Il suo nome è Freud. Sigmund Freud. E tanto basta. Ha rivoluzionato la cultura a cominciare da quella medica come mai nessuno prima. Né Wagner per l’arte, né Nietzsche – che con Schopenhauer può essere considerato un suo precursore – per il pensiero filosofico, possono stargli alla pari. Nessuno come Freud è stato anche abominato, soprattutto dalla intellettualità conservatrice di tipo accademico, eppure citatissimo, ovunque. Ha conosciuto crisi e sconfitte ma ancora oggi la sua ombra riesce a distinguersi dalle sagome dell’altro ’900. E poi, principalmente Freud è grande perché è andato oltre il campo dello specialismo, divenendo il caposcuola di una mentalità vieppiù diffusa. La narrativa contemporanea gli deve il merito di grandi capolavori (La coscienza di Zeno di Italo Svevo, forse il più bel romanzo italiano del ’900). Parte della saggistica senza di lui non sarebbe quella che è. Perfino lo spettacolo, con l’arte surrealista, il cinema e il teatro, non ha saputo/potuto rinunciare al suo pensiero. Il lavoro da lui svolto in senso epistemologico corrisponde a quanto hanno fatto anche Joyce, Pound, Picasso e Schönberg in letteratura, poesia, pittura e musica. Ha dato cioè forma compiuta all’idea della modernità come ossimoro e contraddizione degli opposti.
Indirettamente, dal papà della psicanalisi, grazie alla pagine che ci ha lasciato, sono nate le storie più torbide – ma anche allegre – ricordate oggi. Tutto questo è stato cinema e letteratura da psicanalisi insieme. Da Hitchcock a John Huston, da David Cronenberg a Billy Wilder (passando per il grande Woody Allen). Come a dire: i luoghi all’interno della psiche nascondono il possibile, compreso naturalmente quel che non si conosce, che è poi il tema centrale della psicanalisi. Eppure, nonostante ciò i settan’anni della sua morte non hanno registrato quell’attenzione mediatica che ci aspettavamo. Freud è infatti morto settant’anni fa, a Londra il 23 settembre del 1939. I nostri padri o nonni avrebbero potuto perfino conoscerlo, parlargli e ottenerne un’impressione diretta, sedendo accanto a uno degli uomini rappresentativi di un Occidente a un tempo storia-e-concetto (per la cronaca, Freud era e resterà un aristotelico puro). A noi, tuttavia, basta un comune manuale di psicologia a contenere i suoi periodi da sbatterci la testa al muro. «La scoperta dell’inconscio è la terza ferita inflitta al narcisismo umano», diceva di sé stesso Freud, «con Copernico l’uomo non è più al centro dell’universo, con Darwin non è creato “direttamente” da Dio, con la psicoanalisi non è più padrone in casa propria».
Attratto all’inizio dall’ipnosi (che conobbe a Parigi grazie a Jean-Martin Charcot) e dalle pratiche di Josef Breuer come cura per i soggetti isterici (l’ipnosi come regressione verso il punto in cui il “male” ha aggredito la mente), attraverso la tecnica delle “libere associazioni” e l’idea di rimozione Freud giunge alla vera teoria psicanalitica e alla sua pratica principe cioè l’interpretazione dei sogni. È questa insieme ad altre indagini che attengono al quotidiano a mostrare l’esistenza dell’inconscio, ove appunto si trovano stratificati pulsioni e desideri rimossi o respinti perché in contrasto con la coscienza superficiale dell’individuo. L’idea centrale del pensiero di Freud (quanti fraintendimenti, però) è e rimane antirazionalista: le “certezze” ereditate e le norme del vivere sociale rappresentano un ostacolo – a volte eccessivo – agli impulsi e agli istinti della persona. Come per nulla progresiste (anzi, elitiste) erano le sue idee politiche. Ovvio d’altra parte, che il nostro medico fosse inviso allo stesso tempo a benpensanti e conservatori, la cui “trasformazione” delle tecniche freudiane in una complessa visione del mondo (sottilmente dionisiaca), non poteva non dispiacere; agli scienziati della tradizione positivista nel cui elenco di discipline i temi freudiani erano “arte”, “poesia” o pura follia; e infine a chi amava ribellarsi all’onnipotenza dell’inconscio, e a chi non pensava che l’uomo–- o per meglio dire l’Io – fosse agito e non invece agente, peraltro dimentico del motto freudiano: «Dov’era l’Es deve diventare l’Io». Proprio per questi ultimi Freud rappresentava una vera e propria iattura, in quanto abituati a pensare all’uomo come protagonista pressoché unico – e autentico – delle proprie scelte esistenziali. Per non tacere, infine, delle sue vicende legate alla politica. Nel 1938, dopo l’occupazione dell’Austria Freud è costretto a partire per Londra (ma in suo favore si muoverà lo stesso Benito Mussolini). E già malato di cancro, qui morirà un anno dopo.
