8 febbraio 2012 - 04:24

Un messaggio mai così attuale nel secolo della diseguaglianza e degli arbitri del potere

Francesco rivoluzionario, oggi come ieri

Franco Cardini

S. Francesco d'Assisi

Francesco non volle mai accedere al sacerdozio: non si riteneva degno di toccare con le sue mani il Corpo del Signore. Se e quando i cristiani non lo ascoltavano, predicava agli uccelli, ai lupi e ai saraceni. Francesco d’Assisi da ragazzo avrebbe voluto diventare cavaliere e suo padre, ricco mercante, gli avrebbe offerto volentieri i mezzi per diventarlo. Francesco non è mai stato il noioso santino che troppi film e sceneggiati televisivi ci presentano. Non era un casto chierichetto: era uno che aveva fatto all’amore ed era andato alla guerra; forse che aveva perfino ucciso. Sognava per sé la gloria dei cavalli, delle armi, delle bandiere al vento: poi Qualcosa gli suggerì che la gloria più grande era altrove ed egli era troppo megalomane per rifiutarla.
Francesco non voleva per sé né grandi cattedrali, né comode e solenni dimore. Non contestava alcuna forma di potere: ma la lasciava agli altri. Soprattutto ai Principi della Chiesa che obbediva e rispettava. Ma forse non avrebbe mai nemmeno voluto fondare un Ordine: si piegò a farlo solo perché questo era il desiderio del Papa. Francesco aveva scelto per sè e per i suoi la povertà e la nudità del Cristo sulla Croce. Vissuto tra XII e XIII secolo in uno dei periodi forse in assoluto più felici della storia europea e mediterranea, egli si trovò a confrontarsi con i nascenti miti della Modernità: l’individualismo, il desiderio di ricchezza, il culto della Ragione e del Progresso. Il Medioevo oramai al culmine stava portando l’Europa occidentale fuori dai limiti sacrali e solidaristici di quelle che gli antropologi definiscono “civiltà tradizionali”. Ci si stava avviando verso quella che qualcuno ha felicemente definito “l’eccezione occidentale”, cioè l’affermazione dell’Avere e dell’Apparire preferiti all’Essere. Insomma, la “Volontà di Potenza”. Gli stessi “diritti dell’uomo” in quanto “diritti dell’individuo”, sono espressione di tale Volontà.
Tale modello fu rifiutato e combattuto da Francesco, il quale non si oppose mai a niente ma, nel nome del Cristo povero e nudo scelto come maestro, respinse da sé qualunque tipo di potenza. Non solo quella politica, militare o economica: ma anche quella del sapere, che è essa stessa una forma di potere sugli altri.
In un mondo in cui la Chiesa trionfava anche sui regni più potenti ma nel quale gli eretici le rimproveravano di essersi allontanata dai poveri, Francesco dimostrò che si poteva restarle fedeli vivendo al tempo stesso del proprio lavoro, seguendo alla lettera il Vangelo e condividendo le sofferenze degli umili. In un mondo gonfio di odio e di guerre fratricide, Franceso tenne alta la sua parola di pace.
È un paradosso al giorno d’oggi: tanto popolare e tanto universalmente amato. In tempi di superbia, di spreco, di arbitrio individuale, di consumismo e di ingìustizia la sua memoria dovrebbe essere circondata dall’irrisione o condannata all’oblio. Eppure, mai come oggi s’è avuto bisogno di lui: al suo tempo la terra rigurgitava di mendicanti e di lebbrosi: eppure la distanza tra ricchi e poveri tra potenti e deboli era infinatemente minore di oggi. Nel nostro XX secolo i dati più recenti proposti dall’Onu parlano di un dieci per cento dell’umanità, cioè un po’ meno di un miliardo di persone, che gestisce il novanta per cento delle ricchezze umane; assistiamo intanto a un crescente processo di concentrazione della ricchezza e addirittura all’assalto delle lobbies internazionali alla gestione dell’acqua col pericolo di assetare interi continenti. E anche noi altri europei, che sia pur marginalmente condividiamo il benessere dei privilegiati, cominciamo con sempre maggior chiarezza a renderci conto che i beni della terra si vanno esaurendo e il loro abuso indiscriminato insieme con l’accumulo di ricchezze unilaterali stanno generando solo nuovi bisogni e nuove occasioni di conflitto.
Il nostro mondo è vecchio: con i suoi vizi, le sue false virtù i suoi autentici difetti, le sue troppe paure. Francesco non è vecchio: è antichissimo e sempre nuovo: «Voglio essere un nuovo pazzo in questo mondo”. Era lui a dirlo e questa frase ci sorprende e ci sconcerta ancora. Egli continua a indicarci la via della liberazione interiore e del recupero attraverso l’amore della solidarietà umana.  
Queste cose egli le capì e le visse nel nome dell’amore per Gesù. Oggi nel nostro dissacrato Occidente chi vuole può fare anche a meno del Cristo; o quantomeno illudersi che si possa farne a meno. Ma l’Uomo, no: quello resta anche per i non-credenti, essenziale e inaggirabile con le sue esigenze e le sue miserie. Non si può farne a meno e non lo si può ignorare. C’è sempre bisogno di chi riesca a salvarci tutti dimostrando che è possibile amare anche i lebbrosi.
Di solito si conoscono di lui pochi scritti: ci ha lasciato splendide  preghiere anche in latino ma le leggono solo gli specialisti. Invece, fin dai banchi di scuola si legge ancora la sua bella poesia Il Cantico delle Creature. Meno celebre è invece la più e commovente delle sue testimonianze: il cosiddetto Testamento. In esso egli ci offre la lucidissima sintesi della strada da lui scelta: all’inizio della sua vocazione lo spettacolo della miseria, della  malattia, della bruttezza, della morte gli appariva intollerabile; ma Dio gli fece la grazia di capire che il dono prezioso della vita rifulge anche in queste cose terribili.
Francesco resiste in un mondo di patetici conformisti che ci illudono di sconvolgerci con lo spettacolo delle loro miserabili ricchezze o della loro ridicola potenza. Francesco resta ancora l’unico capace di fare sul serio scandalo. L’unico autentico rivoluzionario.