, mentre i due assassini vengono eliminati dagli altri addetti alla sicurezza, è la giovane nuora del primo ministro, Sonia Gandhi, cattolica nel Paese degl’imam e dei brahmani, moglie di Rajiv Gandhi, il quale erediterà la carica politica della madre e, con quella, il suo destino. Anche Rajiv, pochi anni più tardi, nel maggio ’91, cadrà sotto i colpi dei sicari: nel suo caso le Tigri Tamil, l’organizzazione terroristica che ha dichiarato guerra al governo indiano in nome dell’indipendenza di Sri Lanka.
Quanto a Sonia, che presto diventerà a sua volta un’icona dell’India moderna, è nata in Italia, a Lusiana, in provincia di Treviso, ed è poi emigrata con la famiglia a Orbassano, un piccolo comune dell’hinterland torinese, dove cresce negli anni del boom economico: case popolari, un cinema, vecchie cascine, una scuola, qualche bar, ma soprattutto un’infilata di piccole industrie e officine da oscurare il cielo. Aprile 2004: mancano pochi giorni alle elezioni, Sonia guida il Partito del Congresso alla riconquista del potere (dal quale era stato allontanato dai nazionalisti indù) e Salman Rushdie azzarda malignamente una profezia. «Con quel suo hindi sgrammaticato», scrive l’autore dei Versi satanici, «Sonia è una donna convinta del suo diritto a governare, anche se non convince quasi nessuno, a parte sé stessa». Be’, Sonia Gandhi convince la maggioranza del Paese in un Paese dove «maggioranza» è una parola decisamente grossa, che non finisce mai. Nel 2009 il partito di cui rimane la leader riconosciuta, insieme ai suoi figli, vince di nuovo le elezioni, come potete adesso leggere in una bella biografia di Sonia Gandhi in uscita a giorni dal Saggiatore, Il Sari rosso, di Javier Moro (pp. 552, € 17,50). Libro di storia, e insieme romanzo esotico, Sari rosso è da sistemare, sugli scaffali della libreria, accanto ai racconti di Kipling e a quelli di Conrad, insieme alle avventure di Sandokan e Yanez, insieme ai Figli della mezzanotte di Rushdie, ma non troppo lontano dai libri sull’Italia degli anni sessanta, l’Italia delle minigonne e dello yè-yè, l’Italia della giovinezza di Sonia Maino.
Oggi che l’Italia del boom non è nemmeno più un ricordo, a reggere il timone dell’India globalizzata è lei, Sonia Gandhi. Mentre l’India balza dal sottosviluppo all’eccellenza economica e il Pil indiano cresce alla velocità dei funghi nella foresta pluviale, mentre decine di migliaia di brillanti ingegneri vengono laureati ogni anno dalle università del subcontinente e gl’insegnanti indiani, via Skype, preparano per gli esami di storia, di matematica, di fisica e persino d’inglese gli studenti somari di New York e Los Angeles, alla guida del Partito del Congresso, c’è una “memsahib”, un’occidentale. Si trattasse, almeno, d’una tradizionale memsahib inglese. No, Sonia Gandhi è una memsahib tra le più esotiche: un’italiana. Non ha antenati blasonati. Nessuno dei suoi avi ha preso parte alle crociate o alla Guerra delle Due Rose. Niente castello di famiglia infestato dai fantasmi. È figlia d’operai: one of us, una del popolo. Ed è nelle sue braccia che Indira Gandhi, esala l’ultimo respiro. Sahib e memsahib, cioè il classico colonialista inglese (con o senza baffoni, con o senza mazza da cricket) e la sua signora in crinoline e cappellino a velo, in fondo è come se non fossero mai esistiti: se all’inizio erano dei colonizzatori, col tempo sono diventati personaggi del folklore indiano esattamente come i fachiri e le vacche sacre.
