Questo "In alto a destra" (Coniglio Editore, pp. 288, € 14,50) è senz’altro un libro di cui c’era bisogno. Del resto ogni fase di novità negli equilibri e nella sensibilità politico-culturale verificatasi in Italia negli scorsi decenni dal versante di destra dello schieramento è stata sempre accompagnata da bibliografie adeguate. Così, negli anni Settanta fu un saggio come "La crisi italiana e la destra internazionale" di Giorgio Galli a fornire le categorie interpretative a quanto stava accadendo, così come nei primi anni Novanta testi come "Interrogatorio alle destre" di Michele Brambilla o "Intervista sulla destra" di Ernesto Galli della Loggia aiutarono a comprendere quanto stava manifestandosi intorno a Fiuggi e ai sommovimenti successivi al crollo della Prima Repubblica.
Ecco, questa raccolta di articoli e saggi curata da Giuliano Compagno e che in copertina fa riferimento a “scritti di Alessandro Campi, Umberto Croppi, Luciano Lanna, Flavia Perina, Filippo Rossi, Annalisa Terranova e altri”, è il primo tentativo “dall’interno” di fornire un quadro autentico e non falsato da retroscenismi o derive politichesi di sorta di quella sensibilità politico-culturale che negli ultimi tre anni ha sparigliato i giochi e affermato la possibilità che un’altra politica è possibile rispetto alle scorciatoie della propaganda e dell’antipolitica. «Gli autori del libro – si legge nella quarta di copertina – sono infatti convinti di una cosa: che destra e sinistra in quanto tali non solo rappresentino categorie politiche vecchie ma sono diventati via via luoghi intransitabili da una buona politica tutta da costruire, in cui finalmente si affermi una forza libertaria, sensibile alla modernità, capace di coniugare sul serio doveri e diritti, durissima con chi ruba e corrompe, pronta ad affrontare il cambiamento epocale della società nazionale ed europea».
C’è n’è abbastanza per confrontarsi con quanto s’è espresso a destra negli ultimi anni senza gli schermi e i cliché pregiudiziali che hanno, magari inconsapevolmente, condizionato molti tentativi pur animati da buona fede. La maggior parte dei libri usciti sul tema negli ultimi anni – da "Il passo delle oche" di Alessandro Giuli a "La 'conversione' di Fini" di Salvatore Merlo, da "La presa di Roma" di Claudio Cerasa a "Fini: sfida a Berlusconi" di Enzo Palmesano – hanno tutti, chi più chi meno, risentito di tesi interpretative precostituite. Il libro curato da Giuliano Compagno fa invece parlare i testi, le intuizioni, le analisi che hanno via via preceduto, accompagnato, spiegato i passaggi di una presa di coscienza di un’altro modo di intervenire nella politica muovendosi “da destra”.
Si parli di personalismo, di diritti della persona, di primato dell’immaginario dopo il tramonto dell’ideologia, di affermazione di un modello giornalistico alternativo al feltrismo, di integrazione degli immigrati, di libertà della cultura oltre del gabbie di un errato bipolarismo del pensiero, sono gli scritti apparsi sul Secolo e su altre pubblicazioni di quest’area a fare testo. Pensiamo allo “strappo” di Fini sul ’68: «Uno scossone salutare – annota Annalisa Terranova – non tanto per le sfumature dell’esegesi storiografica quanto perché rappresenta un invito a sintonizzarsi con i linguaggi giovanili, a non guardare sempre alla ribellione delle nuove generazioni come a una minaccia, a non dare sempre per scontato che la parte dei “parrucconi” sia la parte giusta, a non avere paura dell’autocritica».
Stesso discorso sul versante della cittadinanza: «La proposta dell’allargamento ai nuovi italiani – scrive Peppe Nanni – non è soltanto la risposta a una questione sociale ed economica, ma va nella direzione di un generale ripensamento dei motivi e delle forme fondative del nostro modello di convivenza: è un’occasione che si offre ai cittadini “ospitanti”, gli italiani, di ricordare quale sia, sul piano dell’impagno civile, il loro ruolo attivo nella città». Nel complesso emerge un ambiente politico e giornalistico che non soffre di alcun complesso ma che, anzi, reclama a tutto campo la forza e l’attualità delle proprie analisi e delle proprie categorie. Inverando la capacità egemonica spiegata dal filosofo Pasquale Serra, più volte citato nel libro, soprattutto quando dice che «ha l’egemonia non chi espelle da sé i valori del proprio avversario ma chi questi valori meglio li rappresenta». Da cui – basta sfogliare l’indice dei nomi – la capacità di proporre un orizzonte culturale che va da Ezra Pound e Cristina Campo a Giano Accame e Beppe Niccolai, da Ernst Jünger e Aby Warburg a Salvador Dalì e Antoine de Saint-Exupéry, da Dino Buzzati e Jean-Marie G. Le Clézio al grande matematico “relativista” Bruno de Finetti. Per non dire anche dello sguardo aperto e in grado di includere idee e suggestioni pure da figure come Alex Langer, Guccini, Goffredo Fofi, Elvio Fachinelli, Andrea Pazienza, Elio Vittorini... Naturali, in questa luce, prese di posizione contro il “velinismo”, avverse a nostalgie per Scelba, a favore di un nuovo ambientalismo. Altro che “strappi”e tradimenti!
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