Prendere in castagna Toni de Santoli nei suoi articoli a sfondo rievocativo non è un’impresa facile. Per questo, quando capita di poterlo fare, sia pure su un semplice dettaglio, vale la pena di coglierne l’occasione. Occasione data dalla sua recensione del saggio di Gian Piero Brunetta Il cinema italiano di regime. Nel suo articolo, de Santoli sostiene che, a causa dell’egemonia culturale democristiana e comunista, «nell’Italia di trenta, quaranta, cinquanta e più anni fa, non c’era verso di poter seguire un film che fosse stato girato fra gli anni Trenta e il 1945», a parte alcune pellicole di De Sica e di Soldati. E aggiunge che prima della caduta del Muro, «nessuno sotto il ferreo controllo di Piazza del Gesù e delle Botteghe Oscure, avrebbe mai osato proporre in tv o in dvd, e con frequenza, Alfa Tau, Lo squadrone bianco, La nave bianca e altre pellicole del tempo di guerra.
Ma ciò è vero solo in parte: nella primavera del 1969, infatti, la Rai propose in un ciclo proprio uno di questi film: si trattava di Alfa Tau, il capolavoro del comandante Francesco De Robertis, ufficiale della Marina, che nel 1942 girò con attori non professionisti una pellicola dedicata alle vicende, in licenza e in missione, del sommergibile “Enrico Toti”. Chi scrive se lo ricorda molto bene, perché ricorda di aver visto proprio in quell’occasione Alfa Tau, appena sedicenne; e ricorda che l’apprezzamento per la pellicola, oltre al disgusto per la presentazione da cui fu preceduta, furono uno dei motivi della sua sofferta decisione di aderire alla Giovane Italia.
Alfa Tau era davvero uno splendido film e rifletteva, senza indulgere a eccessi retorici, il clima diffuso dell’Italia di quegli anni. La pellicola, che alla Mostra internazionale di Venezia aveva ottenuto nel 1942 il premio del presidente della Camera internazionale del film, si atteneva a un asciutto stile che nei titoli di testa veniva definito «verismo storico e ambientale» e che più tardi sarebbe stato battezzato neorealismo.
La pellicola – commentava Francesco Passinetti su Cinema, la rivista diretta da Vittorio Mussolini, giudicando questa caratteristica un pregio e il film «un capolavoro» – «finisce in minore, senza retorica: la missione di un sottomarino è finita, domani ne comincia un’altra». Del resto Alfa Tau faceva parte di una grande trilogia del mare, alla quale, con una pellicola come La nave bianca, girata sotto la supervisione di De Robertis, avrebbe contribuito lo stesso Roberto Rossellini.
Fatto sta che la direzione della Rai nel 1969 decise di trasmetterne la pellicola. Ma, probabilmente per prevenire le critiche, decise di farne precedere la messa in onda da un’introduzione di un critico cinematografico di formazione neo-marxista, Fernaldo Di Giammatteo. Stretto collaboratore di Rossellini, non era uno sprovveduto e anzi era stato uno dei pionieri del cinema in Tv, curando trasmissioni come Ritratto d’attore e Cinelandia. In quell’occasione, però, forse per farsi perdonare dai compagni di strada la scelta di quello che era pur sempre un film di propaganda bellica, ebbe una vera caduta di stile e si lasciò andare a una serie di commenti che non colpivano e accusavano solo il fascismo, ma la stessa Regia Marina.
Il fatto non passò inosservato ed ebbe uno strascico alla Camera. Il deputato liberale Luigi Durand de la Penne presentò un’interrogazione in cui definiva il commento del Di Giammatteo «il fatto più offensivo osato nei confronti della Marina militare e di tutti i combattenti dell’ultima guerra». De la Penne faceva presente che «sulle nostre navi affondate in guerra trovarono fine gloriosa il cento per cento degli ammiragli, il 70 per cento dei comandanti, il 50 per cento degli ufficiali e il trenta per cento degli equipaggi» e ricordava che il protagonista del film, comandante Bruno Zelik, era scomparso anche lui in mare con tutto il suo equipaggio al comando del sommergibile Scirè.
