22 febbraio 2012 - 22:07

Il Domenicale

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Avventuroso
Ugo Mursia

Giuseppe Mammetti

L'editoria letteraria italiana, nel Novecento, assume un fascino particolare, quasi epico. Sin dall’inizio la caratterizzano degli editori geniali, che alla tempra del capitano d’azienda uniscono (spesso) il prestigio dell’intellettuale e la generosità del filantropo. Passano alla storia come “editori-protagonisti”. Abili nel far nascere un’impresa, ma anche nell’orientare verso l’alto i gusti del pubblico, creando iniziative culturali capaci di solcare un secolo. Sono Valentino Bompiani, Angelo Rizzoli, Arnoldo Mondadori, Leo Longanesi, Giangiacomo Feltrinelli ed Ugo Mursia. Il loro centro gravitazionale è la Milano industriale.
Mursia, che è stato il più indipendente di tutti, è morto proprio trent’anni fa – il 29 gennaio 1982 – nella capitale lombarda, la città che lo aveva adottato e ne ha ospitato le fortune. Vi si era trasferito nel dopoguerra per rilevare una storica casa editrice per ragazzi, la Alberto Corticelli, dalla quale più tardi sarebbe nata la Ugo Mursia Editore: il marchio più libero della nostra editoria.
Per comprendere pienamente un uomo come questo, testardo, deciso ma anche aperto e fortemente signorile, bisogna scendere nei dettagli della sua storia personale e scandagliarla nel profondo. Cercare gli episodi che ne hanno formato la personalità o condizionato i gusti, sin dalla nascita. Che avviene sotto il sole di Sicilia, l’8 novembre 1916, a Carini, dove aleggia ancora il fantasma della Baronessa.   
Come molti colleghi editori, non nasce ricco, ma viene da una famiglia comune. Suo padre, Natale, è un commissario di polizia al servizio dell’allora questore Cesare Mori. Quello che il cinema e la letteratura avrebbero ribattezzato il “prefetto di ferro”. E che, appoggiato da Mussolini, attivò una campagna destinata a decimare la criminalità organizzata. Utilizzando sistemi poco ortodossi, spesso speculari a quelli dei mafiosi, ma soprattutto innescando una piccola rivoluzione culturale, finalizzata ad allontanare il sottoproletariato dalle bande.
Natale Mursia comandava le famose “squadriglie” per la repressione dell’abigeato, il furto di bestiame. Si esponeva a rischi continui e a frequenti conflitti a fuoco. Operando in un contesto e in lasso di tempo particolari, in cui fare il poliziotto, come racconta Camilleri nei romanzi storici, equivaleva a compiere una missione avventurosa, paragonabile a quella dei pionieri nell’Ovest americano. Peraltro nella parte più pericolosa dell’isola, quella occidentale. Battuta da bande di mafiosi che controllavano il primo business dell’epoca, la fornitura delle carni, gestendo perfino gli approvvigionamenti all’esercito.  
Ugo viene al mondo in questo scenario da Far West, respirando un’atmosfera avventurosa che gli forma il carattere e lo guida nella scelta delle passioni. Soprattutto le più importanti: i libri e il mare. A cui dedica, negli anni del successo, una delle sue iniziative più interessanti, la “Biblioteca del Mare”. Una collana composta da testi di narrativa, romanzi, manuali di navigazione, saggi storici, resoconti di viaggio e biografie: che cresce fino a divenire un’istituzione.
La seconda grande tappa della sua vita è il trasferimento a Padova, dove il padre viene nominato questore quando lui è ancora un adolescente. Più tardi si iscrive a Giurisprudenza e frequenta attivamente il Guf (Gruppo Universitario Fascista), coltivando alcune amicizie fondamentali. Come quella con Ruggero Zangrandi, grande inviato di Paese Sera, descritta benissimo nella tesi di laurea di Camilla Meneghetti, dedicata al ruolo di Mursia nell’editoria italiana: «Il percorso di Ugo Mursia attraverso il fascismo – scrive la giovane studiosa – è molto simile (seppur meno radicale) a quello di Ruggero Zangrandi, amico e compagno di studi di Ugo. La loro adesione al Fascismo fu, come quella della maggior parte dei giovani cresciuti sotto il Duce, sincera. Erano fascisti convinti, ovvero certi della bontà del programma ideale del Fascismo, che rappresentava il rinnovamento sociale e politico della nazione italiana».
Lo stesso Zangrandi, in una corrispondenza più tarda, ricorda affettuosamente il rapporto con Mursia, sottolineandone gli aspetti politici e l’impegno sociale: «Eravamo combattuti, in verità, tra un moto spontaneo, generoso, perfino entusiasta di attrazione verso il fascismo e il sospetto (o solo la sensazione) che ci fosse qualcosa che non andava. Ma qualcosa che non riuscivamo a individuare e che, per i più chiaroveggenti e ardimentosi, si collocava comunque dentro il fascismo, come un difetto o un tarlo da eliminare. Da ciò la necessità di una partecipazione attiva alla vita politica: una partecipazione che, a mano a mano, tra il ’33 e il ’35, si fece più estesa e più impegnata, proprio in quanto tendeva a accentuare l’aspetto, anzi il contributo critico che i giovani si illudevano di poter dare allo sviluppo della rivoluzione».
