A cinque anni dalla morte di don Giussani, fondatore di Comunione e liberazione, la tentazione più diffusa da più parti, anche per motivi opposti, è quella di rappresentarlo come il precursore dei cattolici da combattimento, di quel cristianesimo da crociata anticipatore degli attuali fustigatori della Chiesa post Conciliare. Tra tutti coloro che di volta in volta si sono lasciati andare a interpretazioni “interessate” della figura e dell’opera del prete brianzolo c'è sicuramente Gaetano Quagliariello. Lo storico e senatore del Pdl nel saggio Cattolici, pacifisti, teocon, del 2006, indicava nell’omelia che l’allora cardinale Ratzinger tenne nel corso dei funerali del leader di Cl – nel febbraio del 2005 – l’inizio del percorso che avrebbe portato all’affermazione dei teocon nella Chiesa cattolica. Nel libro, Quagliariello scriveva che «la denuncia della cedevolezza a cui era giunta parte della dottrina e della pratica postconciliare rappresenta il motivo di legittimazione originario dell’opera di Giussani come educatore e fondatore di un movimento ecclesiale». Niente di più lontano da quello che era l’intento del sacerdote. Infatti, come spiega Paolo D’Andrea sul Secolo d’Italia oggi in edicola, Don Giussani ha sempre agito in modo tale da impedire una cristallizazione del suo movimento su posizioni reazionarie e a fornire gli antidoti contro il rischio di chiudersi in un universo autoreferenziale. Un percorso iniziato negli anni Settanta e confermato nel decennio successivo, quando il prete arrivò a dichiarare che «questo è il tempo della rinascita della coscienza personale. È come se non si potessero far più crociate». Per Giussani pensava che il movimento avesse smarrito l’essenza della fede che è “l’avvenimento di Cristo”. «Dal ’70 in poi – affermava - il lavoro del movimento è stato incentrato sui “valori” portati da Cristo, ma l’avvenimento di Cristo è rimasto come estraneo». Mentre «la fede è solo questo l’apertura energica a una presenza, la presenza di Cristo». Don Giussani, dunque, era lontano dal concepire il movimento da lui fondato come un gruppo di sfondamento portatore di valori da imporre e da contrapporre ai non valori dei miscredenti – ma, ancor di più, non ha mai posseduto una “superbia movimentista”. Fu lui stesso ad affermare, in una lettera del 2004 a Giovanni Paolo II, che «non solo non ho mai inteso “fondare” niente, ma ritengo che il genio del movimento che ho visto nascere sia di avere sentito l’urgenza di proclamare la necessità di ritornare agli aspetti elementari del cristianesimo».
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