2 settembre 2010 - 23:58

Facciamo mea culpa su “La dolce vita”, che tristezza quei titoli del Secolo...

Cinquant’anni fa un film svegliava l’Italia, d’un colpo dimostrava che il re era nudo e che tutte le narrazioni ideologiche non funzionavano più. Nel bel libro “Noi che abbiamo fatto La dolce vita” (Sellerio), il compianto Tullio Kezich ha spiegato: «Deflagrò come una bomba nel febbraio 1960 e il giorno dopo qualcuno si accorse che l’Italia non era più la stessa. E che da allora il nostro paese sia davvero cambiato lo dimostra in tutta la sua evidenza il giudizio su quel film che quell’Italia a compartimenti stagni, autoreferenziale, fatta di universi ideologici e antropologici formalmente l’uno in guerra con l’altro ma, sostanzialmente, simili nello sguardo chiuso alle novità, espresse concorde con una condanna generalizzata. Questo nostro giornale – sì, il Secolo d’Italia – si distinse, come sarà anche otto anni dopo di fronte alla contestazione studentesca, per tempismo e zelo. «Sacrosanti i fischi a Milano», si leggeva il 7 febbraio del ’60 sulla prima pagina del giornale, allora diretto da Franz Turchi e Giorgio Almirante, con un’ampia spalla di prima intitolata «Vergogna! “La dolce vita” di Federico Fellini è un oltraggio all’Italia: lo si ritiri dalla circolazione». E nell’articolo si poteva leggere: «La borghesia italiana non è quella che il Fellini gratuitamente accoppia a quel mucchietto di degenerati, di attrici prive di talento, di adolescenti isteriche. Malsana è quest’opera non destinata a un ristretto ambiente ma alle grandi folle di città e di provincia. Questo film attentato, questo film menzogna, questo film laido è passato tra le maglie della nostra stranissima censura: noi speriamo che le distratte autorità lo tolgano dagli schermi». Invece Indro Montanelli, che non era certo un intellettuale di sinistra, dichiarerà: «La dolce vita è la più grande opera cinematografica di tutti i tempi»...

Oggi sul Secolo d'Italia cartaceo un articolo di Luciano Lanna

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commenti dei lettori

"La dolce vita" ebbe un successo incredibile non tanto tra i giovani che già assaporavano i piaceri di una società in evoluzione ma tra gli anziani che neppure immaginavano come la società stesse effettivamente cambiando. Gente che non andava mai al cinema volle vedere quel film che divenne argomento di discussione e critica per molto tempo. Non ci fu una grande distinzione a seconda degli schieramenti politici di destra o di sinistra,anche se i più ipocriti e "bacchettoni" condannarono il regista e gli attori. Ma l'arte è e resta arte e nessun "bacchettone" potrà mai condannare,a ragion veduta, le donne del Tiziano nella loro indimenticabile bellezza. I critici capirono che Federico Fellini era davvero un grande regista, tra i migliori di tutto il mondo, nel rappresentare la società e il gusto di vivere della gioventù di quel tempo ormai assai lontano.