4 febbraio 2012 - 07:08

Pdl e pluralismo: perchè dovremmo tacere

Flavia Perina

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi tra il ministro della Difesa Ignazio La Russa e il ministro della Cultura Sandro Bondi durante il vertice del Pdl a Palazzo Grazioli a Roma.

Un'intervista al ministro Ignazio La Russa pubblicata ieri sul quotidiano La Stampa ha rilanciato, e con forza, il tema del pluralismo interno al Popolo della libertà. Un tema un po' accantonato, negli ultimi giorni, perché scavalcato da altre e più specifiche emergenze. Eppure, evidentemente, l'argomento di cui si è tanto dibattuto ai tempi del convegno di Gubbio ha un suo fondamento, continua ad averlo nonostante le rassicurazioni spese a piene mani sull'onda di quelle discussioni e vale la pena di occuparsene anche se oggi l'attenzione di tutti è ovviamente assorbita dalla bocciatura del Lodo Alfano e dalle gravi conseguenze che porta con sè. L'intera storia novecentesca dei partiti è attraversata dal problema di come gestire la discussione interna e la varietà di formule elaborata " dal centralismo democratico del Pci all'organizzazione correntizia della Dc e dello stesso Msi " dimostra quanto la questione sia stata e sia centrale per la politica italiana. Appena due giorni fa, parlando dell'ultimo libro di Alberto Asor Rosa (Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali), Luciano Lanna ricordava le traversie del professore che, cantando le lodi della grande letteratura europea della crisi «contro il modello populista sostenuto dalla cosiddetta cultura militante comunista» si meritò l'accusa di «reazionarismo». La politica dell'epoca non consentiva troppi margini di discussione o complessità: non a caso Asor Rosa fu costretto a uscire dal partito già nel 1956, firmando il manifesto dei 101 di condanna all'intervento sovietico in Ungheria, cioè quando si espresse pubblicamente contro il principale tabù delle politiche del Pci dell'epoca, la relazione biunivoca con Mosca. Nel contesto della politica post-novecentesca, quella di oggi, e nello schema del bipolarismo con i suoi partiti plurali e a vocazione maggioritaria, ci dovrebbe essere senza alcun problema maggiore flessibilità. E abbiamo invece la sensazione che in qualche modo la soglia di tolleranza stia precipitando verso il basso anche quando si trattano temi tutto sommato periferici nel contesto dell'azione del governo o della maggioranza. Dal nostro piccolo osservatorio, ci siamo trovati ripetutamente a dover far fronte a giudizi demolitori sulle opinioni che esprimiamo, persino quando sono largamente (anche se non apertamente) condivise da ampie fasce del Pdl. L'ultimo "caso", quello che ci ha indotto a scrivere questa nota, riguarda la possibilità che il partito convochi una manifestazione di piazza a sostegno del governo. Avevamo invitato alla cautela e alla riflessione, sottolineando che l'iniziativa non avrebbe precedenti né in Italia né in Europa, se si esclude la mobilitazione dei francesi promossa da De Gaulle nel '68. In tanti ci hanno detto di essere d'accordo. E non ci aspettavamo che proprio Ignazio La Russa intervenisse con un giudizio così duro come quello letto ieri sulla Stampa sotto il titolo "Al Secolo pensino prima di scrivere": «Alcuni amici dovrebbero contare fino a dieci prima di fare certe dichiarazioni e di scrivere certi articoli sugli obiettivi che ci siamo prefissi con la manifestazione». Non è la prima volta che il "nostro" coordinatore, quello cui facciamo spontaneamente riferimento perché viene dalla nostra stessa storia politica, censura pubblicamente non le idee del Secolo ma "il" Secolo tout court. Rimane (per noi) memorabile quando, nel maggio scorso, invitato dal Corriere a commentare un'articolo di Annalisa Terranova contro il "velinismo maschilista" di Feltri, affermò: «C'è del vero in quel che scrive Il Secolo, ma io non lo leggo. Anziché fare critiche per fare scandalo, dovrebbe cercare una sua identità e suoi lettori. Feltri è più spontaneo». E anche all'epoca i ragionamenti del nostro giornale nascevano non dal ghiribizzo di una giornalista ma da tante segnalazioni, indicazioni di disagio, lettere, telefonate, che ci rappresentavano l'esigenza di intervenire sull'argomento. L'aperta delegittimazione di queste sensibilità era stata sorprendente soprattutto perché espressa da un dirigente politico proveniente da An (e ancor prima dal Msi) ben consapevole dello smarrimento della nostra area in quella fase. Ma non vogliamo arenarci in versanti polemici. Sappiamo bene che i giornali, e in particolare i quotidiani di idee come vuole essere il nostro, hanno davanti due alternative: limitarsi a elaborare, argomentare, infiocchettare "linee" fornite dall'alto o guardarsi intorno e cercare di dare voce a orientamenti e opinioni che attraversano il mondo cui fanno riferimento e spesso restano inespresse, latenti, confinate nelle conversazioni di corridoio. Abbiamo scelto questa seconda chiave e in tanti lo giudicano un esperimento interessante. Mica solo a sinistra, come qualcuno sostiene per amor di battuta: l'interesse ad alzare l'asticella del confronto interno è più diffuso di quel che si crede e attraversa tutte le componenti del Pdl, in particolare quelle che arrivano da una tradizione politica e culturale importante. Non è un caso, crediamo, che Tremonti, Pisanu, Quagliariello, solo per citare tre nomi non sospettabili di fronda al partito, stiano rivitalizzando le loro fondazioni, che Cicchitto e Matteoli ne stiano costituendo di nuove, che la rivista on line di Straquadanio o il Domenicale di Crespi e Dell'Utri aprano ogni giorno, a loro modo, fronti di dibattito e di riflessione. Ci chiediamo: perché proprio noi che abbiamo idee (e un quotidiano per esprimerle) dovremmo ritirarci nelle retrovie dell'editoria "fedele alla linea"?