8 febbraio 2012 - 04:31

Anniversari

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Per farla finita con l'alibi dell'autunno '69

Massimiliano Griner

Quarant’anni fa esplodeva l’autunno caldo. Una stagione che mei prossimi giorni verrà ricordata, celebrata, analizzata sui mass media. Ma potrà questa volta l’anniversario trasformarsi nell’occasione per rileggere finalmente quella stagione – con quelle vicende, dai centomila metalmeccanici in piazza, sino alla strage di piazza Fontana e alla stessa tragica morte di Pino Pinelli – senza più stereotipi e miti ideologici a senso unico? La retorica e la tradizionale lettura ideologica degli anni di piombo hanno infatti lasciato uno strascico persistente di luoghi comuni che nonostante il tempo trascorso continuano ad avere persistente cittadinanza nell’immaginario italiano. E non è neanche difficile capire il perché.
Si tratta infatti di comodi cliché che consentono di non fare seriamente i conti con una fase drammatica, mai risolta e complessa del nostro passato. E, da questo punto di vista, una cosa va detta subito: il cliché più duro a morire, il più abusato, perché perfetto nel nascondere sotto il tappeto aspetti spiacevoli di quel periodo di violenze, è ancora oggi la convinzione (presente in quasi tutte le ricostruzioni e in tutta la saggistica) che la strage di piazza Fontana sia stata la causa scatenante – quasi diretta e automatica – della lotta armata. La giusta risposta di una generazione a uno Stato che non solo conculcava le richieste di cambiamento, ma pur di impedirlo diventava assassino.
È quasi impossibile sfogliare le memorie dei più noti terroristi di estrema sinistra, a partire dal fondatore delle Brigate Rosse, Renato Curcio («con la strage il clima improvvisamente cambiò»), senza trovare conferma di questo luogo comune. Enrico Fenzi arrivò a dire che il 12 dicembre era stata la data ufficiale d’inizio della lotta armata. In tutto qusto filone ci viene raccontato che prima di piazza Fontana prevaleva una protesta gioiosa, democratica e creativa, una volontà di cambiamento fatta di partecipazione e idealità. Ma che “quel giorno” lo Stato mostrò la sua vera natura repressiva e stragista, e si capì che alla violenza delle istituzioni era giusto e doveroso opporre quella rivoluzionaria. La nuova lotta armata degli anni Settanta come proseguimento della resistenza, insomma. Ma a smentire questa giustificazione, talmente ripetuta da essere diventata patrimonio anche di chi in quegli anni era troppo giovane, ha adesso provveduto l’ottimo Guido Panvini nel suo Ordine nero, guerriglia rossa, edito da Einaudi (pp. 301, € 30,00) di cui ha già parlato Diego Gabutti su queste pagine. Panvini non si limita infatti a mostrare che le immediate reazioni all’evento furono diverse e contrastanti: ci furono ad esempio fabbriche torinesi dove operai arrabbiati con il sistema e il governo applaudirono alle bombe come un atto di rottura, come un positivo fatto destabilizzante.
Lo studioso lascia capire anche l’origine del “luogo comune” che stiamo cercando di confutare: la confusione tra fonti – ciò che la gente pensa al momento dei fatti – e testimonianze – quello che viene ricordato a distanza di anni, spesso oggetto di rielaborazione, raramente cosciente, non di rado interessata. È un errore frequente non solo tra i giornalisti e i divulgatori, ma anche tra i veri e propri storici, che quando intervistano qualcuno raramente gli chiedono di distinguere la posizione attuale da quella  assunta al momento dei fatti, spesso molto lontani nel tempo.
È un errore in cui, invece, non incorre mai Nicola Rao, giunto al terzo volume della sua preziosa trilogia sull’estremismo e il terrorismo di destra, Il piombo e la celtica (Sperling & Kupfer, pp. 481, € 18,00) a cui Luciano Lanna ha dedicato un’esauriente presentazione su queste pagine. Ed è grazie alle voci raccolte da Rao nel suo ultimo libro che possiamo affrontare con un ottimo esempio un altro abusato mito degli anni di piombo. Molti terroristi diventati assassini hanno giustificato le loro sentenze di morte sostenendo che la colpa era dell’ideologia di cui erano imbevuti e sulla quale si erano formati. La furia ideologica aveva finito con l’accecarli, ci dicono, e così dietro una divisa o una toga o un semplice avversario, non vedevano più l’uomo – la persona – in carne e ossa, ma soltanto la funzione che l’individuo rappresentava, fosse esso un magistrato, un poliziotto, un estremista della parte avversa, o anche soltanto un ragazzo che la pensava diversamente da loro. A quel punto uccidere diventava più facile. Non era l’uomo, che colpivano, ma la sua funzione astratta, il simbolo che incarnava.
In realtà avvenne esattamente l’opposto. Guido Panvini documenta che fu, ad esempio, negli ambienti di Lotta Continua – ma ovviamente il discorso va esteso anche alle altre formazioni extraparlamentari, e non solo di sinistra – che si intuì per la prima volta che, fino a quando il nemico rimaneva astratto, colpirlo era impossibile. Da astratta classe sociale, il nemico doveva essere personificato, reso realistico, tangibile. Solo così sarebbe diventato raggiungibile. In caso contrario la lotta sarebbe stata vana.
Uno dei primi esempi di questo nuovo modo di concepire la violenza fu l’omicidio del commissario Luigi Calabresi. Il quale non venne ucciso perché era astrattamente un commissario di polizia al servizio delle classi dominanti, ma perché era stato individuato per l’uomo che era, per le sue peculiarità, per le sue scelte. In breve, un nemico riconoscibile, di cui tutto ciò che era squisitamente umano era stato studiato accuratamente in vista del delitto: le abitudini, la famiglia, gli orientamenti culturali, i figli, il tipo di auto, il modo di vestire. È però il lavoro di Rao a mettere definitivamente in crisi il luogo comune che i terroristi nel mirino vedevano solo funzioni astratte, anziché persone autentiche, in carne e ossa. «Abbiamo colpito il fascista Rosci. Gli abbiamo sparato con una calibro 38». Così la rivendicazione a Roma, il 10 marzo del 1980, con cui i Compagni Organizzati per il Comunismo rivendicarono l’attentato in cui aveva perso la vita Luigi Allegretti, lo chef trentaseienne del ristorante Alfredo all’Augusteo. Una persona che aveva l’unico torto di abitare vicino al segretario della sezione del Msi del Flaminio, Rosci. Nell’intenzione il delitto doveva pareggiare la morte del giovane autonomo Verbano, ucciso un paio di settimane prima. E invece, come spesso accadde in quei tempi, a pagarne le conseguenze fu un innocente. L’ideologia del cosiddetto “antifascismo militante” sosteneva che uccidere un fascista non era un reato, ma l’editto non era esteso ai comuni cittadini. Se il luogo comune fosse vero, gli assassini, scoprendo di aver ucciso una persona completamente estranea alla loro faida, avrebbero subito uno choc sufficiente a spingerli a deporre per sempre le armi. Non fu quello che accade. Né in quella occasione, né in altre tragicamente simili. La morte del povero cuoco significava soltanto che i conti non erano ancora pareggiati. E il 12 marzo toccò così al 27enne Angelo Mancia, fattorino al Secolo d’Italia.