Cinquant’anni fa un film svegliava l’Italia, d’un colpo dimostrava che il re era nudo e che tutte le narrazioni ideologiche non funzionavano più. Nel bel libro “Noi che abbiamo fatto La dolce vita” (Sellerio), il compianto Tullio Kezich ha spiegato: «Deflagrò come una bomba nel febbraio 1960 e il giorno dopo qualcuno si accorse che l’Italia non era più la stessa. E che da allora il nostro paese sia davvero cambiato lo dimostra in tutta la sua evidenza il giudizio su quel film che quell’Italia a compartimenti stagni, autoreferenziale, fatta di universi ideologici e antropologici formalmente l’uno in guerra con l’altro ma, sostanzialmente, simili nello sguardo chiuso alle novità, espresse concorde con una condanna generalizzata. Questo nostro giornale – sì, il Secolo d’Italia – si distinse, come sarà anche otto anni dopo di fronte alla contestazione studentesca, per tempismo e zelo. «Sacrosanti i fischi a Milano», si leggeva il 7 febbraio del ’60 sulla prima pagina del giornale, allora diretto da Franz Turchi e Giorgio Almirante, con un’ampia spalla di prima intitolata «Vergogna! “La dolce vita” di Federico Fellini è un oltraggio all’Italia: lo si ritiri dalla circolazione». E nell’articolo si poteva leggere: «La borghesia italiana non è quella che il Fellini gratuitamente accoppia a quel mucchietto di degenerati, di attrici prive di talento, di adolescenti isteriche. Malsana è quest’opera non destinata a un ristretto ambiente ma alle grandi folle di città e di provincia. Questo film attentato, questo film menzogna, questo film laido è passato tra le maglie della nostra stranissima censura: noi speriamo che le distratte autorità lo tolgano dagli schermi». Invece Indro Montanelli, che non era certo un intellettuale di sinistra, dichiarerà: «La dolce vita è la più grande opera cinematografica di tutti i tempi»...
Oggi sul Secolo d'Italia cartaceo un articolo di Luciano Lanna
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