Sempre a Padova, Ugo Mursia si cimenta in un’altra delle sue passioni, il giornalismo. Nel ’36 entra nella redazione de Il Bo, la rivista universitaria più letta d’Italia, dove si occupa di arte e letteratura. Il periodico, in quegli anni, ricopre una funzione importante per l’intero movimento universitario nazionale. È una rivista marcatamente ideologica, fascista, ma ospita un dibattito intellettuale intenso, aperto anche alle teorie socialiste o democratiche. A questo dibattito Mursia partecipa attivamente, ragionando proprio sul concetto di arte fascista – l’arte, soprattutto quella veneta, fu un’altra mania dell’editore – e sul suo impatto sulla società. Nel ’41 diventa pubblicista ed inizia a lavorare per Emporium, la storica rivista illustrata dell’Istituto Arti Grafiche di Bergamo, punto di riferimento per l’Arte italiana durante tutto il periodo di pubblicazione: dal 1895 al 1964.
Stabilire con certezza quanto i trascorsi fascisti abbiano influito sulla formazione, sulla personalità e addirittura sul suo lavoro editoriale, non è semplice. Ma in qualche modo è necessario. Perché, sebbene la sua esperienza fascista si fosse conclusa con l’adesione a “Giustizia e Libertà” dei fratelli Rosselli, confluita durante la Resistenza nel “Partito d’Azione” di Parri con tutte forze anticomuniste, qualcosa nell’animo deve essergli rimasto: alimentandone la coscienza critica. Proprio a lui, tra il Sessanta ed il Settanta, si deve il primo grande tentativo di rilettura del Fascismo da parte di un editore importante. Un progetto onesto, equo e anti-ideologico, che gli causa qualche inimicizia e un numero imprecisato di critiche. Tutte ingiustificate. Perché Mursia in quel momento è un professionista libero ed è svincolato da interessi di partito.  
Per capire bene le ragioni della scelta facciamo un passo indietro, torniamo al suo modo di essere e di fare l’editore. Mursia inizia, come ricorda l’amico Mino Milani in un recente articolo sul Corriere, sopra una vecchia bicicletta, che poi lasciò appesa alle pareti di casa sua come cimelio. Ugo la utilizza come mezzo di trasporto per i libri almeno fino al ’47, quando fonda a Milano l’Ape (Azienda Padana Editrice), specializzata in pubblicazioni scolastiche. Nel ’51 l’attività si amplia con l’acquisto della Corticelli, che gestisce separatamente fino al ’55. L’anno in cui fonda l’azienda della sua vita, la Ugo Mursia Editore, sposando un progetto a lungo termine basato su un catalogo sterminato: con quaranta collane di letteratura varia e trenta di letteratura giovanile.
Quella di Mursia è anche una storia di colpi editoriali e successi commerciali sontuosi. Come le edizioni originali di Kipling e Verne, l’opera omnia di Salgari, gli esordi di Mino Milani, Gianna Anguissola e Giulio Bedeschi. Ma soprattutto Conrad, che Ugo traduce personalmente e col quale, in parte, si identifica. Lo accomunano all’autore di Cuore di tenebra alcuni aspetti del carattere: la passione per il mare, l’ebbrezza della scoperta e il gusto per le sfide, anche quelle apparentemente impossibili. Ne vince due contro ogni logica. La prima nel ’63, quando pubblica Centomila gavette di ghiaccio, il romanzo autobiografico di un medico italiano, Giulio Bedeschi, rifiutato in precedenza da 18 editori ed ispirato alla sua esperienza personale sul fronte russo. Il libro, nelle sue mani, diviene un caso letterario da milioni di copie – nel 2011 ha superato quota quattro e mezzo – e un’opera culto sul periodo bellico.
La seconda mission impossibile, come già detto, riguarda la destra. Negli anni della contestazione l’editore ne fa un cavallo di battaglia, vincendo la sfida sulla memorialistica e imponendola sul mercato. Sono autori Mursia, tutt’oggi: Giorgio Pisanò (Il triangolo della morte – La politica della strage in Emilia durante e dopo la guerra civile), Aurelio Garrobbio (A colloquio con il Duce), Gianfranco Bianchi (Come e perché cadde il Fascismo), Stefano Fabei (Il fascio, la svastica e la mezzaluna), Antonio Carioti (Gli orfani di Salò e I ragazzi della fiamma), Giano Accame (La morte dei fascisti), Aldo Di Lello (Anima destra), Annalisa Terranova (Camicette nere) e Andrea Augello (Uccidete gli italiani). In catalogo ci
sono almeno altri cento titoli. E compongono il campionario più articolato sulla “cultura della destra italiana” da quasi quarant’anni.
Forse la testimonianza più idonea a ricostruire la personalità e il profilo professionale di Ugo Mursia, viene da chi lo ha conosciuto meglio. Sua figlia Fiorenza, presidente ed azionista unico, che dal ’90 porta avanti con successo, ma anche con fatica, il lavoro del padre. Al telefono, con una giustificata punta di orgoglio, ne fa una descrizione semplice: «Era un uomo assolutamente libero, fuori da ogni ideologia, che amava andare controcorrente, soprattutto per incentivare il ragionamento». La definizione è buona e vale anche per la casa editrice, che nella narrativa e nella saggistica alterna autori e tematiche contrastanti, affiancando persino Fascismo e Resistenza. Con un solo vezzo: quello di essere scomodi e di andare, ogni tanto, ancora controcorrente. Nel solco tracciato da Ugo.