Abbiamo ricevuto dal professor Alberto Asor Rosa, famoso e autorevole storico della letteratura italiana, una lettera che – al di là dei giudizi strettamente personali sull’attualità politica, da noi non condivisi, e la cui responsabilità è tutta dell’autore – presenta secondo noi spunti interessanti per i nostri lettori. La pubblichiamo di seguito.
Negli ultimi mesi sono apparse sul “Secolo” due recensioni di mie opere recenti (prima, “La Storia europea della letteratura italiana” poi, recentemente, “Il grande silenzio”) che mi sono parse, non benevole, ma intelligentemente critiche, e dunque, come sempre accade nei casi migliori, intelligentemente comprensive delle mie intuizioni e dei miei sforzi. Siccome un fatto, da solo, può essere casuale, ma due costituiscono un fenomeno, desidero (con piacere) dargliene atto chiedendole al tempo stesso, se non le costa troppo, di ringraziare per me i due recensori, Andrea Marcigliano e Luciano Lanna, che io non conosco. In Italia, come io ho sempre cercato di dire, è esistita una grande cultura di destra (o, almeno, conservatrice o, almeno, fieramente antiprogressista). Insomma, per intenderci banalmente: Croce, Gentile, Pareto, Mosca, la “Voce”, ecc. ecc.
La mia tesi, com’è noto (com’è noto a quei pochi che mi leggono) è che questa grande cultura di destra, o per assimilazione o per una troppo tardiva contrapposizione, è stata uccisa dal fascismo, che ha reso impossibile a lungo, per qualsiasi intellettuale degno di questo nome, d’esser di destra. Quando si parla di una troppo lunga e, per certi versi, troppo semplice (e semplificata) egemonia della cultura di sinistra dopo la guerra e dopo la Resistenza, spesso si dimentica questo dato storico, preliminare e, come dice, ortativo.
Io direi (mi permetto di dire) che quando le condizioni storiche italiane si sono allegerite e allentate, dopo anni terribili in cui hanno parlato, più che quelle della cultura, le voci del terrore e del sangue, rendendo possibile la ripresa di una forte cultura democratica di destra, questa si è trovata di fronte in Italia (ahimè, sì, l’Italia, sempre l’Italia) ad un nuovo, imprevisto e imprevedibile ostacolo, l’avventura berlusconiana. Lungi da me la tentazione di legiferare in un campo che non è mio, ma, se gli studi mi consentono di dire qualcosa su questo argomento, mi pare che una cultura di destra, anche all’altezza di questo XXI secolo, dovrebbe essere contraddistinta da un (equo) sentimento dell’identità nazionale, del rispetto delle regole e delle istituzioni, dall’equo primato del pubblico sul privato, dell’armonica composizione degli interessi privati con quelli collettivi o, se si preferisce, comunitari.
Tutto quello che abbiamo di fronte in Italia è una clamorosa negazione di tutto quanto ho appena cercato di enunciare: la congiunzione tra pubblico e privato, la degradazione dei principi, il disprezzo delle regole e delle istituzioni, l’interesse privato messo al di sopra di qualsiasi interesse collettivo o comunitario.
Questo per dirvi l’immane sforzo che dovrebbe compiere, che compie chiunque si prefigge come obiettivo quello di ricreare in Italia una sana, moderna, autenticamente democratica cultura di destra, non dissimile del resto da chi si proponga (come me, nei miei limiti) di far risorgere una sana, moderna, autenticamente democratica cultura di sinistra; e insomma che, se, come recita il titolo della seconda recensione, «Noi possiamo “capire” Asor Rosa», anche Asor Rosa – a quanto sembra – può capire “voi”.
Molto cordialmente
Alberto Asor Rosa
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