Mentre alla Camera si commemoravano due figure nobili della destra italiana come Enzo Fragalà e Pietro Mitolo alcuni senatori, presumibilmente del Pdl visto che c’era scrutinio segreto, prima votavano contro le dimissioni di Di Girolamo e poi applaudivano al termine del suo intervento. Appare una metafora delle due anime del Pdl, quella dei furbetti senza etica che non credono nella forma partito e per i quali le regole non esistono se non quelle del “capo” e quella che vorrebbe un partito vero, fatto da persone che credono nella politica come missione, che sanno distinguire affari privati da quelli pubblici, che sono garantisti ma non collusi con chi si fa garantire l’elezione con i voti dalla ‘ndrangheta. Ci si aspettava un confronto interno al Pdl dopo le elezioni regionali per ragionare insieme su come proseguire il percorso di un partito che insieme abbiamo fondato e in cui continuiamo a credere, ma gli ultimi fatti accaduti, dai pasticci delle liste regionali bocciate nel Lazio e in Lombardia allo scandalo Di Girolamo, dalle candidature nelle liste bloccate di persone con un’incomprensibile carriera politica (vedi listino in Lombardia) alla nomina a sottosegretario della Santanchè per ironia della sorte al ministero dell’Attuazione del programma (lei che era nostra avversaria alle ultime elezioni politiche e che quindi aveva un suo programma) hanno accelerato i tempi del confronto. Esultano i falchi berluscones che addirittura rilanciano la tesi complottista del Giornale di Feltri che vede in Fini il male assoluto, colui che vuole uccidere il Pdl e di conseguenza il presidente Berlusconi. La tecnica è sempre quella. Da una parte lo schizzo di fango verso l’entourage finiano (vedi la pubblicazione della telefonata di un inquisito nell’inchiesta del G8 che chiede un appuntamento alla segretaria particolare del presidente della Camera, ricevendo un rifiuto: l’intercettazione dimostra solo la correttezza di Rita Marino, ma torna buona per un titolo a effetto) e dall’altra lo stravolgimento del Fini-pensiero. A fronte delle dichiarazioni del presidente della Camera che diceva «sono affezionato al Pdl, ma non può essere né una caserma né ostaggio della anarchia», il Giornale ha titolato e impropriamente virgolettato: «Fini: "Il Pdl non mi va più”». Ma non voglio insistere sul ruolo del quotidiano milanese, che giustamente attacca i buoi dove vuole il padrone, e neanche rispondere all’articolo del vicedirettore Sallusti che invece di fare l’esegeta dei discorsi di Fini farebbe meglio a spiegare ai suoi lettori perchè lui in particolare ha sponsorizzato l’inspiegabile nomina della Santanchè a sottosegretario. Credo che sia più utile ragionare sullo stato di crisi della politica italiana che passa attraverso la debolezza della sua classe dirigente: una debolezza di cui il Pdl è purtroppo un esempio lampante. A livello parlamentare siamo fermi da due anni nell’interminabile querelle sulla questione giustizia, che di fatto paralizza qualsiasi ragionamento costruttivo anche con l’opposizione senza la quale è impensabile aprire una stagione di vere riforme. Il partito fa fatica a decollare in una situazione di reciproci sospetti, in cui si passa dallo stato di anarchia del territorio (dove ognuno fa quello che vuole e addirittura, per creare maggior confusione, s’è dato il via ai Club della libertà di Valducci e ai nuovi circoli della Brambilla, perché il caos o è totale o non è) al verticismo espresso a livello nazionale e fondato sull’assunto che il capo ha sempre ragione. Nel frattempo riaffiorano gli scheletri della corruzione pubblica e con essa l’idea di un’Italia in mano ai soliti furbetti che trovano sponda in una classe politica senza riferimenti valoriali e progetti, senza quelle grandi idee che muovono le democrazie moderne e i movimenti di massa. L’opposizione di sinistra è allo sbando completo e il Pdl ha goduto sino ad ora di quest’importante vantaggio, ma il rischio implosione è lì sotto gli occhi di tutti. L’articolo pubblicato sul Corriere della Sera da Ernesto Galli della Loggia, così lucido ed esplicito sullo stato di crisi del Pdl, è un vero pugno nello stomaco per le palesi verità in esso contenute e la disamina chiarissima sulla crisi di un partito che sta perdendo un’occasione storica senza precedenti. Da qui nasce il ragionamento (e non il complotto) di chi auspica una stagione di rilancio del Pdl e del governo attraverso un sistema corale che crei momenti di confronto veri, sui valori di riferimento, su un percorso condiviso, sulle riforme necessarie. Anche sulle candidature la riflessione deve essere fatta riportando la meritocrazia al centro della selezione, perché se è vero che le preferenze sono il cancro delle elezioni perchè generano corruzione e collusioni di ogni sorta e che un partito deve avere la responsabilità di proporre la propria classe dirigente di cui risponderà al momento del voto, non si può pensare di indicare come senatore il proprio cavallo perchè così si discredita un’importante istituzione come il Parlamento e alla lunga non solo non si è credibili ma anche ridicoli. In più c’è la preoccupazione, per noi parlamentari del Pdl eletti nel Nord, di un appiattimento sulla Lega se non addirittura di una resa che rischia di farci soccombere e che a molti appare sempre di più una vera e propria svendita. Anche su questo tema un ragionamento specifico va fatto, perchè la situazione sta diventando incandescente e non è solo un problema di poltrone può considerarsi chiuso offrendo all’ex governatore Giancarlo Galan un ministero. L’appiattimento culturale sulle tesi della Lega non porta un voto in più alla coalizione ma ammazza il nostro appeal verso l’elettorato moderato che dovrebbe essere il nostro principale punto di riferimento. Ora non resta che sperare che le intelligenze silenziose del Pdl incomincino a farsi sentire e ad isolare l’estremismo dei cosiddetti “falchi”, e che lo stesso Cavaliere comprenda che le critiche servono al confronto, a crescere insieme, e che i complotti solitamente si fanno in silenzio, non certo con dichiarazioni e ragionamenti pubblici come quelli che svolge il presidente Fini. Probabilmente il pargolo Pdl deve crescere e acquisire quella cultura di partito che probabilmente era prevalente nel dna di An ma che per un paradosso della politica proprio da alcuni esponenti di An nel Pdl sembra essere dimentacata (come dire gli ex di Forza Italia e di An si sono trasmessi i difetti ma non i pregi). Il sale quotidiano della critica, come ama definire le sue esternazione il presidente Fini, va valutato come un contributo alla crescita e non un freno al Popolo della libertà perchè noi abbiamo partecipato al suo concepimento e noi l’amiamo, ma un genitore di fronte agli sbagli del figlio non tace, lo sprona verso il cambiamento. E questa è una funzione fondamentale. Anche considerando che dietro al rischio fallimento Pdl c’è l’antipolitica, ci sono i forconi del popolino deluso per le tanti cambiali in bianco firmate in questi anni e non rispettate. E se qualcuno alla luce degli episodi delle ultime settimane ha paragonato il Pdl alle Sturmtruppen del compianto Bonvi, spero che nessuno confonda noi con Galeazzo Musolesi, l’ottuso “antemarcia” di quelle strip, anche se in cuor suo ci spera.
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