Qualche giorno fa in un incontro pubblico sulle icone politiche degli anni Sessanta, Piero Sansonetti, direttore del quodidiano l’Altro, ha ammesso: «Piu che la figura del Che, debbo riconoscere che sin da allora mi colpì quella di Malcolm X». Una figura, va ricordato, che oltretutto ha straordinariamente anticipato l’irruzione della cultura musulmana, addirittura nel bel mezzo del triofno dell’american way of life. D’altronde, sono ormai celeberrime le scene del film omonimo di Spike Lee del 1992, le quali rendevano dopo tanti anni omaggio a un uomo capace di restituire orgoglio e dignità a milioni di afro-americani, cambiando in un certo senso la percezione che se ne aveva fino ad allora, e in qualche influenzando anche la sucessiva politica, vedi i recenti “strappi” di Barack Obama.
Malcolm X era infatti scomparso, all’età di 39 anni, nel febbraio del 1965. E del leader musulmano statunitense sarebbe rimasto solo il ricordo delle sue infiammanti apparizioni televisive e dei suoi slogan, immagini che via via si sarebbero sbiadite col tempo se Alex Haley, l’autore del best seller Radici, non ne avesse raccolto la testimonianza in un libro che pubblicò qualche mese dopo la morte del leader afro-americano: Autobiografia di Malcolm X. Già nel 1964, del resto, la rivista Life aveva pubblicato una famosa fotografia di Malcolm X con una carabina in mano, intento a tirare la tenda di una finestra per controllare fuori. La foto era accompagnata dalla scritta «con tutti i mezzi necessari», il suo slogan più famoso, ma si riferiva alle minacce di morte subite da Malcolm X e alla sua affermazione che «si sarebbe difeso». Pare che la stessa Cia fosse stata infatti informata del fatto che Nation of Islam, l’organizzazione di cui Malcolm X faceva parte ma da cui stava per separarsi, ritenendone superata l’impostazione, aveva commissionato, per vendetta, l’assassinio del leader dei musulmani afro-americani. In anni a noi più vicini un’altra icona musulmana può essere rappresentata da Ahmad Shah Massoud, il leader dell’Alleanza del Nord e irriducibile avversario del regime dei talebani. Il leone del Panjshir come era chiamato, venne infatti ucciso con la scusa di una intervista da finti giornalisti, in realtà terroristi suicidi, il 9 settembre 2001, solo due giorni prima dell’attacco alle Torri Gemelle. Nel corso di poco più di venti anni di conflitto Massoud aveva sconfitto il dittatore afghano Muhammad Daoud e l’Armata Rossa dell’Unione Sovietica. L’essere sfuggito a innumerevoli accerchiamenti dei più duri generali russi ed essere stato in grado di tenere in scacco le orde dei talebani viene ancora oggi considerato un vero e proprio miracolo, degno di figurare accanto alle gesta dei più grandi strateghi della storia militare. Con l’ausilio di un telefono satellitare e di walkie-talkie coordinava le sue operazioni militari, finanziandosi con i proventi della vendita di smeraldi e lapislazzuli estratti dalle miniere della sua valle. Nei rari momenti di sosta tornava a casa, dalla moglie e dai quattro figli, soffermandosi nella sua libreria ricca di oltre tremila volumi di cui molti antichissimi. Ettore Mo, uno dei più apprezzati inviati di guerra del Corriere della Sera e vero conoscitore dell’Afghanistan, riferisce: «Ho avuto modo in seguito di incontrare il suo braccio destro Mas’ud Chalili, e dopo varie insistenze sono riuscito a farmi dire di cosa avevano parlato la sera prima del giorno in cui con quell’attentato suicida sarebbe morto: ebbene parlarono a lungo di letteratura, di Dumas e della Divina Commedia, a riprova della sua passione per la cultura occidentale». In tutto il Panjshir, Massoud era riverito come una sorta di cavaliere medievale, quasi come un re per la nobiltà del suo carattere. Il suo Islam era tutto nel segno della “cortesia”, niente di simile alla versione letteralista demenziale del wahabismo. E, inoltre, il profondo contrasto tra la sua concezione dell’Islam e quella dei talebani riguardava la condizione femminile, argomento su cui si trovò spesso in contrasto anche con gli altri capitribù. Non sarebbe sfigurato vicino a un poeta della “beat generation”, con il suo copricapo tipico delle popolazioni dell’Hindu Kush indossato sempre di traverso, e con quell’espressione di intensità negli occhi. Lui avrebbe voluto essere architetto quando, da adolescente, studiava al liceo francese di Kabul. Fra i numerosi libri dedicati a Massud segnaliamo quello, molto bello, di Michael Barry che ha per sottotitolo “Dall’islamismo alla libertà” e che Ponte alle Grazie aveva pubblicato nel 2003.
