A proposito dell’indiscrezione televisiva di cui abbiamo scritto ieri – un possibile stop alla trasmissione "L’era glaciale" – crediamo sia necessario aggiungere qualche considerazione. Da sempre riteniamo che alla vecchia logica egemonica intesa come “occupazione” militare degli spazi e dei ruoli vada sostituita una strategia metapolitica che, in nome della libertà nella cultura, privilegi le idee alle persone e l’affermazione di nuove sensibilità ai posti e alle poltrone. Ed è proprio facendo riferimento a questo nostro punto fermo che ci schieriamo decisamente dalla parte di giornalisti, conduttori e creativi che a un’idea qualunquistica, anestetizzata e falsata della televisione replicano con la necessità di un altro modello, fondato invece sulla qualità e sulla capacità di rappresentazione della realtà. Caratteristiche, queste, che però non nascono automaticamente da come si è schierati nella dialettica politico-partitica. Si può aver votato per il Pdl e, nonostante ciò, essere subalterni ai vecchi schemi. Oppure, come molti "outing" stanno dimostrando – ultimo quello di Antonello Venditti di cui abbiamo scritto – riuscire a raccontare il nostro vissuto comune senza più cliché obbligati anche se si è orientati col centrosinistra. Invitiamo quindi tutti a leggere proprio l’ultimo libro di Daria Bignardi, "Non vi lascerò orfani", in cui la giornalista racconta la sua famiglia, che era di destra e cattolica: una mamma che era stata giovane italiana, un papà reduce dall’Africa orientale e guardia d’onore al Pantheon, entrambi nel ’46 votano per la monarchia. E una figlia che a un certo punto si schiera a sinistra. Ma che è oggi in grado di ammettere: «Figli di sessantottini ne ho frequentati solo da adulta, e allora ho capito che sono diversi da me. Figli della fine del ’900, e io dell’inizio: io cresciuta con il libro "Cuore", loro con Rodari». E conclude: «A me però la mia infanzia è piaciuta. C’era calore in quel caos di emozioni: non c’è stato un giorno della mia vita con i miei in cui non l’abbia sentito». Quanti giornalisti possono raccontarlo?
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