Non ci sta Fabio Granata ad accettare che all'interno del Pdl, il suo partito, la questione della legalità («Valori che hanno nutrito intere generazioni di missini») sia derubricata come una faccenda da esibizionisti. Non ci sta che, per errore di prospettiva, il fatto di credere che il nemico «non sia Saviano ma il clan dei Casalesi» significhi agli occhi dei suoi «una vocazione all'eresia e al protagonismo se non al tradimento». Di più, continuando così «il berlusconismo rischia davvero di cancellare la nostra identità, che è quella di chi crede nei valori della legalità, dell'antimafia, della giustizia, del senso dello Stato». L'aria pesante che si respira in questi giorni sul fronte della giustizia con alcune indiscrezioni che annunciano il coinvolgimento di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell'Utri e con il dibattito sul processo breve stanno facendo emergere un clima di tensione anche all'interno dello stesso Pdl. Ma, secondo il vicepresidente della Commissione nazionale Antimafia, proprio questo dovrebbe essere il momento per non creare ulteriori divisioni nel Paese.
Perché lui – in una lunga intervista alla Stampa – se li ricorda ancora i giorni in cui la destra guidava le manifestazioni in difesa della legalità all'indomani delle stragi di mafia. Per questo motivo, proprio oggi che questi capitoli sono stati riaperti, «come posso non sostenere il lavoro tenace di un magistrato come Antonio Ingroia che indaga sulla trattativa che ricordo perfettamente accanto a Paolo Borsellino quel giorno alla sala mortuaria per riconoscere il corpo maciullato di Giovanni Falcone?». Detto ciò, «escudo il coinvolgimento di Silvio Berlusconi in questi fatti e troverei paradossale quello di Dell'Utri che conosco come un raffinato uomo di cultura». Ecco che, nel momento in cui dei dubbi su quella stagione tornano ad aprirsi – spiega ancora Granta – «non potrei non sostenere chi dal '92 cerca irriducibilmente di affermarla. A tutti i costi, non facendo sconti a nessuno. Meglio un giorno da Borsellino che cento da Vito Ciancimino». E' per questo motivo che «liberare l'Italia dalle mafie dovrebbe rappresentare il primo punto all'ordine del giorno di qualsiasi governo».
Da un po' tempo però percepisce «una grande volontà di delegittimazione nei nostri confronti» proprio quando su questo motivo si pongono iniziative concrete. «Ormai conta di più l'ossessione della sicurezza del cittadino e delle cellule terroristiche che i valori della legalità e del contrasto alle mafie». A tutto questo Granata risponde che «in Italia i nemici non sono i magistrati ma le mafie e l'illegalità», per cui «la legalità è la precondizione dell'agire politico». Allo stesso modo, se è vero che il governo ha messo in campo delle iniziative concrete di contrasto alla mafia (come l'inasprimento del 41 bis) «il problema è quello della coerenza, dell'agire concreto. Il consiglio comunale di Fondi non è stato sciolto, un emendamento della Finanziaria mette all'asta i beni confiscati ai mafiosi con il risultato che un prestanome di un qualsiasi boss potrà rientrare in possesso di quel bene». Per Granata, insomma, accanto a quello che si è fatto occorre non abbassare la guardia né porsi politicamente come altro rispetto alla magistratura perché «è il linguaggio corrente che vanifica questo buon lavoro» che il governo ha fatto in termini di contrasto alla mafia.
L'intervista su LA STAMPA.it
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200911articoli/49657girata.asp
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