8 settembre 2010 - 15:50

La Nuova Politica

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Se l’ecologia tornasse a “fare rete”

Fiorello Cortiana

Con l’elezione di Angelo Bonelli a presidente i Verdi hanno scelto, almeno sul piano del linguaggio e della retorica pubblica, di tornare a collocarsi in modo aperto “né a destra, né a sinistra”, rivendicando la propria specificità e rifiutando il ruolo di componente ambientalista della sinistra nella sua versione post-antagonista. Non importa ora un’analisi dietrologica che spieghi come mai, in realtà, la maggioranza dei delegati firmatari dell’opzione per la confluenza in Sinistra e Libertà si sia improvvisamente travasata nel sostegno a Bonelli, così come non è importante costatare che Bonelli era il capogruppo alla Camera dei Verdi nella stagione di Pecoraro-Scanio, e che fino a ieri lui e molti della sua mozione hanno sostenuto indirizzi e metodi dell’ex ministro-presidente e da tempo si muovono con l’ansia del ceto politico in ricollocazione. Ciò che può rendere interessante quest’ultima scelta congressuale sarebbe la verifica di una effettiva volontà costituente, inclusiva e trasversale fuori da ogni pregiudizio politico. Se autentica, questa volontà significherebbe un ritorno sui propri passi in un contesto molto diverso da quando, trent’anni fa, il percorso degli ecologisti italiani sul piano della rappresentanza istituzionale ebbe inizio.
Per anni i Verdi, in Italia, sono cresciuti come federazione di liste locali, un arcipelago contrassegnato da grande capacità di mobilitazione e di aggregazione. Un movimento spontaneo con notevole capacità di critica e di proposta, una novità politica e culturale che sembrava poter dare nuove prospettive alla crisi delle ideologie che attraversava tutti i partiti italiani sul finire degli anni Ottanta: la stagione delle Liste Verdi, il primo ingresso in Parlamento e nelle istituzioni locali, la sfida del governo, a partire dalla metà degli anni ’90, la stagione dei referendum – nucleare e caccia – in grado di mobilitare la società italiana. Tutto questo è maturato attraverso una forma-partito irrituale ed anarchica, ma al contempo vera e partecipata, con una continua elaborazione culturale sempre legata ad una prospettiva – nello spazio e nel tempo – che travalicava i confini e i riferimenti sociali fino ad allora definiti dalla politica: «La terra ci è data in prestito dai nostri figli».
Un’esperienza originale, come quella dei radicali, che ha cambiato la politica del nostro paese e segnato una diversità sostanziale nei modi e nei contenuti della politica stessa, e che per la  fase storica immediatamente precedente alla caduta del muro ha rappresentato, anche elettoralmente, un riferimento per tutta la sinistra alternativa e laica. Il primo grande scossone arriva con le elezioni europee del 1999 dove i Verdi scendono al minimo storico dell’1,8 per cento, pagando il prezzo di essere diventati un partitino. Nonostante il tentativo di rilancio con la gestione Francescato, nel 2001 un altro risultato negativo nella lista del Girasole insieme allo Sdi, che inchioderà il partito al 2,2 per cento dei voti, dove grosso modo resterà tra ulteriori alti e bassi. In mezzo scelte avventate, come la candidatura di Pecoraro alle primarie dell’Unione, in cui riesce a raccogliere il consenso dell’1,8% dei votanti, corrispondente all’1% dell’intero elettorato. Di pari passo con la crisi di credibilità e di rappresentatività politica, abbiamo visto crescere la degenerazione nell’uso e nella gestione del potere,  i giochi di costruzione e scomposizione di cordate – vizio purtroppo atavico nei Verdi – avevano soffocato il bisogno di novità e di freschezza portato da migliaia di iscritti. In molti paesi europei i Verdi crescono, giocano un ruolo fondamentale al governo o all’opposizione, in Germania, in Francia e in Austria ad esempio sanno essere punto di riferimento per i movimenti e per cittadini, proponendo  concrete risposte ai grandi disastri che il pianeta subisce.
Per i Verdi italiani che fine hanno fatto l’attaccamento alla consultazione e alla decisione democratica, la mania delle regole e dei modelli di organizzazione orizzontale che richiama alla memoria ancora Alex Langer? Dove è finita la capacità di essere portatori di una cultura fattivamente ecologica e pacifista per la convivenza? I Verdi italiani da tempo non sono più “saltatori di muri”e “costruttori di ponti”.
