2 settembre 2010 - 23:59

Ma dove sta l’egemonia di sinistra?

Luciano Lanna

Un?immagine dal film ?Il grande sogno? di Michele Placido, su cui si è scatenata una polemica in termini di cinema assistito

Il fatto è che il ministro Renato Brunetta smentisce se stesso, rinnega e contesta alcune sue affermazione di qualche settimana fa. Intervistato da Marina Terragni per Io Donna, l’economista ex socialista, spiegava a chiare lettere: «C’è stata un’inversione delle polarità: i conservatori sono il sindacato e la sinistra, mentre è il centrodestra a fare le riforme che riguardano la persona, il quotidiano, la qualità della vita». E aggiungendo di non credere alla vecchia schematizzazione destra/sinistra, precisava: «Io sono socialista, riformista, liberale e libertario, perseguo il merito, l’equità, la giustizia sociale». Niente da eccepire, anzi. Ma passano solo una decina di giorni e Brunetta va all’attacco dei finanziamenti pubblici al cinema, attestandosi sul fronte conservatore di chi continua a delineare una contrapposizione sociale (e ideologica) tra popolo dei produttori e ceto medio intellettuale e creativo: il primo segmento arruolato di per sé con la maggioranza di governo, il secondo inevitabilmente (non si sa perché) con la sinistra.
È uno schema riesumato nei giorni scorsi da Pierluigi Battista sul Corriere della Sera con un esplicito riferimento all’Italia degli anni Cinquanta: «Oggi come allora, il potere politico non sa stimolare arte, cultura, libri, film, satira, simboli. Gestisce i posti, non i contenuti. Amministra i fondi, non le sceneggiature, Un po’ si rassegna al destino. ma un po’ si sente isolato». Un potere politico, aggiunge Battista, che vivrebbe come un incubo il presunto assedio dell’intellighenzia che resterebbe dall’altra parte e non sa e non vuole come rinunciare ai suoi riti, ai suoi automatismi mentali, ai suo stessi pregiudizi: «La vive come un’oligarchia di “parassiti”. Come una nomenklatura elitaria e snob incapace di mettersi in sintonia con il popolo». Dall’altra parte, oltretutto, ci sarebbe, oggi come allora, una sinistra che si rinchiude nella fortezza inespugnabile della cosiddetta egemonia culturale per dimenticare la scarsa presa sull’elettorato e le pesanti sconfitte delle urne. Nel rapporto tra le istituzioni di potere e il “ceto dei colti” tutto sarebbe fermo a quegli anni: il governo diffida dei creativi e degli intellettuali, e questi ultimi si tricerano a proclamare e rappresentare la loro inimicizia nei confronti del potere. A destra i voti, il controllo degli enti economici e delle banche, a sinistra la cultura, i premi, le mostre: «A destra – conclude Battista – rinunciano alla competizione culturale, a sinistra rinunciano a quella elettorale». Ma siamo sicuri che questo schema corrisponda alla realtà di oggi? Un quadro in cui, come sosteneva il Brunetta citato all’inizio, non solo si è verificata un’inversione della polarità ma, secondo noi, sono saltati tutti gli schemi e tutti i recinti. Un film come Il grande sogno di Michele Placido – sul quale ci sarebbe anche qualcosa da dire, a cominciare da una raffigurazione troppo unilaterale della contestazione e dall’aver forse anticipato al ’68 alcuni tratti ideologici specifici, invece, della seconda metà degli anni Settanta – non sarà, come è stato scritto, paragonabile alla cinematografia di Visconti ma non per questo dovrebbe essere banalizzato con un film “di sinistra”. Oltretutto, il “grande sogno” positivo del ’68 emerge, alla fine della pellicola, come la possibilità per il figlio di un bracciante del Sud di poter studiare e diventare un attore, come l’aspirazione realizzata di un ragazzo che diventerà scrittore. E la scelta della violenza, il terrorismo e la lotta armata si riveleranno come il tradimento stesso di quella ventata di protagonismo giovanile. Allo stesso modo, perché dovrebbe venire tacciato di ideologia o di vetero-sinistrismo un film come Baarìa, l’ultimo lavoro di Tornatore, solo perché racconta delle battaglie sociali dei braccianti in Sicilia? Ripetiamo: chi continua a incasellare secondo questo schema quello che avviene – nella società, nelle idee, nel costume – nell’Italia di oggi rischia di perdere la percezione pubblica di ciò che sta avvenendo nel profondo della stratificazione sociale e dell’immaginario diffuso. Come si può pensare che chi non produce beni materiali debba venire classificato nel cosiddetto ceto parassitario? «Ma perché – ha provocato Brunetta – finanziamo il cinema? Forse che finanziamo il piano bar o la discoteca? E anche i giornali – ha aggiunto il ministro – devono andare sulle loro gambe». Non solo un ripudio di quanto affermato in precedenza ma, aggiungiamo, una conferma non richiesta per chi – da sinistra – sostiene l’attualità dello schema sulla separazione dei lavori tra una parte e l’altra.
Come si fa da parte di esponenti di governo non aver recepito, fatto proprio e anzi inverato, il ripetuto appello di Ernesto Galli della Loggia – che ne scrive dal 2001 – sull’importanza del cosiddetto “sociale immateriale” nella tenuta e nello sviluppo di una società e di una nazione? Anche perché, da questo punto di vista, il tanto vituperato Novecento qualche esempio concreto e rivoluzionario di politiche pubbliche strategiche ed efficaci in questa direzione l’aveva pure messo in campo. Come si fa, in sostanza, a sottovalutare il ruolo fondamentale delle politiche dell’immaginario in assenza delle quali il ruolo di governo rischierebbe di limitarsi all’esercizio del pareggio del bilancio e a una banale amministrazione delle cose (banali)?
Purtroppo non mancano prove e sintomi di una sensibilità di tutt’altro tenore. Quasi a voler dimostrare un cosiddetto Sessantotto al contrario che – per usare una bella immagine di Francesco Merlo – «lobotomizzi fantasia e dottrina e mandi al potere i ragionieri». Una metafora forte, certo, ma che può demistificare la presenza di una mentalità che – questa sì – rischia di egemonizzare tutta un’anima del Pdl. Ne abbiamo avuto la riprova nelle polemiche dei mesi scorsi sui tagli al Fus e alla cultura, ne abbiamo una conferma nella scorciatoia retorico-comiziale di Brunetta. «Accostare lo spettacolo alla cultura è un grande imbroglio», ha tuonato il ministro confondendo ancora una volta la questione per come si pone oggi e che reclama l’importanza postmoderna dell’immaginario, senz’altro superiore nella produzione di cultura viva agli stessi restauri e allo stato dell’arte delle memorie del passato. Ricordiamo a chi si mostra diffidente nei confronti della cosiddetta classe dei colti che negli anni Cinquanta il disprezzo verso il “culturame” univa allora i democristiani al governo al Pci di Togliatti, il cui disprezzo per un intellettuale come Elio Vittorini avviò un dibattito il quale costituisce ancora oggi una significativa lezione di storia. La riprova ce la fornisce l’attualità. Perché non ci si interroga infatti sul senso della sottoscrizione e della partecipazione di André Glucksmann e Gerard Depardieu – un filosofo e un uomo di cinema – i quali, entrambi, due anni fa si sono schierati per l’elezione di Sarkozy, un uomo politico di destra, all’Eliseo – alla manifestazione in difesa della libertà di stampa in Italia? Non è che qualcuno voglia regalarli alla sinistra?