8 settembre 2010 - 15:27

Namjoo, il Bob Dylan d’Iran: canto contro le oppressioni

Valter Delle Donne

Lo chiamano il Bob Dylan di Persia, anche se la somiglianza fisica e anche certe contaminazioni sonore lo fanno assomigliare più al nostro Angelo Branduardi. Si chiama Mohsen Namjoo e giovedì sera si esibirà al conservatorio di Milano. Poeta e cantautore, Namjoo, che ha 33 anni, rappresenta l’altra faccia dell’Iran. Nel suo Paese i suoi dischi sono proibiti e venduti al mercato nero. La musica viene scambiata clandestinamente sul web. Un artista proibito che osa contaminare la tradizione musicale persiana con il sound della musica rock e jazz.
Il fenomeno Namjoo è esploso da alcuni anni in un Paese dove l’età media dei sessantasette milioni di abitanti è 27 anni. Una nazione giovane che ha voglia di esplorare e conoscere con ragazzi che assomigliano in tutto e per tutto ai loro coetanei occidentali. Non è un caso se in Iran 45 milioni di persone possiedono un telefonino cellulare. In questo contesto Namjoo diventa il simbolo di un popolo che non si arrende al regime di Ahmadinejad e che vuole andare avanti. Anche grazie alle canzoni del suo “Bob Dylan”, come lo ha definito il New York Times. Namjoo da due anni è costretto a un esilio di fatto, la motivazione ufficiale è un viaggio per motivi di studio che lo ha portato a trasferirsi a Vienna. È nella capitale austriaca che ha ha avuto notizia, nel luglio scorso, della condanna a cinque anni di reclusione per avere inserito dei versetti del Corano in una sua canzone. Un procedimento nato in circostanze ambigue. A cominciare dalla denuncia anonima di uno studente, che aveva segnalato al tribunale islamico un brano firmato dal cantante iraniano e postato in internet, del quale lo stesso cantautore ha disconosciuto la piena paternità. Lo stile di Namjoo mischia infatti musica pop a ai versi della tradizione persiana. Risulta fin troppo facile aggiungere nuovi versi.
Facile intuire che dietro questa condanna ci sia stata una mossa a effetto del regime, dopo la presa di posizione ufficiale di Namjoo in favore dell’Onda verde e del candidato riformista Moussavi. Facile riconoscere il modello occidentale, di musicista impegnato, simile proprio a quello di Dylan e al movimento di protesta studentesca del ‘68. Non che la musica popolare araba sia digiuna da queste contaminazioni tra arte e potere. Può bastare per tutte l’esempio di Umm Kulthum, la più grande cantante egiziana di tutti i tempi, amata in tutto il mondo arabo, assurta a simbolo dell’Egitto di Nasser. Capace di riempire gli stadi a ogni suo concerto con tanto di diretta in radio ascoltata in tutto il mondo arabo con l’attenzione riservata a una finale del campionato del mondo di calcio. Una vicenda artistica narrata con suggestioni romanzesche nel bel libro di Selim Nassib Ti ho amata per la tua voce e che ha avuto anche un allestimento teatrale con Elisabetta Pozzi. Un testo che può aiutare a ricordare la potenza della musica anche a latitudini insospettabili. Neanche in Iran, dunque, “sono solo canzonette”. La musica di Namjoo in Iran stava diventando pericolosa, troppo occidentale. Come racconta nella sua biografia, i riferimenti musicali sono i Doors ed Eric Clapton Contaminare la musica tradizionale persiana con jazz e blues, suonare con il sitar musiche occidentali ha avuto uno straordinario successo sui ragazzi iraniani, con conseguenze insospettabili. I ragazzi dell’Onda verde hanno adattato le canzoni per contestare il presidente iraniano e il suo regime.
Dall’esilio Namjoo presenta giovedì a Milano un nuovo album, manifestando in maniera ancora più esplicita il suo dissenso al regime. Tra questi il rifacimento di uno dei brani più apprezzati dai ragazzi della contestazione. Gladiatori, scritta molti anni fa dedicata a un onnipotente leader supremo e ai suoi sgherri: «Voi gladiatori dai volti coperti che attaccate le nostre donne». Una canzone diventata un simbolo di ribellione e di libertà, contro un oppressore che chiunque identifica ormai con Ahmadinejad. Accanto a questo brano, una serie di canzoni inedite che è difficile non definire “politiche”. Tra queste Hamash, che è il frustrato lamento di qualcuno che non riesce ad alleviare il proprio dolore. Un motivo che ricorre spesso nelle liriche di Namjoo. «Dov’è andata l’onestà? Il mio cuore è sempre nel dolore, il mio corpo è sempre in catene, non riesco a cancellare questa pene, suono la mia canzone ma non cambia niente». La canzone allude ad un’atmosfera di inganno e bugie, un contesto in cui le tradizioni sono ostaggio di un leader sufi e della sua milizia armata di telefoni cellulari, che perseguita e saccheggia. La canzone termina con una svolta improvvisa dal lirismo della tradizione persiana ad una frase inglese, reinterpretandone il significato romantico: «Ci hanno sparato, bang bang, i nostri cari sono a terra, bang bang, ma vinciamo la battaglia, bang bang».  Namjoo riesce ad arrivare, con il suo approccio moderno, fin nel cuore della tradizione musicale persiana. Deladidi invece è una ballata basata sulla poesia del poeta contemporaneo iraniano Houshang Ebtehaj. Arrangiata nello stile della tradizione nomade, è un dolente racconto di oppressione e spargimento di sangue, che lascia però spazio alla speranza. Come lascia spazio alla speranza ed è un segnale per tutti, soprattutto da queste parti, la rielaborazione di una canzone folk spagnola popolarissima, Cielito Lindo. Una canzone fusa con testi del poeta persiano Rumi ispirati ad una melodia italiana. Nel suo tipico giocoso stile di fusione di elementi stilistici e lirici, Namjoo avvicina il folklore europeo alle melodie della propria tradizione, utilizzando lo stile classico della poesia di Rumi per enfatizzare la vicinanza delle culture. Una bella lezione per tutti, non solo per il regime di Teheran.