Siamo a Ronchi ma presto la chiameremo Ronchi dei Legionari. È il settembre 1919. Proprio novant’anni fa. Sette ufficiali del primo battaglione granatieri giurano di liberare la città di Fiume dalle soldatesche straniere e di annetterla all’Italia. Ma ci vuol altro che qualche ufficiale ribelle per dichiarare guerra alle potenze vincitrici e allo stesso governo italiano. Dunque su chi fare conto? Offrono il comando a Enrico Corradini e Luigi Federzoni, leader nazionalisti, eroi di guerra, ma quelli rispondono di no. Stessa risposta da Peppino Garibaldi e da Benito Mussolini. Persino Sem Benelli, il drammaturgo che ha scritto la battuta «chi non beve con me peste lo colga» e da allora l’«essere o non essere» shakespeariano gli fa un baffo, risponde picche e si defila.
Solo quando mezza Italia ha rifiutato fanno appello al Vate. Gabriele D’annunzio (da qualche tempo principe di Montenevoso per graziosa concessione del re degl’italiani) accetta il comando dell’avventurosa impresa. Giusto il cimento di cui aveva bisogno per rompere lo spleen del dopoguerra e dell’ingiusta pace. Pensava, è vero, di consacrarsi all’impresa profana d’un raid aereo Roma-Tokio, poiché oltre che Poeta lui è Aviatore, ma la sacra impresa di liberare e anzi redimere Fiume è meglio (come direbbe un altro memorabile del nostro immaginario: il “puffo con gli occhiali”).
Fiume è presa anzi conquistata il giorno 11 settembre. E calano sulla città le bande mercenarie della novella Italia impasticcata d’ardimento. Ci sono davvero un po’ tutti. Sindacalisti, studenti medi e universitari, anarco-libertari, ex interventisti, fascisti, nazionalisti, garibaldini, militari ribelli agli stati maggiori, avventurieri, buddhisti ed esoteristi, belle ragazze, poeti futuristi, giornalisti, e anche cocainomani come artisti veri e fasulli. E il loro Dux, prima ancora di disfare le valige, tiene il primo d’una serie interminabile di memorabili discorsi. Fiume, con largo anticipo sui sessantotti a venire, non è una rivoluzione ma una vera e propria festa, un baccanale redivivo. Passa il Vate e piovono giù dai balconi petali di rose. Tutti fanno l’amore con tutti. Un gruppo di frati cappuccini si ribella alle stesse autorità religiose. Si autodispensa dal voto di castità e decide inoltre che il saio così com’è non va e bisogna almeno cambiarne il colore. Da marrone a verde, il colore di un ribelle come Robin Hood. Al grido di «è qui la festa?» arrivano volontari da tutte le parti del mondo. Si compilano comunicati stampa di tono social-futurista e nazional-libertario. Ogni sorta di poetico tumulto si diffonde nella città redenta come gas venefico nei passaggi di trincea della Grande Guerra. Gli scettici blu sorridono con emaciato ottimismo e quasi gli si spianano le occhiaie. Per strada si canta a pieni polmoni Giovinezza, già popolare canzone goliardica adottata e riadattata nei versi dagli arditi sulle trincee. È quella fiumana un’epopea che negli ultimi anni è stata riscoperta e raccontata da libri che hanno portato a far riflettere sulla presenza nella cultura politica italiana di questo filone libertario esploso a Fiume. Su tutti il bel saggio di Claudia Salaris Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume (Il Mulino, pp. 272, € 17,00) e il romanzo di Gabriele Marconi Le stelle danzanti (Vallecchi, pp. 320, € 15,00).
Tra i protagonisti di quella ventura libertaria c’era Guido Keller (a sua volta aviatore e poeta, sia pure minuscolo) che vola sui tetti di Roma e rovescia su Montecitorio il contenuto d’un vaso da notte. È una penseé per l’allora presidente del consiglio, Francesco Saverio Nitti, ostile alla «città olocausta», cioè un politico sobrio e responsabile in un’epoca che brama leader weberiani, cioè carismatici, spericolati e (diciamolo) sempre un po’ alticci. Gabriele D’Annunzio lo ha ribattezzato “Cagoia” (anzi Sua Indecenza Cagoia) con caratteristica finesse. Nitti, dal quale si vorrebbe un po’ più d’«ardimento», incassa imbarazzato insulti e sedizione. Si promulga una bella e famosa Carta del Carnaro. Una costituzione rivoluzionaria che picchietta lirica e vaporosa come pioggia nel pineto. Adesso ne trovate il testo, nelle sue diverse stesure, in Gabriele D’Anunzio, La Carta del Carnaro e altri scritti su Fiume, appena arrivato in libreria e ottimamente curato dai due studiosi Marco Fressura e Patrik Karlsen, con una prefazione di Giordano Bruno Guerri (Castelvecchi, pp. 174, € 16,00). Della Carta del Carnaro, opera del Poeta e del sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris, si dirà che è «un codice napoleonico riscritto da Ezra Pound». Oggi molti lo ritengono un grande testo libertario, per esempio Giordano Bruno Guerri nella prefazione al libro Castelvecchi, e non hanno torto perché la Carta del Carnaro stabilisce la parità dei sessi, codifica il multiculturalismo, prefigura con decenni d’anticipo il moderno welfare, abolisce ogni potere centrale nel nome dell’autogoverno. Amadeo Bordiga, che un anno più tardi, nel 1921, fonderà a Livorno con Gramsci e gli altri transfughi socialisti il Partito comunista d’Italia, sezione italiana dell’Internazionale comunista, scrive un energico saggio sulla Carta del Carnaro, discutendone puntiglioso e fiscale ogni dettaglio. La rivista sulla quale Bordiga pubblica questo saggio si chiama Prometeo e l’onora una bella copertina liberty.
