4 febbraio 2012 - 06:34

La Nuova Politica

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Qui non serve un ritorno agli anni '50

Benedetto Della Vedova

Il Pdl deve resistere alla tentazione di rifugiarsi in vecchi modelli "fanfaniani"

Sandro Bondi ha saputo in questi anni costruire a Gubbio con tenacia e intelligenza, per Forza Italia prima e per il Pd ora, un appuntamento ambizioso di discussione e confronto. La “scuola di formazione politica” non ha deluso le aspettative e anche quest’anno ha rappresentato uno dei rari momenti (anzi, diciamolo: l’unico) di pubblico dibattito all’interno del centrodestra. E se vogliamo indicare un esito politico cui sono giunti i tre giorni di discussione esso ha proprio coinciso – e non è una tautologia –  con il riconoscimento della “normalità” del dibattito politico. Non è solo possibile, ma anche auspicabile che in un partito che rappresenta un elettorato complesso, unito attorno a una leadership e a un progetto di governo, ma non “omologato” dal punto di vista politico-culturale, ci si possa confrontare, senza dividersi, su letture diverse della realtà e della responsabilità della politica. Si può lealmente sostenere un esecutivo “battezzato” dal voto degli elettori senza ritenere che l’unico compito di un partito (che non è un corpo mistico, ma è fatto dalle idee di quanti lo animano e lo abitano) sia quello di assolvere alla difesa del governo e, per i più bellicosi, all’offesa dell’opposizione, anche perché sul lungo periodo l’unità di un “grande” partito è per definizione dinamica e non statica. Anche sul tema ambiguo dell’identità la discussione può essere viva e sensibile, senza essere lacerante. Se tutti trovano e accettano la misura giusta e la consapevolezza di non dovere fondare (o peggio rifondare) il profilo morale del paese, né quella di incarnare un’ideale antropologicamente superiore. Alla politica italiana, ha già fatto sufficiente danno il mito della superiorità antropologica della sinistra.
Per quello che mi riguarda, come ho avuto modo di ribadire anche a Gubbio, penso che a una destra rincantucciata in un ruolo conservatore e compiaciuta della propria durezza identitaria sia necessaria una rottura che, in altri tempi, si sarebbe detta “berlusconiana”. Quelle di trasversalismo ideologico ed eclettismo culturale erano le accuse sanguinose che la sinistra rivolgeva al primo Berlusconi, reo di non avere una cultura politica, ma di limitarsi a riflettere, in tutte le sue contraddizioni, quella del suo elettorato. Non mi pare utile che, a distanza di 15 anni, diventino le accuse che la destra rivolge a se stessa, nel tentativo di farsi migliore. Finendo per vagheggiare come età dell’oro i retrivi anni ’50 e la loro identità. Anche qui, è una questione di misura: si può continuare a celebrare il 1948, senza eleggere, a distanza di 60 anni, l’Italia post-degasperiana a patria ideale. I seguaci del personalismo di Maritain e dell’individualismo di Popper possono agevolmente convivere nello stesso partito, se i primi non vogliono espellere i secondi.Sull’immigrazione, sui temi biopolitici, sulla questione più generale dell’identità culturale del partito e di quella costituzionale del Paese, il centrodestra può continuare a non concedere nulla al politicamente corretto, e insieme uscire dalla sindrome dell’assedio e da quella del rimpianto. «Il Novecento è finito con la vittoria della libertà», recitava, citando Baget Bozzo, il titolo della tre giorni di Gubbio. E la celebrazione di questa libertà è culminata in un processo –  non diciamo senza appello, ma con troppi accusatori e pochi difensori –  alla “falsa” libertà di un mondo che ha smarrito il senso della dignità umana. Ma la libertà che dal 1989 ha dilagato nei paesi dell’ex impero sovietico (senza peraltro affermarsi ovunque come aveva previsto qualche teorico della fine della storia), “quale” libertà era? Non era forse quella “individualistica” e “relativistica” che molti reduci della schiavitù sovietica inseguivano nel costume, negli