Bologna, si apre una breccia nel muro di silenzio che avvolge la “pista palestinese”

giovedì 7 febbraio 19:07 - di Massimiliano Mazzanti

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione familiari delle vittime del 2 agosto, ex-parlamentare del Pd, ha accolto con immenso fastidio la notizia della riesumazione dei resti di Maria Fresu: “Non so che utilità possa mai avere. Siccome su quella salma c’è l’ipotesi ispirata dal libro del giudice Priore ovvero che lì non c’è nessuno sepolto, che il cadavere non si è mai trovato, non vorrei che ne venissero fuori delle congetture che inquinino l’acqua del processo. Non so, speriamo che serva per quello che riguarda sia le analisi esplosivistiche che altre analisi che vogliono fare”. Atteggiamento alquanto inquietante, questo di Bolognesi: come si potrebbe mai definire “congettura” l’ipotesi avanzata da Rosario Priore se il lembo facciale rimasto di Maria Fresu non risultasse appartenente alla stessa?

Non solo: come potrebbe il presidente dei familiari delle vittime – se quell’ipotesi fosse confermata – non interrogarsi sul fatto che, evidentemente, all’epoca, qualcuno avrebbe “inquinato” la scena del delitto, facendo scomparire il corpo di una delle vittime? A che pro? Con quali intenzioni? Bolognesi si preoccupa, piuttosto, del fatto che qualcuno non “inquini l’acqua del processo”: comprensibile, ma, forse, a tal proposito dovrebbe chiarirsi un po’ meglio con gli avvocati di fiducia della sua associazione. Non è stato Andrea Speranzoni, il capo fila delle parti civili, a condurre l’esame di Mauro Ansaldi, un “suo” testimone, per oltre un’ora, basandosi su un verbale senza alcuna firma e disconosciuto dal teste in aula? Non è stato lo stesso avvocato Speranzoni, proprio nell’ultima seduta, a interrogare insistentemente Gilberto Cavallini sui “3.500.000 di franchi svizzeri”, sottoponendogli una fotocopia di un suo vecchio appunto, facendo finta di non accorgersi che su quel foglio c’era scritto “3.500.000 in franchi svizzeri”, ipotizzando che nel 1980 l’imputato avesse la disponibilità di due milioni di dollari, quando invece si trattava di poco più di un migliaio?

Ancora: sono state o no le parti civili a introdurre il fantomatico tema dell’attentato al giudice Giancarlo Stiz, per il quale si è ascoltata persino la testimonianza del presidente aggiunto della Cassazione, Domenico Carcano, costretto a una figura imbarazzante in aula? È normale, per Bolognesi, che un altissimo magistrato – chiamato a ricordare se Valerio Fioravanti avesse o meno minacciato Stiz -, invece di limitarsi a un umanissimo non ricordo, dica in un’aula di tribunale di rammentare “grida”, di non ricordare il contenuto di queste “grida”, ma di aver avuto la sensazione che il tono di quelle “grida” fosse stato vissuto come minaccioso, senza poi spiegare – dopo aver detto che sarebbe dovuto certamente succedere – come mai a quelle grida minacciose non avrebbe fatto seguito alcun procedimento per minacce contro l’ex-terrorista? Anzi, Carcano ha avanzato, come timida spiegazione, che a Treviso i processi si verbalizzavano ancora a mano e che forse il tutto era sfuggito dalla penna dei segretari… Se c’era bisogno di una prova, circa il fatto che quelle minacce a Stiz di cui parla Gianni Barbacetto sono una pura invenzione giornalistica, l’ha fornita proprio il giudice Carcano, dal quale si sperava di averne la conferma definitiva.

Per non parlare del goffo tentativo d’introdurre nel processo per la strage il tema del delitto di PierSanti Mattarella, già definito intangibilmente da tre gradi di giudizio del Tribunale di Palermo? Non sono proprio questi, a cui si potrebbero aggiungere anche altri episodi, fatti e circostanze che “inquinano le acque del processo”? Non sono le “bizzarrie logico-giudiche” – il giudizio è della Procura della Repubblica che pur conduce l’accusa contro Cavallini – si cui insistono le parti civili a rendere poco credibile tutto ciò che sta accadendo a Bologna? Perché mai, allora, tanta prevenzione da parte di Bolognesi verso un esame che, quale che sia il risultato, sarà per lo meno certificato dal metodo scientifico propriamente detto? Scienza che, per altro, sostiene che la teoria della “secrezione paradossa”, in base alla quale i resti mortali trovati alla stazione – e che certamente non appartengono a nessun’altra delle donne rimaste uccise il 2 agosto 1980 – furono attribuiti alla Fresu è solo una patente sciocchezza. Certo, dal suo punto di vista, Bolognesi un motivo d’irritazione ce l’ha, adesso: questa decisione della Corte d’Assise che processa Cavallini, infatti, un risultato l’ha già determinato, ispirando un commento – il primo, finalmente! – sul più diffuso quotidiano bolognese, secondo il quale non si capisce, a questo punto, perché si insista a non aprire una vera e propria indagine su Carlos, Thomas Kram e la pista palestinese. Allineato fino a ieri agli altri giornali, il “Resto del Carlino” ha aperto una breccia, nel muro di silenzio che avvolge questa teoria che pare suffragata da una montagna d’indizi. Insomma, più che essere alle battute finali, sembra che a Bologna il processo per la strage si stia aprendo.

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