Ma c’è da dubitare che impalmando lei, la ragazza d’Orbassano conosciuta a Cambridge negli anni Sessanta, Rajiv Gandhi intendesse sposare l’Occidente o che lei, sposandolo, inseguisse qualche chimera new age, come i Beatles a Rishikesh, aumeggianti dietro il guru Maharishi. Sonia e Rajiv si sposarono, ebbero tre figli, uno dei quali (il primo) morì quasi subito, ma il loro matrimonio non fu una nota multiculturale a piè di pagina di qualche romanzo di Hermann Hesse. Prima di tutto quella tra Sonia e Rajiv fu una bella storia d’amore. Che da Orbassano si arrivi alla presidenza del Partito del Congresso, è uno straordinario capriccio della sorte amorosa. Tra l’India e Torino non ci sono mai state relazioni degne di nota, a parte le opere d’Emilio Salgari, naturalmente, e un famoso viaggio in India di Guido Gozzano. Gozzano, in India, era un turista esotico un po’ in anticipo sui tempi, mentre Salgari, se mai si fosse recato di persona nella giungla nera, persino come turista sarebbe apparso inferiore al compito, un po’ come Tartarino di Tarascona a caccia di leoni in Algeria. Sonia Maino, invece, dell’India è diventata in qualche modo la regina, come Sissi e Cenerentola dopo aver rubato il cuore dei loro principi, l’azzurro e l’asburgico. Cameriera di pub a Londra, dove lava piatti e bicchieri per pagarsi gli studi di lingue, Sonia Maino conosce il rampollo primogenito d’Indira Gandhi, la donna più potente della terra, simbolo della guerra al privilegio e al colonialismo, leader del Terzo Mondo e dei Paesi non allineati. Rajiv guida una Jaguar, Sonia spazza i pavimenti. Sono studenti, giovanissimi, entrambi molto belli. Quel che deve succedere succede in un lampo. Rajiv chiede ufficialmente la mano di Sonia al signor Maino guidando la sua Jaguar fino a Orbassano, poi lascia gli studi d’ingegneria e trova lavoro come pilota d’aerei per potersi sposare subito, senza perdere tempo in lunghi fidanzamenti e sospiri epistolari. Una favola, ma una favola, attenzione, di cui è difficile apprezzare, o anche soltanto riconoscere, la morale: l’inizio è luminoso e travolgente, ma gli sviluppi della trama sono crudeli e rovinosi. Peggio: shakespeariani. C’è il matrimonio indiano con ghirlande di fiori e danze e incenso e canti tradizionali: una grande festa folk, che sembra uscita dalle pagine di Louis Bromfield, l’autore della “Grande Pioggia” e di “Notte a Bombay”. E niente matrigne: l’intesa tra Sonia e Indira è perfetta fin dal primo momento, quando si conoscono in Inghilterra, Sonia timida, Indira una roccia, durante una visita ufficiale del leader indiano a Londra.
C’è tutto questo. Ma nell’ombra ci sono anche i thugs, gli strangolatori, con i loro lacci di seta e i loro passi furtivi e vellutati, da assassini. Soprattutto c’è Kalì, la morte danzante, la morte schernitrice, che agita le quattro braccia e allunga la lingua (come Mick Jagger nel logo dei Rolling Stones, a proposito di Swinging London) reclamando sempre nuovi sacrifici umani: prima Indira, poi il suo secondogenito e successore designato Sanjay, infine Rajiv, pilota civile e sposo felice che il suo appuntamento a Samarcanda con la grande politica, se solo avesse potuto, l’avrebbe mancato. Scomparsa Indira, morti anche Sanjay e Rajiv, Sonia Gandhi è sola a capotavola: la memsahib, che nel 1983 ha rinunciato alla cittadinanza italiana, adesso non è soltanto indiana, come un altro miliardo e fischia di persone, tra abitanti degli slums, contadini affamati e nuova classe media in ascesa vertiginosa, ma è il Congress Party, cioèl’India stessa, l’ultima imperatrice.
Qui ci sono due scuole di pensiero. Una sostiene che Sonia, per un po’, si sottrae alle lusinghe della politica, come aveva pregato, invano, che ne stesse lontano anche il marito. Ma alla fine deve arrendersi: mentre i nazionalisti indù duri e puri del Shiv Sena e del Bharatiya Janata Party, in quel momento al potere, giocano invano la carta della sua origine occidentale, lei accetta di guidare il Partito del Congresso alle elezioni, le vince in nome del suo clan, poi rinuncia clamorosamente alla carica di primo ministro e soltanto un anno dopo, nel 2005, accetta la presidenza del partito. Dentro di sé, dice la prima scuola di pensiero, Sonia Gandhi sta tremando: la politica, con le sue quattro braccia e la sua lingua penzoloni, è di nuovo il principale, per non dire il solo, affare di famiglia. Rahul, suo figlio, è stato eletto al Parlamento. Priyanka, la ragazza Gandhi, responsabile della campagna elettorale, è a sua volta dentro la politica davvero fino al collo.
