Il libro è di quelli che lasciano un segno, indelebile. Per le testimonianze, ma ancora di più per lo stile del racconto: le memorie di Piero Buscaroli, in ogni caso, sono un’occasione per riflettere andando oltre la superficie della storia italiana. In oltre cinquecento pagine, l’autore, nato nel 1930, giornalista e scrittore raffinato, cultore di Bach, Brahms e Mozart, anti-antifascista non pentito, spiega il suo specialissimo modo di essere “Dalla parte dei vinti” (Mondadori, pp. 520, € 24,00), non certo isolandosi bensì trovandosi in tante occasioni là dove la “storia si forma”, anzi precipitandosi verso quell’orribile vortice che ha travolto destini individuali e di popolo, una storia cominciata con una “fornace di sentimenti” dimoranti in un tredicenne che assiste alla catastrofe dell’8 settembre e conclusa, senza abiure, con la contemplazione del crollo delle menzogne resistenziali. L’itinerario è ricostruito appunto in questo lunghissimo diario autobiografico che offre lezioni e spunti preziosi, con pagine dedicate alle rappresaglie partigiane, al 25 luglio, al Giappone postbellico, alla Germania e a due geni vilipesi: Ezra Pound e Wilhelm Furtwängler. Recensendolo sulle pagine del “Foglio” Camillo Langone attribuisce a Buscaroli una potente arte di odiare: «Odia gli antifascisti e anche parecchi fascisti e vari neofascisti, odia i vivi e odia i morti, odia i singoli e le nazioni...».
Sinceramente, non ci sembra questa la chiave interpretativa più efficace. Buscaroli parla come uno che detesta questa Repubblica perché ha nutrito una passione anche troppo profonda per l’Italia, per la rettitudine, per la bellezza, per l’arte, per le caratteristiche che fanno di un uomo un gentiluomo, a cominciare dal culto del Babbo latinista e delle imprese dello zio Mario, che il 30 novembre 1941 portò in volo il primo aeroplano italiano a reazione. Non parla da sconfitto, non trasmette i suoi rancori personali, semmai esercita un aristocratico senso di distacco, pieno di fierezza. Difficile non ammirarlo: «Mi volgo all’Italia, dove sono cittadino coatto, non più figlio attivo e fedele...». C’è in più, nelle sue memorie, un’ansia di rettificare le colossali bugie di comodo con cui l’Italia si è congedata dal suo recente passato, per la quale il lettore non può che provare gratitudine e attenzione, poiché si tratta di “correzioni” di un testimone oculare.
Domani sul Secolo la recensione di Annalisa Terranova
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