L’egemonia della sinistra condizionerebbe ancora la cultura italiana? È forse il caso di ristabilire i reali contorni della questione. «Non bisogna dimenticare – leggiamo ne Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali (Laterza, pp. 180, € 12,00) – che nello stesso periodo, fino agli inizi degli anni Ottanta, in Italia vige una più reale e indiscussa egemonia, quella democristiana, che invade pesantemente i vari campi dell’organizzazione politico-culturale, dalla scuola e dall’università fino alla televisione». A parlare in questa lunga intervista-conversazione con Simonetta Fiori è Alberto Asor Rosa, uno degli ultimi intellettuali italiani non solo consapevoli del ruolo storico del ceto dei colti ma in grado di aver capito l’esaurimento di quella stessa funzione. E per di più, come dicevamo, capace di raccontare come stessero effettivamente le cose: «Agli inizi degli anni ’50 – precisa – di sinistra eravamo quattro gatti, altro che egemonia!». Non solo: fa poi l’esempio del presunto monopolio ideologico di certe case editrici e ribatte, ad esempio, che la monumentale biografia di Mussolini scritta da Renzo De Felice l’ha pubblicata Einaudi, come anche la famosa intervista sul fascismo dello storico reatino con Michael Ledeen uscì da Laterza. «Questa, non altra, è la cultura – ribatte Asor Rosa – sostanzialmente laica e moderna, fortemente innovativa che ha influenzato la scuola e l’università italiane e tuttora impedisce loro d’essere egemonizzate».
Alberto Asor Rosa, classe 1933, per sua ammissione «l’unico uomo al mondo ad aver letto tutto Dante e tutto Marx, comprese le virgole», è sempre stato l’antitesi dell’accademico conformista. Nelle sue precoci letture giovanili ci sono infatti anche Nietzsche – soprattutto La gaia scienza e Umano, troppo umano – oltre che Leopardi, Eliot e l’area culturale tedesca, e non francese o anglosassone, da Benjamin a Mann, da Musil a Hesse. «Non leggevamo – precisa – Popper e Hayek (Aron sì, e piuttosto interessatamente). E allora?». Non ha mai avuto simpatia per Pier Paolo Pasolini – «Asor Rosa, l’uomo che mi ha fatto più male nella vita», disse una volta il poeta-regista – e nei primi anni Sessanta, da giovane professore universitario di letteratura italiana alla Sapienza di Roma, scrisse in contrtendenza le lodi della grande letteratura europea della crisi – in Italia Svevo, Pirandello, Montale e Gadda; in Europa Joyce, Kafka e Proust – contro il modello populista sostenuto dalla cosiddetta cultura militante comunista: «Per quell’epoca, una vera bestemmia! Fui accusato di reazionarismo». Non solo: tra la fine degli anni Cinquanta e la metà dei Sessanta va all’attacco delle retoriche autoconsolatorie: «La mia generazione cominciò a non poterne più delle celebrazioni resistenziali più rituali». E, pur avendo aderito al Pci nel 1952, non aveva problemi a leggere i classici della letteratura anticomunista, da Koestler a Silone, da Spender a Wrights: «In quello stesso periodo lessi fuoriosamente Marx, Nietzsche e Freud: se fossi stato in Unione Sovietica, sarei finito davanti a un plotone d’esecuzione». Inevitabile, nel 1956, lo “strappo”, tanto che fu tra i firmatari del Manifesto dei 101, con cui un consistente numero di intellettuali italiani condannaronio l’intervento sovietico in Ungheria. Da allora un lungo «processo di liberazione di energie e fermenti che vanno al di là degli schemi tradizionali, dunque non più identificabili nelle ideologie dei partiti politici».
