4 febbraio 2012 - 07:27

La Nuova Politica

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A Istanbul, dove il mediterraneo parla di noi

Stefania Paternò

Il ponte sul Bosforo fa pensare all'Eurasia, a quanto questo paese sia fra due mondi. E stimola una riflessione: é più ciò che unisce o ciò che divide?

I tre fischi della nave: nella luce del tramonto stiamo partendo verso Oriente sulla rotta per Bisanzio. Viaggiare lentamente e per nave, abbracciando pezzi interi della nostra cultura, dando vita e forma a ricordi scolastici, a letture e impressioni che hanno formato il nostro modo di pensare e sentire, è un modo per ritrovare il senso profondo della nostra identità di europei del Sud. Ci avviciniamo a Bisanzio con lo stesso sguardo che devono aver avuto i nostri avi, gli stessi panorami ci aprono il cuore, gli stessi profumi di macchia mediterranea ci avvolgono. Avvicinarsi a Costantinopoli con lentezza, osservando il continuum che esiste fra le nostre coste e quelle che tappa dopo tappa ci portano sempre più a ridosso del Vicino Oriente, ci aiuta a riconoscere in noi stessi la mediterraneità di cui siamo fatti e di cui facciamo parte imprescindibilmente.
La Turchia all’arrivo si presenta come parte naturale del Mediterraneo. I resti delle colonie greche, poi alessandrine, romane e protocristiane sono parte di noi, canoni estetici la cui comprensione è immediata, spontanea. La guida parla, ma potrebbe anche tacere: Efeso parla da sola e ci racconta il suo Foro e la sua storia fatta di commerci e contaminazioni, fatta di opulente ricchezza investita in arte e bellezza; il fuoco di Eraclito ci scalda il cuore camminando sulle pietre che conobbero il suo passo. Così, quando si aprono davanti a noi finalmente le strade di Istanbul non ci sentiamo estranei, la colonna bronzea, resto del tripode che commemorava la vittoria greca di Platea, è lì alle spalle della moschea Blu, una unica storia e destini diversi. Le linee delle moschee non sono straniere al nostro panorama di gente del Mediterraneo europeo, dalla Andalusia alla Sicilia esse fanno parte della nostra memoria collettiva. Nel bene e nel male sono parte della nostra storia.
Istanbul oggi si sta tirando a lucido, preparandosi al 2010, anno in cui sarà la Capitale europea della cultura. Fervono lavori di restauro in questa città plurimillenaria che ha cambiato nome almeno tre volte; il nostro occhio italiano, educato ai restauri conservativi, vede lavori frettolosi, forse approssimativi, che corrono il rischio di distruggere più che conservare. Ma la città è viva, giovane quasi impetuosa, i ritmi di crescita sono impressionanti. Non ha nulla della città museo. È una città in corsa. È una banalità pensare, guardando il lungo ponte sul Bosforo, che qui si uniscono due continenti: l’Asia e l’Europa, ma stimola la riflessione sull’Eurasia questa metropoli in cui è tangibile la fusione dei due mondi. Tuttavia i mondi restano due. Il tunnel del Bosforo, attualmente in costruzione, potrà essere come il Tunnel sulla Manica: una via d’accesso più semplice e più facile. Ponti e tunnel uniscono, ma mari e fiumi segnano confini non solo geografici. Nella stessa unica Istanbul c’è una città asiatica e una europea, di là da essa, dalla città cosmopolita da decine di secoli, di là dalle coste, nell’entroterra turco, l’Europa è lontana, molto lontana. Riconoscere ciò che unisce non dovrebbe mai far dimenticare ciò che divide. Così ci viene alla mente la parola proibita, quella che in Turchia non si può nemmeno pensare: genocidio. Altre storie e altre letture tornano alla mente e i Quaranta giorni del Mussa Dag, lo sterminio degli armeni, ci suonano nelle corde dell’anima con tutto l’orrore di un olocausto di cui in Turchia non può, per legge, esistere memoria. Ed è questo che ci sconcerta di più. C’è stato per noi europei un tempo in cui i genocidi si sono compiuti senza farsi troppi problemi, senza riconoscerli come tali, fossero le vittime uomini e donne di una religione o di un continente diverso. Senza rimorso, giustificando e idealizzando l’opera modernizzatrice o salvifica interi popoli sono stati cancellati. Ciò va ammesso, analizzato, studiato. Bisogna riconoscerne i sintomi e le cause per trasformare l’orrore in monito e memoria. Il genocidio degli armeni è una tragedia che non è monito. Una colpa che non può nemmeno essere espiata perché non riconosciuta come tale.
Su quest’onda di memoria tutto s’offusca, ciò che divide emerge prepotente, secoli di scambi culturali e commerci si confondono alle guerre e alle rovine. Turco è ciò che non si comprende («Parlo turco?») e ciò che fa paura («Mamma, li turchi!»). Esiste libertà di stampa e di espressione in Turchia? I diritti umani sono tutelati e riconosciuti? Probabilmente sì, tuttavia nella consapevolezza della questione geopolitica, fra gasdotti e alleanze strategiche, nella complessità della globalizzazione, ci appare evidente che non è così scontato definire la Turchia un paese europeo. Accade spesso, quando si incontra una terra di confine di sentirsi stimolati a domandarsi chi siamo. Dove finisce l’Europa e comincia l’altro? L’entrata della Turchia nell’Unione non richiede solamente che la Turchia accetti e/o raggiunga certi parametri, ma chiede anche a noi una definizione di Europa condivisa e chiara nella sua semplicità che non si esaurisca nell’elenco dei diritti garantiti dalla Costituzione europea.