La storia della psicoanalisi è dunque in primo luogo la storia di Freud. E viceversa («la psicanalisi è … una mia creazione»). Dalla prima guerra mondiale in avanti si sviluppa nella Vecchia Europa, poi migra in America e in Gran Bretagna una prima volta, e poi ancora un’altra nel periodo della seconda guerra mondiale. Dopo di che di afferma a livello massa (parliamo ancora di strati medio-alto borghesi, ovviamente). Anche per questo (ma non solo), l’elenco e dei seguaci e dei “traditori” di mastro Freud è a dir poco vasto. La scuola psicodinamica e delle psicologie cliniche, con Carl Gustav Jung (1875-1961), Alfred Adler (1870-1937) e gli altri (Melanie Klein, Erich Fromm e poi la scuola francese), è andata avanti, eccome, fino ai giorni nostri e fra dialoghi e chiusure successive. Potrebbe peraltro suonare strano a chi legge: ma a causa di veti, contrasti e “infedeltà” il nome di Freud pare fosse più apprezzato fra i cosiddetti dilettanti (coloro cioè che occupandosi non specificamente di psichiatria, amavano il Freud filosofo o, ben più in là, la guida “pop” per il benessere psicologico), che non fra i professionisti della mente volgarmente detti “strizzacervelli”. Chi s’intende di questioni riguardanti associazioni, scuole e dinamiche di gruppo non avrà difficoltà a comprendere le ragioni per cui un capo carismatico (Freud) e una serie di allievi legati fra loro da vincoli emotivi non fossero granché amati al di fuori del loro ambiente.
E a casa nostra? In un’Italia refrattaria al nuovo, la psicanalisi come idea (di inconscio, di libido ecc…) e come pratica sperimentale, ha tardato a diffondersi. Oltre ai limiti imposti da un certo cattolicesimo, né il marxismo (almeno fino a una certa epoca), né la destra conservatrice e autoritaria, né certa tradizione umanistica hanno favorito la nascita di importanti filoni metaculturali di tipo freudiano. Né, d’altra parte, parlare di sesso (freudiano o meno...) è stato oltremodo facile, almeno fino agli anni ’60 (potrà sembrare strano, ma i bacchettoni stavano – e stanno – molto più a sinistra che a destra…). L’equivoco forse è nato quando si finì col tradurre in politica – sbagliando – l’aternativa tra Freud e Jung che, in quanto spiritualista venne ritenuto lo psicologo di riferimento a destra. E ci si dimenticò di Freud che, invece, piaceva a Giovanni Papini e a molti intellettuali fascisti (ne scrisse a suo tempo Piero Meldini in un libretto Guaraldi degli anni ’70).
Qui comunque giova ricordare che già Julius Evola nel 1958 (col suo Metafisica del sesso) si interessò dell’eros e di discipline che in qualche modo col freudismo erano imparentate. Criticò Freud nell’altrettanto noto Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo ma non in modo così negativo come si potrebbe pensare. E criticò Willhelm Reich – altro allievo di Freud – e le sue teorie sulla repressione sessuale. Si occupò anche di un “discepolo” di Reich, il libertario Luigi De Marchi e del suo volume Sesso e civiltà (1960), recensendolo positivamente (a sua volta De Marchi era rimasto colpito dalle pagine evoliane sull’eros). Vicino inizialmente a Evola (al suo “magico gruppo di Ur) fu tuttavia anche Emilio Servadio, studioso legato alle religioni orientali e importante esoterista, che fu fra i veri e propri padri della psicanalisi italiana insieme a Edoardo Weiss, triestino, e al più noto Cesare Musatti. Come a dire: le vie percorse dalla mente sono infinite e – presto o tardi – passano per i parenti prossimi dello spirito (o viceversa).
Spesso, poi, ci si fermano a parlare più del previsto, lo sappiamo bene.
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