Ancora in tema di icone musulmane che possono contribuire a diffondere in Europa e in Occidente un’idea dell’Islam rispettosa della realtà di questa tradizione religiosa e in contrasto con gli schematismi da “scontro di civiltà”, va segnalata una notizia che ci arriva in queste ore dalla Spagna. Qui la Fondazione “Le due rive”, che ha sede nella città di Cadice, ha messo in cantiere un club di lettura denominato «Un Mare, un libro», con l’intento dichiarato di favorire uno spazio di conoscenza e di interscambio attraverso la lettura di opere i cui temi siano in relazione col modo di vivere, di pensare e di credere delle realtà arabe e islamiche del Mediterraneo. La biblioteca dello stretto di Cadice darà infatti prestito a ciascuno degli iscritti al club una copia di un’opera che poi sarà oggetto di dibattito. Fra i primi libri che saranno proposti per la prossima stagione ci sono Il pane nudo di Mohamed Chukri, Le ceneri di Baghdad di Antonio Lozano e Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano di Eric Emanuel Schmitt. Previsti anche autori già segnalati su queste colonne come il marsigliese Jean Claude Izzo e Petros Markaris. L’importanza della letteratura in questa direzione viene ribadita in maniera esemplare anche su Emel, nota rivista di stile di vita islamica pubblicata in Gran Bretagna, da parte della scrittrice Shalina. Citando un detto di Ali ibn Abu Talib, nipote del profeta Muhammad: «Crescete i vostri ragazzi diversamente da come voi foste “allevati” perché ogni epoca è differente». Shelina ha invitato le élite dei giovani musulmani britannici – e dunque anche degli altri paesi europei – a saper scorgere alcune priorità nell’ordine della comunicazione. La constante barriera a notizie positive – continua Shelina – cosi come i feroci attacchi nei media se non riescono tutto sommato che a rafforzare il nostro senso di appartenenza non devono tuttavia farsi smettere di interrogarci su come “guadagnarsi” il giusto posto nelle società in cui i musulmani europei sono minoranza e sia sulla nostra identità. Prosegue Shalina: «Bisogna vedere quanto il mondo intorno a noi cambi in continuazione, io ebbi il mio primo cellulare alla fine degli anni novanta e avevo il modem per internet che viaggiava alla folle velocità di 56 kilobite. Oggi, ad appena 10 anni di distanza di tempo, è impossibile vivere senza l’uno e l’altro ma ricevere le informazioni non è più sufficiente, occorre avere degli strumenti per dare un senso a tutto ciò che succede senza sprofondare in un tipo di vita acritica. Soltanto cosi gli autori possono riconnettersi a una letteratura di significato “spirituale” che tutti comprendono quanto sia andato perduto con il moderno e globalizzato Islam letteralista. Produrre una letteratura con forti inclinazioni verso la spiritualità e la religione deve però essere puntellata dall’apprendere con quali strumenti si può indirizzare i mai sopprimibili interrogativi dei perchè della vita e della religione che tutte le generazioni incontrano sul loro percorso, ma la sfida è quella di non scadere in un dogmatismo arido ed inutile. Abbiamo tutti bisogno di capire che una letteratura impegnata su questa strada va considerata come una delle più importanti abilità di cui autori musulmani devono dar prova e come lo sia di più fra tutte le altre (sociali economiche o politiche) che costituiscono l’integrazione delle famiglie e delle comunità. La nostre abilità – conclude l’intervento – a ottenere nella vita quotidana i mezzi per vivere devono includere un cosi vitale aspetto per la salute dell’individuo come quello di sviluppare la nostra migliore religiosità». A questo pensiamo deve essere aggiunto, a nostro parere, una cultura del “rilassamento” nelle risate di una satira intelligente come quella di Arabica show, lo spettacolo che debutterà domenica prossima, 18 ottobre, a Parigi all’Istituto del mondo arabo.
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