Il parlamentare aveva tutti i titoli per parlare. Decorato di medaglia d’oro al valor militare, nella notte fra il 18 e il 19 dicembre 1941 aveva messo fuori combattimento con un “maiale”, insieme al suo “secondo” Emilio Bianchi, la corazzata Valiant ad Alessandria d’Egitto. Alla sua eroica impresa erano stati dedicati due film, I sette dell’Orsa Maggiore, del 1952, alla cui sceneggiatura aveva collaborato Giuseppe Berto, e, dieci anni dopo, L’affondamento della Valiant (altri due film inseriti nel ciclo sulla Marina della Rai).
Ma De La Penne non fu il solo, però, a intervenire sulla vicenda e la seduta parlamentare di quel lontano 28 maggio 1969 fu animata da altri interventi, fra cui quello del deputato del Msi Giuseppe Niccolai. Niccolai lamentò che la proiezione della pellicola non fosse stata preceduta da un dibattito a più voci, ma che fosse stata data la parola solo al critico Di Giammatteo. E non mancò neppure un battibecco polemico fra Niccolai e l’immancabile Pajetta, risentito perché il parlamentare missino aveva accusato chi ridicolizzava il fascismo di giocare un brutto servizio ai Gramsci, ai Rosselli, ai Gobetti, agli Amendola, che «da quel misto di ridicolo e di retorica si fecero battere». Al deputato comunista, che aveva protestato perché quei nomi in bocca a un ex prigioniero non-cooperatore non dovevano essere consentiti, Niccolai replicò prontamente che «allora la parola dovrebbe essere negata a molti di voi», alludendo ai trascorsi fascisti di molti uomini del Pci. Il deputato comunista non poté replicare nulla, memore dei Lajolo e dei Boldrini, e un altro parlamentare del Msi, Franco Servello, commentò sardonicamente: «Non ha più i riflessi pronti, onorevole Pajetta!». E più volte invitato a «chiarire il suo pensiero», in quanto aveva inveito contro i disfattisti e i bastardi di tutte le tinte, Beppe Niccolai concluse precisando che «per me i bastardi sono tutti coloro che negano il valore dei soldati morti in mare».
Particolare non insignificante, la risposta delle istituzioni alle proteste degli ambienti combattentistici e dei deputati del Pli e del Msi fu tutt’altro che reticente nel condannare il commento di Di Giammatteo. Nel replicare alle interrogazioni parlamentari, il ministro delle Poste e Telecomunicazioni precisò che «non solo la presidenza della Rai deplorò le frasi denunziate, ma le deplorò e le deplora il governo stesso, perché, evidentemente, si è trattato di frasi assolutamente gratuite, senza alcuna attinenza con il contenuto del film che si proiettava, che misconoscevano gli eroismi della marina come forza armata, marina che ha compiuto il proprio dovere fino al sacrificio della vita soltanto per amor di patria». Ministro delle Poste era allora Crescenzio Mazza, democristiano; presidente della Rai il professor Aldo Sandulli, un giurista galantuomo che aveva combattuto in Russia, dove si era guadagnato le spalline di capitano e una medaglia d’oro al valor militare. L’Italia di quei tardi anni Sessanta aveva molti difetti, ma spesso nelle posizioni di vertice c’erano persone che avevano fatto la guerra con onore, indipendentemente dalle posizioni prese dopo l’8 settembre, e che conservavano il senso del rispetto.
Un ultimo ricordo: uno degli episodi più famosi della pellicola era costitutito dall’“incontro in superficie” fra il sommergibile Toti e un sommergibile inglese. A conferma del carattere “veristico” di Alfa Tau l’evento, come molti altri rappresentati, era avvenuto davvero. Dopo quarantacinque minuti di fuoco i due sottomarini si trovavano a pochi metri l’uno dall’altro. Purtroppo il cannone del sommergibile italiano s’inceppò e il marinaio Stagi, dopo aver tentato in tutti i modi di far partire il colpo, si sfilò uno scarpone scagliandolo contro il nemico, quasi a ripetere il celebre gesto dell’eroe cui era intitolato il sottomarino. Il giornalista Giorgio Batini, storico conoscitore della Toscana e a lungo inviato speciale della Nazione, raccontò a chi scrive di avere rintracciato e intervistato il marinaio protagonista di quell’episodio. Viveva in Versilia, a Lido di Camariore, e naturalmente… aveva aperto un negozio di scarpe.
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