Lo spazio politico è la dimensione del cambiamento: immaginazione e calcolo del nuovo e, insieme, azione comune per un’impresa. Chi, con intenti denigratori, ha detto che Gianfranco Fini sta andando in una «terra di nessuno» gli ha rivolto in realtà il migliore complimento possibile: il Beruf in senso weberiano, la vocazione e l’impegno responsabile di un vero e consapevole leader politico, è proprio convocare gli altri verso orizzonti inattesi. Non certo idolatrare l’esistente, sentenziando che la trasformazione sociale sarebbe impossibile o rovinosa, ma al contrario stimolare movimenti profondi e accompagnare processi epocali già in atto verso esitinuovi e produttivi. Non rannicchiarsi in un atteggiamento difensivo e passatista, tanto tetro quanto impotente a incidere sulla realtà, ma scommettere fiduciosamente sulla stessa realtà, portando cioè a espressione le potenzialità emergenti che lo sguardo più attento del politico vede affiorare.
Anche la proposta sull’allargamento della cittadinanza ai nuovi italiani non è soltanto la risposta a una questione sociale ed economica, ma va nella direzione di un generale ripensamento dei motivi e delle forme fondative del nostro stesso modello di convivenza: è un’occasione che si offre ai cittadini “ospitanti” – gli italiani – di ricordare quale sia, sul piano dell’impegno civile, il loro ruolo attivo nella città. La questione dell’allargamento della cittadinanza non attiene dunque solo alla concessione burocratica di una posizione previdenziale a nuovi soggetti e non è soltanto una risposta a problemi di immediato ordine pubblico: riformulare un forte patto di cittadinanza comporta l’espansione del perimetro energetico dei partecipanti alla cosa pubblica ed esige dai nuovi cittadini una capacità rigorosa di partecipazione attiva nello spazio (fisico e mentale) della polis, una “educazione civica” a cui gli immigrati non sono abituati, ma che anche gli italiani sono chiamati a ricordare. Un patto di civiltà condiviso, su cui far poggiare il rispetto autentico delle leggi e il pieno riconoscimento di diritti e doveri reciprocamente validi. Imparare l’Italia vuol dire entrare in partita, trovare la sintonia con un movimento di energie storiche di lunga durata, sviluppare l’attitudine ad assumere responsabilità nuove. Ma questo è un discorso che vale in generale, per ognuno dei temi messi in agenda politica: non si va in “terra di nessuno” per urticare gratuitamente i sentimenti dei benpensanti, ma neppure per assecondare demagogicamente l’elettorato. Gesto politico, gesto tanto più urgente e necessario in questo tempo, è dare forma e intenzione a una nuova aggregazione di ceti e interessi, di gusti e stili, in grado di registrare umori e bisogni già esistenti ma soprattutto di sviluppare un profilo nettamente riformatore, capace di proiettare desideri e progetti politici, ovvero mai realizzati prima.
Compito della politica diventa da un lato quello di liberare le energie degli individui, sollecitati e coinvolti in una nuova forma di attivismo civile, e dall’altro quello di neutralizzare l’autolesionismo di una classe dirigente che, degradando l’impegno pubblico ad amministrazione condominiale, delegittima la funzione dello stesso ceto politico. Se lo spazio pubblico non recupera temperatura progettuale, la crisi della rappresentanza che è in atto non potrà più essere nascosta dai teoremi di qualche sondaggista, che già oggi confonde il consenso di ripiego – ottenuto per difetto dell’avversario, per “voto contro” – con l’adesione convinta.
Fini mostra di essere consapevole della depressione – dovuta alla mancanza di “aria politica” – che pervade un Paese solo apparentemente cinico e vacuo; mostra di essere pienamente cosciente di questo profondo disagio che si agita al di sotto dei battibecchi di superficie ed è alla ricerca di uno stile politico nuovo, adeguato a rispondere alla domanda, già prepotentemente presente per quanto ancora disarticolata, di un nuovo linguaggio e di nuovi canali di rappresentanza non solo sociale ma anche più propriamente di immaginario politico. A differenza del presidente della Camera, molti suoi interpreti invece appaiono ancora prigionieri di una visione statica della realtà, considerata immutabile e suscettibile al massimo di aggiustamenti, sempre comunque all’interno del quadro dato. E infatti il dibattito di questi mesi, e di questi ultimi giorni, ha evidenziato le difficoltà di gran parte dei commentatori, impegnati a leggere le recenti prese di posizione di Gianfranco Fini attraverso la lente di categorie, come quelle di destra e sinistra, che appartengono a un repertorio obsoleto e logorato, a uno schema della rappresentanza politica tramontato, a un linguaggio che non è più in grado di descrivere la realtà. La velocità delle trasformazioni della mentalità collettiva richiede ben altri ritmi, pretende istantanee illuminazioni: una serie di scarti secchi, di iniziative e di campagne tesa a dare forma politica a qualità, energie e potenzialità ancora inespresse e comunque non politicamente rappresentate. In una sfera pubblica che ha perso ogni ricordo della sua ragion d’essere e cerca pateticamente una supplenza di valore presso altri ambiti e da altre autorità, troppi hanno dimenticato che la tradizione occidentale e democratica nasce statuendo, senza alcun timore reverenziale, che la politica è la connotazione più propria dell’umano. Quello che a molti, a corto di pensiero e di immaginazione, non torna non è, a ben vedere, che Fini proponga “una politica di sinistra”, bensì che Fini proponga una politica. Perché il disegno complessivo che la sequenza delle prese di posizione di Fini configura, e il ritmo di accelerazione che quella serie di enunciazioni incalzanti mette in atto, favoriscono di fatto la ripresa forte dell’iniziativa politica: è la politica generativa – la tradizione politica italiana, a partire dal principiare teorizzato da Machiavelli – che non limita il governo all’amministrazione dell’esistente, ma che permette che le cose accadano.
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