stili di vita e nello stesso modello politico dell’Occidente liberale e moderno reduce, a propria volta, dalle angosce della guerra fredda? Apprestandosi a celebrare la data che segnò la fine del cosiddetto secolo breve, non è intellettualmente troppo disinvolto liquidare come “falsa” quella libertà che i paesi ex sovietici e la stessa Russia sovietica spiavano al di là della cortina di ferro ed eleggere come vera quella capace di tornare, un po’ archeologicamente, alle proprie radici profonde, ai tesori del proprio passato e della propria memoria, a una età dell’oro che storicamente non è mai esistita?
Non penso, illuministicamente, che la storia umana muova necessariamente nella direzione di un’umanità migliore. Ma mi pare abbastanza dimostrabile che mai la persona umana è stata al centro della politica più di quanto è avvenuto nell’esperienza delle “democrazie” occidentali del secondo dopoguerra. Forse che il rispetto e la dignità della persona umana erano maggiori nella Spagna di Franco “trono, spada e altare” che in quella di Zapatero? Si può rileggere la storia delle idee, scartare idee nuove e riesumarne di vecchie. Ma senza trasformare la politica in un’inutile ancella della teologia morale. E senza barare, per esigenze di retorica: ad esempio, si può anche riesumare il vecchio slogan repubblicano e mazziniano “Dio, patria, famiglia”, ma mi pare assai arduo asservirlo a un ideale di restaurazione teocon.  Mi pare escluso che l’ideale religioso possa costituire un fondamento costituzionale di legittimazione politica, una “radice”, come usa dirsi, di insperati rigogli normativi. La patria, poi, oggi è davvero (anche nel cuore dei nostri soldati in Afghanistan) è l’ideale politico universale della libertà e della dignità umana e coincide sempre meno con la difesa dei “sacri confini” della nazione e degli italiani “di sangue”. Ed è anche, come ha giustamente sottolineato Fini, l’ideale che “rende italiani” gli stranieri che scelgono di esserlo. E la famiglia? La famiglia che dobbiamo difendere, ad esempio, dall’offensiva culturale maschilista di qualsiasi fondamentalismo è quella egualitaria post-divorzio e post-riforma del diritto di famiglia, mica quella con un capo-famiglia maschio e una moglie giuridicamente subordinata, che fino agli anni Settanta è stata la bella famiglia italiana. O vogliamo tornare a quella? Negli anni Settanta laici, liberali, socialisti insieme a molti cattolici – penso alle Acli – hanno cambiato il paese sfidando la Chiesa su quello che per allora era un valore non negoziabile, l’indissolubilità del matrimonio. Nessuno di noi, credo, anche di noi eletti del Pdl che vivono liberamente e responsabilmente le loro relazioni, rimpiange la sconfitta di Fanfani (e Almirante), o no? Archiviamo come “nichilismo” anche quella stagione riformatrice che ha rifondato nella responsabilità e nella libertà le nostre famiglie (quelle reali, di ciascuno di noi, non quelle ideali, di nessuno)?
Qual è la sintesi politico-culturale cui vogliamo ancorare il Pdl? Forse quella del delitto d’onore? Se posso scegliere, io personalmente preferisco quella dell’Europa e dell’Occidente tollerante, quello della piena cittadinanza per tutte le persone, anche gli omosessuali, anche attraverso il riconoscimento giuridico delle coppie conviventi. Se invece in nome della centralità della persona nella politica e nel governo intendiamo mettere al centro della nostra azione i problemi concreti e quotidiani con cui le persone si confrontano (sanità,  scuola,  trasporti, rifiuti, ambiente, casa, welfare, sicurezza), secondo i principi della libertà nella responsabilità, del mercato e della sussidiarietà, avremo un terreno comune su cui lavorare proficuamente al riparo delle dispute ideologiche ed etiche, evitando di dividerci tra la curva sud dei cattolici e quella nord dei laici. Sia chiaro: non dobbiamo rinunciare a ciò che ci divide, ma lavorare soprattutto su ciò che ci unisce. Ma per fare questo, diciamo così, il disarmo deve essere bilaterale.