La «società eccitata», che discende dalla «società dello spettacolo» di cui parlavano Guy Debord e i situazionisti, ha trasformato il sensazionale in regime di vita, oltre che in industria. La sovraesposizione agli stimoli, producendo assuefazione a ciò che impressiona, magnetizza e sconvolge, ha inciso profondamente sull’assetto antropologico, e la lingua ha registrato lo smottamento sociale: la sensazione, da fenomeno percettivo, si è intensificata, ed è ormai sinonimo di shock, emozione al limite del tollerabile. Proprio al «far sensazione», al fenomeno del sensazionale, è dedicato il saggio di Christoph Türcke, La società eccitata (Bollati Boringhieri, pp. 392, € 43) che tuttavia non si spinge a predicare l’astinenza mediatica o l’ascetismo emotivo. Il suo sguardo si volge piuttosto all’indietro, risale la modernità dal Rinascimento all’Illuminismo a oggi, per mostrare come la situazione odierna sia la conseguenza di un percorso secolare. Ma si tratta di involuzione o evoluzione?
Il tema non è originale, ed è stato già indagato, ma torna prepotentemente d’attualità in queste giornate in cui una tragedia come quella del Giglio ha mostrato quanta curiosità, ai limiti del morboso, alberghi in un’opinione pubblica attirata dalle catastrofi, come se la vita – è la riflessione di Guido Vitiello sul Corriere – fosse ridotta a un “check up emotivo”. Rispetto agli albori dell’umanità, spiega Türcke, la situazione è radicalmente cambiata perché l’uomo primitivo cercava di tenere a bada le emozioni forti, mentre l’umanità contemporanea è succube, attraverso il senso visivo, di effetti speciali continuamente ripetuti. «I primi uomini – osserva Türcke – erano molto più esposti di noi a esperienze traumatiche, come la lotta con le belve. E tenevano sotto controllo le loro paure grazie alla ripetizione. Una volta dipinto sulla caverna, dove lo si poteva vedere ogni giorno, il leone diventava una presenza più familiare, meno terrorizzante. D’altronde la coazione a ripetere, già osservata da Freud in chi soffre di nevrosi dopo uno shock, serve proprio a lenire il ricordo del trauma». Ma mentre nell’antichità traumi e paure venivano in qualche modo elaborati e “digeriti”, oggi fanno parte di uno spettacolo complessivo che, attraverso l’immagine elettronica, ci insegue di continuo senza avere il tempo di sedimentarsi. «E questo mette il corpo in uno stato di eccitazione diffusa che impedisce la concentrazione e l’approfondimento» e rende lo spettatore incapace «di aggregare le sensazioni e di assimilarle come vere esperienze». In questo modo la promessa “futurista” d’inizio secolo, pronta a valorizzare la velocità della sensazione e dell’emozione come omaggio all’umanità del futuro, più sveglia e meno prigioniera delle convenzioni ottocentesche, si tramuta per paradosso nel suo contrario. La modernità partorisce un pubblico che cura la sua pigrizia emotiva con un eccesso di sensazionalismo.
Questa tendenza a inseguire le sensazioni e ad esserne inseguiti fa parte anche di un’altra dimensione, già indagata dai cosiddetti pensatori della crisi, che caratterizza le società in fase di decadenza: è il caso a tale proposito di ricordare quanto scriveva Jan Huizinga nel suo saggio Homo ludens (1939) a proposito del puerilismo dell’uomo moderno, atteggiamento che nulla ha a che vedere con l’orizzonte ludico entro cui le civiltà si costruiscono e si edificano in quanto il gioco comporta capacità di autodominio e senso del limite.
Huizinga elencava gli elementi che a suo avviso facevano parte del puerilismo: «Ne fa parte il bisogno facilmente contentato ma non mai saziato di svago banale, la tendenza alla sensazione volgare, all’esibizione di massa... Altre qualità che psicologicamente sono radicate in modo più profondo ancora delle suddette e che si possono classificare meglio col termine di puerilismo sono le seguenti: la mancanza del senso umoristico, il riscaldarsi per una parola di negazione o di acconsentimento, il pronto sospetto di cattiveria negli altri, l’intolleranza verso ogni altra opinione, l’esagerare in forma smisurata nella lode o nel biasimo, la recettività per ogni illusione che lusinghi l’amor proprio o la coscienza professionale...». Ecco che nelle parole di Huizinga, pur così lontane dal nostro tempo ma appartenenti ad un secolo che ha decomposto e ricomposto antichi assetti etici e politici, prende forma il perfetto residente della “società eccitata”, colui che anziché riflettere urla, che tiene tutto sotto controllo tranne se stesso, che è preda delle proprie emozioni, che siano rabbia o commozione, purché tutto si svolga velocemente, in un turbinio di stati d’animo che non hanno modo neanche di depositarsi nella memoria.
Numerosi studi confermano la circostanza che il bombardamento di immagini cui sono sottoposti anche i bambini comporta uno sviluppo precoce. Ma come crescono oggi i ragazzi? L’acquisizione di ogni forma di conoscenza del mondo attraverso la vista rischia di condurre all’atrofia del ragionamento. Nel suo recente saggio Il capitalismo verso l’ideale cinese (Marsilio), Geminello Alvi in uno dei suoi aforismi dipinge così la situazione: «Il danno alla capacità di concentrarsi, quindi alla memoria, inizia dall’infanzia. Cosa sono i videogiochi se non spazio e tempo simulati, propedeutici a esistenze in precoce introversione e passive? La concentrazione si indebolisce il tempo oppiato, succhiata nei circuiti. Adolescenti in auricolare vagano con dei grammofoni in miniatura infilati nel cervello...». Solo elucubrazioni di un conservatore? Meglio approfondire anche questo punto, perché una «società eccitata» è anche una società dove la comunicazione è ridotta al lumicino. L’overdose di informazioni può diventare crescita culturale ma anche sordità agli stimoli, caos delle conoscenze in cui si accavalla ciò che è falso e ciò che è vero senza che sia più possibile rintracciare un criterio certo di veridicità.