Sono dunque affinità elettive. Anche il fatto che Fiume, prima tra le nazioni occidentali, riconosca la repubblica sovietica e che tra Mosca e il Carnaro ci sia un mezzo scambio d’ambasciatori conferma sia l’affinità che l’elezione. Bordiga sa benissimo, come lo sa anche il Vate, che non sono le costituzioni, socialiste o libertarie, di destra o di sinistra, ma i leader e i movimenti di cui prendono la testa, a fare le rivoluzioni.
Questi movimenti sono stati miracolati dalla guerra, che li ha forniti di una visione del mondo e di un background a tinte forti e d’uno stile di vita sopra le righe: la violenza che rigenera la storia e la pratica delle armi, due ricostituenti che faranno dell’intero Novecento una sorta di campo di battaglia. A Fiume c’è infatti la prova generale dello spettacolo. È nell’ombra della Carta del Carnaro che viene miscelata la benzina per le bottiglie molotov dei ribelli e dei rivoluzionari d’ogni colore dei decenni successivi e qui vengono lanciate per la prima volta contro le vetrine illuminate delle democrazie borghesi sopravvissure alla guerra. Oltre ai fascisti, in questa improvvisa curva a gomito del secolo scorso, hanno dichiarato guerra alle democrazie anche anarchici e comunisti, cattolici e nazionalisti. È una vera e propria passione universale. Persino gli artisti d’avanguardia, che hanno stravolto le forme della comunicazione estetica e scardinato il concetto di bellezza che la filosofia tradizionale aveva curato per secoli e secoli come un fior di serra, sono per istintivo disincanto antidemocratici. Anche gli stessi leader democratici si guardano intorno diffidenti e delusi. Loro per primi sanno quanto vale la democrazia durante un’emergenza.
Quella di Gabriele D’Annunzio a Fiume è un’impresa antipolitica e per molti versi prepolitica. Dovrebbe esserci del calcolo e invece c’è la poesia megalomane dei rimatori in armi. Scarseggia il nichilismo ma abbonda Sandokan. C’è, come qualcuno ha sottolineato, più Zorro che Lenin. Gli arditi fiumani non amano l’autoritarismo, le burocrazie, il clericalismo, le oligarchie cooptate della vecchia Italia. Beffano quindi l’esercito italiano, ne rapiscono i generali, assaltano le navi, giocano a fare i pirati e i corsari con tanto di bandiera nera con il teschio tipo Tortuga, spogliano i convogli di viveri. Sono sberfloni e gradassi. Sul momento sembrano ragazzate e guasconate, ma bastano per mandare in tilt il governo italiano e per innescare, tempo al tempo, minacciose reazioni a catena, fino a scardinare l’intero quadro europeo. Come i comunisti, che in tutta Europa e presto in tutto il pianeta vorranno fare «come in Russia», così lcerte destre rivoluzionarie vorranno fare come a Fiume e non ci sarà in tutta Europa (e non solo) Uomo del Destino che non vorrà imitare il Comandante. A Fiume c’è già tutto il Catalogo Vestro delle dittature wahalliste e antico-romane future. Manca soltanto la volontà o l’opportunità di fare sul serio. Manca, per la verità, anche l’Uomo del Destino, perché l’Aviatore è carismatico, sì, ma di un’altra pasta rispetto a Mussolini, a Lenin, a Trotzky, a Mustafa Kemal Atatürk.... Gli piace troppo spassarsela e un capo carismatico rivoluzion ario doc dev’essere sempre pronto al sacrificio proprio e altrui. Del dittatore moderno Gabriele D’Annunzio ha soltanto l’alta opinione di sé, il fascino gaglioffo alla Erroll Flynn e la devozione delle signore. D’Annunzio, anche se non sembra, ha troppo senso dell’umorismo, e un tale schifo dell’umanità imbranata e caciarona, che non riesce a prendere sul serio neppure se stesso, figurarsi la politica, figurarsi la sorte del mondo, quando un leader coscienzioso, se vuol farsi strada verso il potere assoluto e conservarlo, deve credere un po’ anche lui nelle proprie favole, altrimenti la cosiddetta rivoluzione slitta nel ridicolo.
Insomma la festa è finita: il Principe di Montenevoso è un filibustiere inaffidabile, forse troppo Poeta e senz’altro troppo poco Dux. Lui è uno che per amore d’una frase rotonda sarebbe capace di passare armi e bagagli al nemico. Lo ha già fatto molti anni prima da giovane deputato quando ha mollato i banchi di destra per quelli di sinistra farneticando che stava andando «incontro alla vita». Chi lo fa lo rìfa. È una dura lex di natura. È sempre stato così. Sarà il Generale Caviglia a cacciare materialmente il Vate e le sue legioni da Fiume «olocausta». Ciò su mandato di Sua Indecenza Cagoia che si è finalmente deciso a fare il proprio dovere. Ma in realtà è il genio nella bottiglia della storia che diserta il campo fiumano per raggiungere i bivacchi d’altri Comandanti.
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