No all'accusa di concorso in diffamazione, ma sì alla contestazione di violazione della legge sulla privacy. È questo il perno del verdetto pronunciato oggi dal giudice milanese Oscar Magi che ha condannato a sei mesi, con pena sospesa, tre manager di Google per il video trasemsso in rete nel settembre del 2006 nel quale un giovane down di Torino veniva vessato dai compagni di scuola. Immediato il commento del motore di ricerca. La sentenza con la quale oggi il Tribunale di Milano ha condannato per violazione della privacy tre dirigenti di Google rappresenta "un attacco ai principi fondamentali di libertà". Lo ha affermato il responsabile dei rapporti istituzionali del più famoso motore di ricerca, Marco Pancini. "Oggi il giudice di Milano ha condannato tre dipendenti di Google dichiarando in sostanza che gli impiegati di una piattaforma di hosting di siti internet sono penalmente responsabili per l'attività illecita commessa da terzi. faremo appello nei confronti di una decisione che riteniamo a dir poco sorprendente dal momento che i nostri colleghi non hanno niente a che fare con il video in questione. Non sono nel video, non lo hanno girato, nè caricato nè visionato. Riteniamo anzi - ha aggiunto - che durante l'intero processo i nostri colleghi abbiano dato prova di grande dignità e coraggio. Il solo fatto che siano stati sottoposti a processo è eccessivo dal momento che è l'unico processo del genere nel mondo". "C'è un'altra importante ragione -ha concluso Pancini- per la quale siamo turbati da questa decisione: ci troviamo di fronte ad un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito internet. La normativa vigente è stata definita appositamente per mettere al riparo da responsabilità i siti internet a condizione che si rimuovano i contenuti illeciti non appena vengono informati della loro esistenza. Se questi principi venissero meno, qualora i siti venissero ritenuti responsabili del controllo e anche delle questioni legate alla privacy dei video caricati sulla loro piattaforma significherebbe la fine del web così come lo conosciamo, con tutte le conseguenze economiche, politiche, sociali del caso. Per questo sosterremmo fino alla fine i nostri colleghi".
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