8 febbraio 2012 - 04:27

Dobbiamo tutti imparare da Mario Pannunzio...

Roberto Alfatti Appetiti

«Maestro di giornalismo e di libertà». Così si intitola la manifestazione con cui il Comune di Lucca ricorda il suo concittadino più illustre, Mario Pannunzio, nel centenario dalla nascita. Iniziative legate alla ricorrenza, certo, ma che possono rappresentare una boccata d’ossigeno in un dibattito politico asfittico che ripropone il cupo modello della contrapposizione tra vecchi blocchi “ideologici” indisponibili al confronto e protesi alla delegittimazione dell’avversario. Modernariato tardo-ottocentesco, di cui confidavamo di esserci liberati insieme con la vecchia iconografia della guerra fredda tra democristiani e comunisti. Lo ha auspicato Teodori in una recente intervista: «Ora più che mai – ha dichiarato lo storico – il paese ha bisogno davvero di quella cultura della democrazia laica, riformatrice, europea, senza rigidezze ideologiche di cui fu artefice Mario Pannunzio». Insomma: parliamone. Magari ricordando proprio quello che questo intellettuale innamorato di Tocqueville riuscì a fare negli anni ’50 con Il Mondo – il settimanale che diresse dal febbraio ’49 al marzo ’66 – laddove le forze politiche si erano attardate su posizioni di retroguardia, limitandosi a coltivare le rispettive rendite di posizione elettorali. Chiamò a raccolta irregolari e non allineati e garantì loro la massima indipendenza, diede voce a tutti gli spiriti liberi, e non inquadrati nelle due chiese comunista e democristiana, ponendo al centro i diritti inalienabili della persona umana, la libertà di parola e il senso delle istituzioni e dello Stato. Fu un borghese “anomalo”, Pannunzio, almeno rispetto al cliché del conservatore schierato in difesa degli interessi e privilegi dell’alta borghesia. Pronto com’era, invece, a partire lancia in resta contro le rendite finanziarie e i monopoli. Denunciando l’invadenza clericale e gli intrallazzi tra mondo politico e economico. Contro i palazzinari e in favore della scuola pubblica. Intransigente verso ogni totalitarismo. Né con il Pci, né con la Dc, ma per una posizione “terza”. Verrebbe spontaneamente da dire “uno di noi” se la frase non l’avessero già pronunciata in tanti nel passato. Troppi. Eugenio Scalfari ha paragonato i “pannunziani postumi” ai «nuovi Mille: sono come un tempo i garibaldini, tutti asserivano di aver partecipato alla storica impresa». In realtà egli stesso non sfugge a tale definizione e, se la leggenda vuole che Pannunzio in persona si preoccupò di disporre che alle proprie esequie l’ex sodale non potesse parteciparvi. Ma indubbiamente Il Mondo era stato un’altra cosa. Con un ruolo semmai speculare e parallelo a quello del longanesiano Borghese posizionarsi in un altrove rispetto al potere democristiano e a quello comunista...

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commenti dei lettori

Complimenti, bellissimo articolo! Mario Pannunzio: uno di noi!