Nessuno slittamento della convocazione del collegio dei probiviri e avanti con la riorganizzazione del partito: Silvio Berlusconi sceglie la linea dura, non solo nei contenuti ma anche nella forma. Le decisioni prese nell’ultimo summit a Palazzo Grazioli ieri sono state rese pubbliche da Denis Verdini, il più fedele ma anche il più contestato dei tre coordinatori del Pdl. Ed è quasi uno schiaffo per chi, nell’area dei “berlusconiani”, si era speso per un segnale conciliatorio, per un disarmo, una tregua anche minima in attesa del discorso di Fini a Mirabello. Resta sicuramente deluso Gianni Alemanno, che aveva lanciato proprio ieri un pubblico appello a rinviare la riunione dei probiviri. «Chi sta con noi – avrebbe detto il premier nell’incontro, cui hanno partecipato anche La Russa e la Santanché – è dentro, e chi non sta con noi, a partire dal processo breve, è fuori. Non ci sono trattative ma la prova dei fatti sarà in aula, nei voti sui provvedimenti determinanti». Il premier ha dato anche la sua personale versione sulle responsabilità dello “strappo” con il cofondatore: «C’è nero su bianco il documento della direzione di aprile che fa capire come sono andate le cose: noi lo abbiamo votato tutti, loro hanno votato contro, e così facendo si sono messi fuori dal Pdl». Per chi non se lo ricorda, quel documento definiva «pretestuose» le critiche rivolte da Fini al partito. A favore si pronunciarono oltre cento membri della direzione, contro una quindicina: votare sì non era certo obbligatorio. E in nessun partito liberale chi si esprime contro una mozione della maggioranza viene di fatto espulso. Da quel che si capisce, Silvio Berlusconi fida sul fatto che il timore di un voto anticipato freni Futuro e Libertà sulla via di scelte estreme come la costituzione di un nuovo partito: un ennesimo gioco al rialzo, vedremo come finirà.
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