Nel 1968 si iscrive al Psiup, partito della sinistra socialista, nato da una scissione del Psi, in cui c’erano Lelio Basso, Tullio Vecchietti, Vittorio Foa e fausto Bertinotti. E nel 1972 quella piccola formazione decide di entrare nel Pci di Enrico Berlinguer: «Trovai il partito cambiato parecchio, soprattutto nei confronti dell’Urss. Però – ammette – le gerarchie erano sempre molto compatte». Buoni rapporti con Giorgio Napolitano, allora responsabile cultura del partito. E interlocuzione con giovani intellettuali eretici come Mario Tronti e Massimo Cacciari. E nel ’79 Asor Rosa viene “mandato” in Parlamento. Ma l’esperienza dura un solo anno. Caso unico nella nostra storia parlamentare, il suo solo intervento alla Camera fu quello per annunciare le sue dimissioni: «Può darsi che non fossi geneticamente disponibile a varcare la soglia che separa il libero discorso intellettuale dalla soggezione al sistema di regole che, comunque, a sinistra come a destra, governano la politica... Aggiungo – ammette oggi – che la linea politica del Pci mi sembrava sempre più senza uscita e che non approvavo affatto la linea tenuta nel voto sulle leggi eccezionali contro il terrorismo e sull’ordine pubblico...». Poi, tra il 1981 e il 1983, promuove con Giacomo Marramao, Massimo Cacciari, Mario Tronti, Gian Enrico Rusconi e altri “eretici”, la rivista Laboratorio politico, «guardata con sospetto dai guardiani dell’ortodossia». Oltretutto non ha nessun problema ad annoverare tra i suoi allievi – «mi sono sfilate davanti agli occhi quasi dieci generazioni studentesche, dai nati nel 1942-43 a quelli nati tra il 1982 e il 1983» – un giornalista culturale come Pierluigi Battista, che non è assimilabile alla sinistra. Come a suo tempo le cronache registrarono il fatto che il professor Asor Rosa aiutò il giovane Stenio Solinas a uscire da una porta secondaria dopo aver discusso con lui la sua tesi di laurea in letteratura italiana perché l’ingresso principale era asserragliata dagli esponenti dei collettivi pronti a scagliarsi contro il laureando in nome dell’antifascismo militannte.
Nel 2003, con cinque anni di anticipo, Asor Rosa decide di lasciare anche l’università, convinto di essere di fronte «alla liquidazione delle forme tradizionali della cultura». A suo dire, con lo shock della globalizzazione, è venuto improvvisamente meno quel rapporto tra cultura e politica che in Italia è stato molto forte sin dal principio della vicenda unitaria. Un rapporto che determinatosi con il lavoro filosofico degli Spaventa e con quello letterario del De Sanctis ha fornito gli schemi per un’interpretazione dell’intera storia italiana almeno sino agli anni Ottanta del Novecento. Fascismo incluso, «che non a caso – spiega il professore – reclutò nel proprio pantheon i medaglioni patriottici di Garibaldi e Mazzini, Cattaneo e Pisacane... Quando Mussolini prese il potere poté contare sul contributo di personalità di alto profilo quali Giovanni Gentile e Alfredo Rocco, Gioacchino Volpe e Luigi Pirandello». Di più, Asor Rosa ci tiene a ricordare, tra i professori che svolsero un ruolo nella sua formazione universitaria, Ugo Spirito: «Ex fascista di sinistra di enorme intelligenza». C’era, anche dietro quell’esperienza, un percorso politico che si radicava nella tradizione culturale italiana, insomma. Qualcosa – si legge tra le pieghe di questo Il grande silenzio – di analogo alle stretegie di Gramsci e di Togliatti. Certo, «è indubbio – ammette oggi Asor Rosa – che gli intellettuali abbiano espresso la tendenza a identificarsi in soluzioni di rinnovamento drastico e totalitario, nel senso di aderire a una prospettiva di rinnovamento totale che poi, non di rado, s’è orientata verso forme totalitarie».
Oggi, comunque, nessuna nostalgia. «Come potrei averne? Quel passato mi ha riserbato una montagna di delusioni». Oggi, precisa sconsolato Asor Rosa, è il trionfo del cosiddetto “nuovismo”: «O si soggiace al senso comune dominante o si liquida qualsiasi rapporto con il passato, storia, ideologia o valori che siano». All’orizzone storico si preferisce l’appiattimento sul presente. Ma, nonostante tutto, Asor Rosa non è pessimista. Da qualche anno è attento al quanto si muove nella società civile in tema di ambientalismo spontaneo sul territorio e nel campo dei diritti civili: «Si tratta di esperienze che si muovono nella direzione giusta: il problema è di come farle emergere, le nuove forze, sottraendole agli ingranaggi attualmente mortiferi della politica».
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