Adesso che il dado è tratto, e che la scelta della piazza è stata fatta, sia da parte di Silvio Berlusconi che da parte di Pier Luigi Bersani si tenta una sorta di correzione dell’obiettivo iniziale con cui i militanti erano stati convocati: al posto della contestazione e della “prova di forza” finalità più moderate e in linea con una campagna elettorale “normale”, dunque le manifestazioni saranno di proposta e non di protesta. È come se i leader ci tenessero a calmare gli animi, per non lasciare libero sfogo agli istinti delle opposte tifoserie. A una manciata di giorni dal voto, forse è un po’ tardi per restituire un’impronta civile a una competizione deragliata dai binari corretti per incanaglirsi nella rissa e nella drammatizzazione muscolare. Del resto la sinistra ha il problema dei toni urlati di Antonio Di Pietro, l’imbarazzo rispetto alle polemiche che potrebbero investire il Quirinale. La destra ha invece il problema di caratterizzare la sua piazza non come una mobilitazione anti- magistrati ma come un pacifico atto di presenza di un partito che è oggettivamente penalizzato dal pasticcio delle liste: nel Lazio ci sono infatti oltre cinquecentomila elettori che non troveranno sulla scheda (stando alle decisioni fin qui assunte dai tribunali) il simbolo che li rappresenta. Ma evocare la proposta al posto della protesta è un gioco semantico che non può bastare. Il controllo della piazza di sinistra è un affare di Bersani e Bonino, se la spiccino loro. Quella della piazza di destra è invece una prova che riguarda l’immagine del Pdl nella sua interezza, soprattutto dopo la confusione e l’improvvisazione di cui la classe dirigente ha dato prova con la faccenda della mancata presentazione della lista il 28 febbraio al tribunale di Roma. Dunque l’attenzione, anche sull’aspetto estetico e comunicativo, dev’essere massima: Renata Polverini non merita davvero, in questa situazione, altri brutti scherzi che potrebbero inficiarne le potenzialità di vittoria, che restano ben salde. Se mobilitazione dev’essere che sia all’insegna della festa e non della livida recriminazione, che sia all’insegna della speranza, della creatività, della voglia di vincere, perché si può vincere a dispetto delle carte bollate, dei timbri, delle strumentalizzazioni sulle regole. Il simbolo del Pdl nel Lazio, da questo momento in poi, come abbiamo già scritto, è la faccia di Renata Polverini. Dunque, l’alternativa alla opaca amministrazione Marrazzo è non solo possibile ma anche, stando agli ultimi sondaggi, molto probabile. Nelle piazze non si misura infatti solo la forza di un partito ma anche la sua credibilità, la sua capacità di controllare e incanalare positivamente gli umori e le irritazioni che in queste ore percorrono, comprensibilmente, le file dell’elettorato del Pdl. Non si lasci la piazza all’autogestione dei singoli gruppi: sarebbe un errore irreparabile. Non ci si preoccupi solo della quantità ma anche della qualità. Il paese ha bisogno di un segnale che trasmetta speranza e non rabbia, che comunichi un progetto politico e non slogan ridondanti. Il piagnisteo lo si lasci alla sinistra con i suoi luttuosi vessilli viola e con il suo rancore antiberlusconiano. E si lascino alla sinistra anche le provocazioni. Ieri durante la conferenza stampa del premier Silvio Berlusconi un sedicente giornalista ha dato il meglio di sé in quest’arte ma, purtroppo, non è stato ignorato come avrebbe dovuto. Il fatto che gli sia stata dedicata tanta attenzione, anche solo per allontanarlo dalla sala, è stata un’ulteriore conferma che a volte la reazione di pancia prevale su quella di testa. Il risultato è che personaggi di quarta e quinta fila rubano la scena generando ulteriore confusione. Dalle pagnottelle di Milioni siamo passati ai deliri di protagonismo di Carlomagno. È davvero troppo. In questi giorni serve proprio l’atteggiamento opposto. Nervi saldi e poco spettacolo. Soprattutto quello giudiziario. Di quello, come ha detto ieri Renata Polverini, gli italiani ne hanno già abbastanza, non è il caso di andare avanti su questo copione. Se dal Pdl non arriveranno le scuse possiamo farcene una ragione, ma altre cadute di stile, a questo punto, sarebbero imperdonabili.
Annalisa Terranova sul Secolo del 10 marzo
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