L’incapacità di comunicare – e, soprattutto, di praticare – l’idea che l’ecologismo deve essere lo sfondo, l’orizzonte, il principio ispiratore di qualsiasi azione politica, hanno relegato l’azione dei Verdi solo ad alcuni temi, pur importanti, quali la salvaguardia dei beni naturali e culturali, il risparmio energetico, l’emergenza climatica, l’inquinamento, eccetera. A differenza di quanto avviene in altri paesi europei, questo partito, in Italia, non è sempre stato capace di affermare la propria peculiarità politica e culturale su temi quali la sanità, il lavoro, l’immigrazione, l’assetto complessivo del territorio. Anche per questo  i Verdi non sono riusciti a crescere in maniera significativa. È necessario per il paese e per gli ecologisti, comunque si rappresentino, sviluppare un programma ecologista di vasto respiro e di stampo riformista che offra agli elettori una reale alternativa politica, nella quale ogni scelta tenga ben presente le “ragioni dell’ambiente” e nel contempo dia risposta concreta alle problematiche sociali cui i cittadini devono far fronte ogni giorno. Un programma ecologista deve sostanziare  un “Patto per lo sviluppo sostenibile” tra ecologisti, imprese, mondo del lavoro e delle associazioni. Per questo dobbiamo iniziare a preparare gli “Stati generali dell’ecologismo”: è uno sforzo grande, che richiede un lavoro di preparazione aperto, inclusivo, trasversale  con un unico criterio selettivo basato sulla competenza e sulla credibilità delle esperienze partecipanti, un progetto che si definisca attraverso approssimazioni successive.
Oltre alle questioni ambientali non catalogabili nello schema destra/sinistra dello scorso secolo – come l’inquinamento atmosferico, il verde, il rapporto uomo-animali, la qualità dell’agricoltura – altre questioni legate ai cambiamenti tecnico-scientifici e alle dinamiche globali si stanno presentando come inedite e non riducibili. Pensiamo a come si qualifica la dimensione del “fine vita” tra tecniche mediche che possono prefigurare accanimento terapeutico o la ricerca del prolungamento della vita fino ad una impossibile immortalità: al centro ci sono la dignità della persona e il suo essere parte di una rete sociale. Pensiamo a come le ondate migratorie hanno rimpicciolito il mondo e a come pongono la questione di una cittadinanza condivisa a un popolo che ha conosciuto la questione dello straniero solo con le guerre e le invasioni (fatti salvi i turisti). Di tutto ciò non può non occuparsi un nuovo ecologismo che ricominci a proporre e praticare in modo aperto e trasversale il modello a rete per la partecipazione politica, a riprendere l’idea e la pratica dell’“arcipelago verde”, dove le diverse esperienze tematiche e territoriali avevano autonomia e legittimazione, dove l’autorevolezza, la competenza e l’efficacia delle proposte e delle pratiche avevano più peso delle tessere, le corti di cortigiani e le cordate. Non c’è una sola fonte di verità e di rappresentanza, per quanta compulsività mediatica essa possa avere, laddove una molteplicità di esperienze, una rete di esperienze, connessa in modo funzionale, sia in campo e in azione. Voglio portare un esempio che ritengo significativo: il 12° Festival Cinemambiente, appena concluso con grande partecipazione di pubblico a Torino, aveva in cartellone tre film relativi alla dimensione del “fine-vita”, alla pervasività androide della tecnologia nella medicina e nei corpi, ai tentativi e alle ambizioni di protrarre “sine die” la durata della vita. Tre film che mettevano al centro la necessità di una comprensione e di un adeguamento del senso comune dell’agire collettivo. Bene: a latere delle proiezioni gli organizzatori mi hanno chiesto di organizzare e coordinare uno spazio di confronto. Io ho invitato gli onorevoli Fabio Granata (Pdl) ed Eugenio Mazzarella (Partito democratico) che hanno presentato una proposta di legge comune sulla indicazione da parte del paziente sulle modalità di trattamento nel fine vita, in relazione con i medici, con i familiari, nel pieno rispetto della sua dignità e fuori da ogni accanimento terapeutico ma consapevoli di una relazione sociale cui ognuno di noi appartiene. Insieme a loro si è confrontato un docente-sacerdote, don Ermis Segatti.
La sintonia è stata più che evidente e persino stonata rispetto alle solite collocazioni simboliche della geografia politico-parlamentare dimostrando l’efficacia della pratica di una “ecologia delle differenze” anche nella trattazione di una questione inedita e molto delicata. È un modello, credo, da replicare ed espandere. Così, se malgrado sé stessi gli ambientalisti italiani saranno costretti a fare di necessità virtù, sollecitati anche da appelli agli ecologisti come quello di Tozzi, Covatta e Roveda; se contribuiranno a promuovere e condividere un processo trasversale per definire gli indirizzi di uno sviluppo sostenibile del quale non sono gli unici certificatori, potranno ancora avere una funzione di lievito innovatore per la cultura politica e per la partecipazione civica in Italia dentro la ricostituzione del patto sociale.