Ancora Geminello Alvi: «In effetti la tv, o internet, non sanno a chi parlano. Parlare con qualcuno ha implicato per secoli di guardarlo o stargli davanti; e quindi misurare l’io altrui col proprio. La nuova moltitudine di parole in libertà odierne non ha questa libertà: la parola televisiva o virtuale non sa mai a chi si rivolge. S’è inventata un io medio più banale persino della pubblica opinione della carta stampata. L’informazione è fabbricata in tv, giornali o computer come impuro accessorio della pubblicità. Dunque è ingenuo confondere questo insano commercio di parole con la libertà. Al contrario, fabbricando questo io medio, distaccando la parola, il suo suono, da chi la dice, si tessono tutti gli spettri avversi alla libertà individuale. Corollario del nostro disastro è l’impoverirsi del vocabolario dei più, il suo contrarsi. Altri parlano per noi, mai a noi. La parola è propaganda che si comunica restando soli, e mai spiegandosi, in incomunicabilità».
Una «società eccitata» è un rischio per la convivenza ma è soprattutto una tentazione per la letteratura che proprio concentrandosi su questa condizione innaturale della modernità trae spunto per fotografare un’esistenza minacciosa e minacciata. Lo fa anche Antonio Scurati, per esempio, nel suo ultimo romanzo La seconda mezzanotte (Bompiani), ambientato in una Venezia del futuro, tarsformata in una sorta di Las Vegas per turisti affamati di sensazioni forti. Una visione apocalittica ma che tende alla stessa denuncia che è sottesa nel libro di Christoph Türcke. Un’idea che nasce, spiega lo stesso Scurati, dalla particolare condizione di una generazione vissuta nell’opulenza ma succube degli effetti speciali: «La mia è la prima generazione allevata in una bolla mediatica, in cui prevale un immaginario violento. Siamo stati invasi dalle guerre, dalla cronaca nera, dai racconti dell’orrore. Protetti, tuttavia, da un guscio che impediva di fare una vera esperienza di ciò che vedevamo. È nata così una sindrome post traumatica da stress, una sorta di nuova patologia mentale dell’Occidente che ha sostituito le paranoie degli anni Sessanta e Settanta».
Una tendenza a lungo esaminata, da ultimo anche da Daniele Giglioli nel suo saggio Senza trauma. Scrittura dell’estremo e narrativa del nuovo millennio (Quodlibet), in cui si spiega che l’ossessione di dilatare l’emozione diventa prevalente nella letteratura proprio perché il vero trauma è tenuto a distanza. Ed ecco che in questo modo la «società eccitata» diventa anche una società fondata su sensazioni illusorie, su emozioni ricostruite, su shock indotti da un sapiente marketing del “trauma”. «L’idea di trauma – scrive Giglioli – gode oggi di una fortuna senza precedenti. Risuona ovunque: nella comunicazione corrente, nel linguaggio giornalistico, negli studi umanistici e nelle scienze sociali. Del trauma si occupano letterati, psicologi, sociologi, politologi e filosofi. Ma più ancora, al trauma ricorre con frequenza ossessiva il linguaggio quotidiano quando vuole sottolineare l’intensità emotiva di una notizia, di un evento, di uno stato d’animo...Trauma era ciò di cui non si può parlare. Trauma è oggi tutto ciò di cui si parla. Da eccesso che non poteva giungere al linguaggio ad accesso privilegiato alla nominazione del mondo. Paradossale è che accada nella nostra epoca. Un’epoca in cui le occasioni di trauma sono state respinte ai margini dell’esperienza quotidiana come mai prima nella storia della specie umana, almeno per quanto riguarda le nostre opulente società dei consumi. Niente più guerre qui da noi, carestie, epidemie, conflitti religiosi. Ingentilimento dei costumi, diritti dell’uomo, stato sociale, compassione diffusa. Mai la vita umana è stata così protetta, tutelata, santificata a valore assoluto... Nessuna delle generazioni che ci hanno preceduto ha conosciuto una situazione di maggiore agio. Tutto è cura, tutela, comprensione, diritto alla felicità. Mai il trauma come possibilità effettiva è stato tenuto a bada, controllato, guardato a vista come nella società in cui viviamo. Eppure è sulla bocca di tutti. Guerre ed epidemie, calamità e disastri vanno bene anche nella realtà, sempre che, beninteso, capitino ad altri, e a patto che tra quegli altri e noi ci sia il filtro rassicurante dello schermo, cinematografico, televisivo o del personal computer». E si torna al video evocato da Türcke. Che è allo stesso tempo artefice dell’eccitazione e filtro che tiene lontana la realtà “scomoda”. Anche se possiamo ancora scegliere: se siamo noi a voler essere spettatori o se preferiamo essere prede.
SECOLO D'ITALIA - Pubblicazione telematica Registrazione tribunale di Roma n. 342/2009 del 6-10-2009. Partita IVA/C.F. 10091541002