Il maschilista che non ti aspetti, il giacobino che non potevi immaginare, spunta alle nove di mattina sulle frequenze di Radio Radicale. È Marco Pannella, che ieri in collegamento da Londra ha argomentato e amplificato la demolizione “ad personam” di Renata Polverini già avviata il giorno prima. Se ci siamo sfilati, finora, dalla difesa di certi atteggiamenti muscolari del centrodestra sulla questione delle liste – come la denuncia penale dei radicali presenti al tribunale di Roma – bisognerà pur dire che anche questo tipo di tiro al bersaglio è sgradevole, infondato e scorretto. I Radicali, grazie alla prontezza di spirito dei loro rappresentanti e a una lunga esperienza negli uffici elettorali, hanno già raggiunto l’obbiettivo di mettersi al centro della campagna elettorale, forse pure di vincere per “forzato abbandono” della lista avversaria.
Ma c’è davvero bisogno di accanirsi contro la Polverini? Serve davvero mirare al cuore della sola protagonista sicuramente incolpevole di questo tsunami, completamente gestito dalle segreterie di partito? Ma veniamo alle accuse. La candidata ed ex segretaria dell’Ugl, secondo Pannella, è una costruzione mediatica eterodiretta dalla Cgil, che avrebbe tramato con la direzione di RaiTre per il tramite di Giovanni Floris (conduttore di Ballarò) al fine di farne un “personaggio” spendibile prima in funzione di contenimento di Cisl e Uil e poi, chissà, per ogni uso immaginabile sulla scena sindacale e politica. Una “donna oggetto”, insomma, una specie di “velina presentabile” arruolata e gestita come un pupazzo. Pannella ha elencato il numero di puntate di Ballarò che hanno visto la Polverini ospite tra il 2007 e il 2009, ci pare 16. Non si è posto neppure il problema di accennare alla considerazione più ovvia: Renata è stata ripetutamente invitata perché ha detto cose interessanti dal punto di vista, piuttosto inedito in Italia, di una donna impegnata ai massimi livelli del sindacato. Ed è stata candidata perché è stata così brava da rendersi credibile nel contesto di un partito generalmente poco aperto alle novità. No, per Pannella non solo lei è un bluff, ma l’Ugl pure, tantoché Cisl e Uil dovrebbero uscire allo scoperto e sputtanarla (la parola non era questa, il senso sì) sulla questione di iscrizioni e tessere.
L’esternazione del leader radicale ci ha ricordato qualcosa. E frugando tra i ritagli l’abbiamo pure trovata. Sentite qui: Renata Polverini è «un Guglielmo Epifani in gonnella»; «una sindacalista che durante il suo mandato ha visto diminuire i suoi iscritti e non può far guadagnare invece voti al centrodestra in una competizione elettorale»; «forse non conterà troppi iscritti nel suo sindacato, l’Ugl, ma conta dove, dati i tempi che corrono, importa contare. Cioè nei salotti televisivi buoni che hanno sostituito le sale da thè di una volta»; «nel personalissimo Bignami della sindacalista-modello ritroverete decine e decine di frasi fotocopiate dal prontuario della Cgil». Sono frasi tratte da un’intervista a Vittorio Feltri e da un’articolo del Giornale, nei giorni in cui si discuteva la candidatura di Renata. All’epoca, le commentammo come una testimonianza mossa anche – soprattutto – da un malnascosto maschilismo, dalla diffidenza (purtroppo diffusa a destra) per una donna che pensa con la sua testa e non si adegua allo stereotipo. Singolare davvero ritrovare sulla stessa linea e sulle stesse accuse uno come Marco Pannella, leader di un partito che ha fatto molto per i diritti delle donne e per il riscatto della loro immagine nella società.
Pannella maschilista? Magari è un paradosso. Riflettiamoci. In alternativa, il ripetuto attacco alla “persona Polverini” può essere ascritto alla categoria giacobina del vae victis, dove non basta colpire al cuore l’avversario ma si deve metaforicamente distruggerlo. C’è un’altra cosa che fa pensare, e allarma un po’. Sulla prima linea di questo tipo di contesa non si è messa l’avversaria di Renata, Emma Bonino, che continua a giocare una partita tutto sommato improntata al fair play politico, ma il suo alter ego maschile, appunto Marco Pannella. Così come sono stati “gli uomini” del Pdl a intestarsi le dichiarazioni più eccessive e controverse del centrodestra. È evidente il rischio che nel teatrino determinato dalla mancata presentazione delle liste del Lazio, comunque si sviluppino le cose e anche dopo una eventuale “soluzione politica”, le due candidate tanto decantate come elemento di rupture rispetto alla ordinaria dinamica dei partiti finiscano per fare le “voci narranti” di un copione scritto dagli altri in assoluta continuità con gli schemi che la sfida rosa avrebbe dovuto scompaginare. Da una parte Emma ridotta a santino della legalité alla radicale, che appende la democrazia da Pericle a Rousseau alla regolare apposizione del mitico “timbro tondo” nel solco della «storica battaglia» della sua area per semplificare gli adempimenti elettorali, raccontata nelle interviste come la sfida di Prometeo agli dèi, qualcosa di mitico e incancellabile dalla storia del mondo. Dall’altra Renata “gestita” come icona del solito populismo destrorso, quello che contrappone i diritti del popolo alle regole, la gente alla magistratura, i voti ai “cavilli”, il “fare” al “pensare” secondo uno schema caro ai berluscones e imbarazzante per molti altri. È il pesantissimo effetto collaterale del pasticcio al Tribunale di Roma, e qualcuno potrebbe dire che tocca rassegnarsi, perché non ci sono alternative al circo di esibizioni muscolari che in Italia si connette ai superego delle cosiddette “leadership forti”, cioè pronte a tutto per amor di demagogia e consenso. In realtà, qualcosa si può fare. Renata Polverini ci ha provato ieri a piazza Farnese intonando Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi (la canzone di Lucio Battisti che dice “come può uno scoglio arginare il mare) invece del Boia chi molla che in questi giorni ha fatto da guida a tante dichiarazioni maschili. Ha regalato un sorriso alla piazza, ne ha evitato l’incattivimento. E la Bonino, la Bonino che farà?
Carla Conti
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