Ma c’è una seconda scuola di pensiero. «Quelli che conoscono Sonia da anni», scriveva sempre Salman Rushdie nel 2004, «mi dissuadono vivamente dal bermi la storia secondo cui non è mai stata interessata alla politica e che si è lasciata arruolare soltanto per il bene del partito. Mi dipingono il ritratto d’una donna completamente sedotta dal potere, ma incapace di maneggiarlo, mancante d’abilità, fascino, visione, in realtà di tutto tranne della fame di potere in sé. Attorno a lei, agitano la coda i servili cortigiani della dinastia Nehru-Gandhi, che manovrava per evitare l’ascesa di nuovi leader, che potrebbero avere il vigore e la volontà di rianimare i destini del partito, ma a cui non è permesso usurpare il ruolo di comando che, secondo il clan di Sonia Gandhi, appartiene a lei e ai suoi figli soltanto».
Be’, quale che sia la natura del suo karma, quella di Sonia Gandhi rimane una bella storia e stupisce che Salman Rushdie, un romanziere, non l’apprezzi quanto l’avrebbe apprezzata, a suo tempo, Rudyard Kipling. Prima di lei, Sonia Gandhi, c’era stato infatti Kim, il giovane eroe di Kipling, per metà indiano, per metà sahib. Lei figlia d’un proletario vicentino emigrato in Piemonte nel dopoguerra, lui figlio d’un sergente irlandese caduto in battaglia più d’un secolo prima, durante la rivolta dei sepoy, le guarnigioni indiane che si ribellarono all’autorità inglese, sono entrambi al centro d’una scena esotica, forse persino della scena esotica par excellence: un’avventura indiana, come dire una storia ambientata su un altro pianeta, pieno di spie e di sicari in perizoma e turbante, di mendicanti jaina e di foreste pluviali e di dèi innumerevoli, di tradizioni che incombono e di modernità che incalzano. È la stessa storia, ma naturalmente non è la stessa India.
Quella di Kim era un’India inglese, che prendeva controvoglia preziose (anzi preziosissime) lezioni di modernità dai sahib e dalle memsahib di Sua Maestà la Regina, mentre quella di Sonia Gandhi è un’India perfettamente indiana, eppure irriconoscibile. È la più grande democrazia del mondo, una potenza nucleare che entro il 2050, secondo gli aruspici di Goldman Sachs, è destinata a diventare la terza economia del mondo, dopo Stati Uniti e Cina. È il Paese che controlla, praticamente da solo, senza rivali apprezzabili, il settore del software e quello dei call center in lingua inglese: oltre il 40 per cento delle maggiori aziende del mondo eseguono in India le loro attività di back office. Ma è anche l’India degli analfabeti e dei miserabili, l’India della disperazione sociale e degli scontri religiosi (e di classe) all’ultimo sangue, dove le gerarchie e le caste sono senza dubbio in declino, come scrive Pavan K. Varma in Dentro l’India (Lindau 2008), ma dove le nuove caste emergenti, insieme agl’ingegneri e agli specialisti di software, sono i gangster in stile Bollywood e i terroristi religiosi, per non parlare dei politici capaci di tutto e dei poliziotti corrotti (che costituiscono una realtà a loro volta kolossal, di fronte alla quale sbiadiscono le nostre Cupole e Tangentopoli). Sonia Gandhi regna su tutto questo, sull’India antica e su quella moderna, sul mutamento e sulla tradizione, sul lato luminoso e sul lato oscuro, sulla modernità e sulla giungla nera. Vedremo chi l’avrà vinta, alla fine, se Kalì o i suoi nemici. «La tradizione razionalista e scettica» dell’India eterna (di cui tesse l’elogio Amartya Sen, Premio Nobel 1998 per l’economia) o i suoi demoni preistorici.
SECOLO D'ITALIA - Pubblicazione telematica Registrazione tribunale di Roma n. 342/2009 del 6-10-2009. Partita IVA/C.F. 10091541002