Duello Roma-Parigi: Di Maio e Salvini si muovono come due elefanti in una cristalleria

sabato 9 febbraio 13:55 - di Gloria Sabatini

Una figuraccia dietro l’altra, di scivolone in scivolone prestando il fianco alle interpretazioni più fantozziane. La faccia feroce contro Parigi del governo italiano, iniziativa sacrosanta davanti alla reiterata prepotenza verbale e non solo di monsieur Macron, per come è stata espressa rischia di diventare un boomerang. È credibile rischiare l’incidente diplomatico con la Francia per un vicempremier (Di Maio) che, per motivi di bottega, incontra i “peggiori” nemici del fragile presidente parigino, quei gilet gialli (e neanche i capi) che da mesi tallonano l’Eliseo? Inevitabile che l’isterico ragazzo che sogna la Grandeur, che si sente Napoleone  e invece perde consensi a ogni ora, si inalberasse e rispondesse con la più scontata delle reazioni.

Roma-Parigi: storia in un duello annunciato

Il ritiro dell’ambasciatore francese da Roma, non accadeva dal 1940, è stato comunuque un gesto forte («simbolico» dirà poche ore dopo il presidente francese nel suo eterno vacillare) che non porterà al conflitto ma che rappresenta un’ulteriore accelerazione del braccio di ferro tra Roma e Parigi. Una sfida necessaria all’Italia per uscire dalla subalternità (e i troppi regali anche economici fatti ai cugini d’Oltralpe dai governi precedenti) ma che soltanto un esecutivo forte, competente e capace di gestire in modo non istintivo le relazioni internazionale può sperare di vincere. Le rivelazioni imbarazzanti dei capi dei Gilet gialli sull’incontro con Di Maio (casus belli), il benservito a Salvini del ministro dell’Interno francese, Christophe Castaner, che si rifiuta di incontrare il suo omologo (perché il premier italiano è  Conte e non il leader leghista) danno la rappresentazione plastica di un esecutivo più inesperto e dilettantesco nelle relazioni estere. L’irruento “capitano” Matteo e il secchione Di Maio a Parigi si muovono come due pachidermi dentro una cristalleria: il rischio di mandare tutto in frantumi è dietro l’angolo. Illuminante, non sempre succede, la riflessione di Silvio Berlusconi che di cose francesi se ne intende avendo dovuto fronteggiare Sarkozy, che con tutti i sui immensi, non è paragonabile all’inconsistente Macron, non a caso soprannomimato Micron.

Berlusconi: comprensibile la reazione francese

«Sarebbe ridicolo voler far pagare a Macron gli errori di Sarkozy. Non vorrei essere frainteso, le posizioni politiche di Macron sono molto diverse dalle mie, rappresenta una sinistra tecnocratica che è lontana dalle mie idee liberali – dice il Cavaliere intervistato dal Giornale – però noi non potremo mai essere dalla parte di chi va con i gilet gialli nelle strade delle città francesi a distruggere le auto, a saccheggiare i negozi, a gettare bottiglie molotov alla polizia, ad assalire gli edifici pubblici. Non siamo sempre dalla parte dello Stato, non della sovversione violenta». Dietro la lezione di bon ton dell’ex premier c’è la rampognata all’inesperto (e pericoloso) Di Maio: «Se da vicepremier appoggia questi personaggi e questi comportamenti la reazione francese è del tutto comprensibile. Con la Francia abbiamo diversi punti di disaccordo, dalla gestione dell’immigrazione all’ospitalità concessa a pluricondannati italiani. Però è ridicolo e pericoloso pensare di risolverli con una prova di forza che ci isola ancora di più in Europa e dalla quale abbiamo tutto da perdere».

Quando Macron amava l’Italia

Insomma se guerra deve essere,  Macron se la meriterebbe, non può essere per una bravata barricadera di Gigino. Ben altre sono le ragioni che dovrebbero spingere l’Italia a dare una lezione alla Francia che si offende per le presunte ingerenze italiane ma si permette di definire l’Italia “cinica” e “irresponsabile” ma che ben accettava le interferenze italiane quando il Pd incoronava Macron campione della sinistra europea. Macron: che si preoccupa per le critiche di Mattarella contro le repressioni popolari non capendo che si riferiva a Maduro e non ai poliziotti francesi. Che porta sulle spalle la guerra civile in Libia causata dal suo predecessore, che si illude di essere De Gaulle, sventolando l’intesa di Aquisgrana come un successo epocale, mentre i suo concittadini gli voltano le spalle. Se Parigi ha scelto l’Italia per la sua “espansione” economica pensando di aver davanti un avversario debole, Palazzo Chigi fa bene a fargli cambiare idea. Ma con la grinta di un leone e la furbizia di una volpe non come un elefante davanti a una vetrina di cristalli di Boemia.

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