Avent’anni dalla sua prima uscita, oggi torna in libreria Due di due (Bompiani, pp. 391, € 16,00) il romanzo più amato di Andrea De Carlo. Appartiene al genere raro di libro che una volta letto sembra volerti accompagnare per il resto della vita, perché parla di cose vere, ci spinge a domandarci se abbiamo fatto il possibile per approfittare della straordinaria opportunità di esistere, e almeno tentato di rispondere alle clamorose domande che la vita solleva. Non importa quali scelte facciamo, a quanti errori andiamo incontro. In ognuno di noi convive, o dovrebbe convivere, un quieto sognatore come Mario, o un indomito ribelle come Guido. Molti di noi hanno amato e continueranno ad amare Due di due per la sua ambientazione: inizia nel pieno della contestazione, e anche se in qualche modo la lascia sullo sfondo, non nasconde – anzi denuncia – il lato terribile degli anni Settanta. Abbiamo chiesto a De Carlo se non trova che si possa amare il suo romanzo proprio perché le vite dei protagonisti non sono appiattite interamente sul piano politico neppure negli anni in cui l’impegno era (anche) una moda. «Credo – ci dice – che sia proprio così. Guido e Mario sognano un mondo diverso, ma rifiutano categoricamente le formule che l’ideologia offriva in quegli anni. Sono spiriti liberi, insofferenti a qualsiasi cappa dogmatica, febbrili nella loro ricerca di verità e autenticità».
I temperamenti e le scelte di Guido e Mario rappresentano anche facce diverse del ’68, un anno molto più variegato dell’immagine dominante tra chi non l’ha vissuto. O no?
Penso che alla spinta generazione e libertaria degli inizi, originata dall’insofferenza per un mondo intollerabilmente grigio e conformista, sia seguita molto presto una spinta all’indietro: verso il più cupo dopoguerra, verso la rivoluzione russa del 1917, verso teorie politiche ottocentesche. Vale a dire, al desiderio bruciante del nuovo si è sostituita una violenta nostalgia per il vecchio. L’improvvisazione creativa ha lasciato posto al leninismo, allo stalinismo e al maoismo, aprendo la strada agli anni di piombo. La visione idealizzata che alcuni danno oggi di quegli anni è fasulla e in malafede. La vera rivoluzione è avvenuta con Bob Dylan e i Beatles e i Rolling Stones, Mary Quant, Andy Warhol, Roy Lichtenstein, con Blow Up di Antonioni. Quello che è venuto dopo sono stati rigurgiti di ideologie morte.
La prima edizione di Due di due è del 1989. È l’anno della caduta del muro di Berlino, ma anche l’ultimo degli anni ’80. Lo stereotipo vuole gli anni ’80 come una stagione di riflusso, di ritorno al privato – e in questa accezione il personaggio di Guido che viene travolto dal suo stesso successo letterario rientra perfettamente in questo quadro.
Ricordo gli anni ’80 come gli anni della disco music, delle prime, idiote trasmissioni televisive commerciali, di un edonismo anche politico che risultava iondigesto. Eppure tutto quel culto della stupidità e dell’egoismo stavano producendo evidentemente degli anticorpi, per fortuna.
Rievocare gli anni Ottanta significa parlare di Milano. De Carlo è nato a Milano, suo padre era un grande architetto amico di letterati e inserito nel circuito culturale di quella che allora era considerata la capitale morale.
Ho lasciato Milano da anni. Mi ha sempre amareggiato il suo grigiore, la sua incapacità di rinnovarsi per diventare la metropoli che da sempre vorrebbe essere. Posso però dire che Milano è l’unica tra le grandi città che conosco a essersi ristretta da quando ero bambino, invece di espandersi come le altre.
Non a caso “Due di due” racconta la scelta più che consapevole di andarsene dalla metropoli tagliando i ponti alle spalle. Mario rileva un casale in Umbria, lo restaura, strappa alla terra di che vivere...
L’esperienza di Mario racconta però di un rapporto con la campagna ben diverso da quello idilliaco e artificiale della pubblicità. Conosco molte persone che hanno scelto di vivere e lavorare in campagna e sono riuscite a trasformare intere aree abbandonate, riportandoci vita e attività. Io stesso passo una parte della mia vita in campagna, perché per scrivere ho bisogno di isolamento, silenzio, raccoglimento che in città sono difficili da trovare. Ma non credo affatto che la ricetta della felicità sia in un’esistenza bucolica.
Nel romanzo Guido diventa anche lui un romanziere di successo, ma poi proprio non ce la fa ad incarnare il ruolo che mass media e sistema editoriale vogliono ritagliare su di lui. E il suo creatore?
Da quando ho pubblicato il mio primo romanzo ho deciso che non volevo fare parte di un mondo letterario salottiero basato su scambi di favori e rancori, giochi truccati, consuetudini estenuate e desolanti. Detesto il chiuso di quegli ambienti, i ruoli che vengono distribuiti, gli atteggiamenti, i toni. Per fortuna i miei lettori mi hanno permesso di vivere e lavorare da outsider.
Tornando in libreria “Due di due” va a cercare nuovi, giovani lettori, in un mercato dominato da Federico Moccia. I ragazzi che l’autore di “Tre metri sopra il cielo” racconta sono desolatamente contemporanei, nel modo in cui esauriscono la vita nella sfera privata, diversi in tutto dai protagonisti di “Due di due”.
È probabile che i romanzi di Moccia siano accurati da un punto di vista antropologico, nel senso che rappresentano i modi di essere di molti giovani di oggi concentrati unicamente su se stessi, sulla propria apparenza e il proprio benessere, totalmente privi di curiosità per gli altri, incapaci di slanci. Per fortuna ci sono anche giovani molto diversi, che pensano, leggono, sognano, osservano il mondo. Il rischio è che si sentano sempre più degli emarginati, e cadano in uno stato di disillusione, di mancanza di fiducia nel futuro.
Resta il fatto che rileggere oggi “Due di due” e confrontarlo con i libri che oggi i ragazzi amano lascia un po’ di sconcerto. All’inizio del romanzo i protagonisti sono solo degli adolescenti, ma fanno esperienze straordinarie. Fanno politica, ma cercando una propria linea, odiano la scuola e sanno abbandonarla, meditano di viaggiare e lo fanno, vogliono cambiare vita e la cambiano. Sono insomma appassionati, romantici, estroversi, ferocemente curiosi di sperimentare il mondo e gli altri.
Conosco ragazzi e ragazze di oggi altrettanto appassionati, romantici e curiosi di Guido e Mario. Certo, sono una minoranza in un fiume di consumatori ebeti di tutti i prodotti e modelli in vendita. Ma non è forse sempre stato così?
Resta il fatto che Guido e Mario avevano di fronte modelli che potevano seguire, abbattere o ignorare per crearsene di nuovi. Nel deserto di valori di oggi trovare un percorso originale, se non altro per reazione, è quasi impossibile.
È vero, rispetto ai tempi di Guido e di Mario oggi è più difficile trovare anche un avversario, definire se stessi per contrasto dialettico, credere in qualcosa che vada al di là del proprio naso. Però il messaggio del romanzo è ancora vivo ed è tutt’altro che nostalgico. I suoi due protagonisti scoprono che è possibile uscire dal loro angolo, acquistare una visione d’insieme, tirare fuori i sogni nascosti dentro di loro, immaginare un mondo diverso e migliore rispetto a quello che hanno davanti agli occhi. Se Guido e Mario ci sono riusciti allora, perché non dovrebbe riuscirci un ragazzo o una ragazza che hanno sedici o diciassette anni oggi?
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