Il giudice «vendeva le sentenze», ma in attesa dell’Appello torna al lavoro

martedì 5 febbraio 17:46 - di Luciana Delli Colli

È un paradosso tutto italiano quello che imbarazza il Tar della Valle d’Aosta: in organico ha un giudice che è stato condannato a 8 anni per corruzione in atti giudiziari. Insomma, perché vendeva le sentenze. Almeno così hanno decretato i giudici del primo grado, che si sono espressi nel 2016 e che da allora non sono stati mai né smentiti né suffragati: l’Appello non è mai stato celebrato, né lo sarà nel corso della vita lavorativa di questo giudice per il quale la pensione scatterà a giugno. Colpa dei tempi biblici della giustizia italiana, che così si è ritrovata a dover riammettere nei propri ranghi Franco Angelo Maria De Bernardi che, secondo quella stessa giustizia e secondo quanto rivendicato da lui stesso, non poteva rimanere sospeso sine die, in attesa dei successivi gradi di giudizio.

Il processo ha tempi troppo lunghi, la sospensione decade

De Bernardi è stato arrestato nel 2013, quando era in forze al Tar del Lazio, con l’accusa di essersi messo d’accordo con uno studio legale per facilitare i procedimenti: i clienti di quello studio, secondo l’accusa, avrebbero ricevuto un trattamento agevolato presso il tribunale amministrativo. L’avvocatessa coinvolta nell’inchiesta patteggiò 3 anni e mezzo. Per De Bernardi tre anni dopo l’arresto è arrivata la sentenza di condanna. In quel periodo il giudice, la cui storia è riferita dal Corriere della Sera, è rimasto sospeso, prima in via cautelare e poi in via facoltativa. Infine, dopo la condanna, è scattata la sospensione automatica. Ma, trattandosi appunto di primo grado, quindi di condanna non definitiva, neanche la sospensione può essere definitiva. E, alla fine, il Csm amministrativo si è dovuto organizzare per ricollocare De Bernardi, individuando nella Valle d’Aosta la sede in cui piazzarlo, dopo che il Tar Piemonte si era opposto parlando di «rischio di menomazione al prestigio, oggettivamente derivante dalla pendenza di un processo per reati gravi connessi all’esercizio delle funzioni giurisdizionali».

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