Il Dante segreto. Le letture esoteriche da Kirkup a Guénon, passando per Mussolini

giovedì 10 gennaio 15:33 - di Annalisa Terranova

Una mattina d’ottobre del 1840 Seymour Kirkup, artista visionario  e occultista, si presentò a al Palazzo del Bargello a Firenze – dove viveva – per prendere visione del ritratto di Dante dipinto da Giotto e ne fece una copia. E’ da qui, dalla figura ritrovata di questo “Apollo con le fattezze di Dante”, che parte l’excursus di Pier Luigi Vercesi sulle interpretazioni esoteriche della Commedia (Il naso di Dante, Neri Pozza, pp. 172, euro 13,50). Proprio quel ritratto, che ci mostra un Dante giovane e insolito, luminoso e non disilluso, privo dell’espressione accigliata del Dante anziano ed esule che ci è più familiare, diviene in qualche modo l’emblema delle interpretazioni poco conosciute e poco “canoniche” dell’opera dell’Alighieri, esegesi che puntano su simboli e tradizioni misteriche.

Una società segreta di Ghibellini

Kirkup era amico di Gabriele Rossetti, poeta e patriota esule in Inghilterra, il quale pensava che Dante fosse membro di una società segreta di ghibellini i cui accoliti comunicavano tra loro attraverso un linguaggio segreto. La sua idea era che nella Commedia ogni concetto fosse simbolo di qualcos’altro: Amor per Impero, così come Dio e Madonna, Cielo per scienza, Morte per guelfismo ecc. Un linguaggio arcano che Rossetti ricavava dall’opera trecentesca di Francesco da Berberino, Fedele d’Amore e templare. Il figlio, Dante Gabriel Rossetti, fu tra i principali animatori della confraternita dei Prefaraffaelliti ed era a sua volta convinto che Dante fosse un iniziato il quale condivideva con pochi eletti i misteri della “vita nuova”. Per questo era osteggiato dalla Chiesa, fucina di ogni vizio finché non fosse avvenuta la restaurazione spirituale ad opera del Veltro. Le sue teorie vennero riprese da Eugène Aroux nel libro Dante eretico, rivoluzionario e socialista, che secondo il figlio di Rossetti era stato interamente copiato da un manoscritto del padre.

Dante templare secondo Guénon

Il filosofo Denis de Rougemont, nel suo L’Amore e l’Occidente(1939)  a sua volta vide in Dante uno degli ultimi rappresentanti di una concezione dell’amore che legava le canzoni dei trovatori alla visione spirituale del mondo che era propria dei Catari. Tale tradizione si esprimeva nella ricerca di un “Graal fatto di conoscenza e avventura insieme”. Più o meno nello stesso periodo, cioè nella prima metà del Novecento, anche René Guénon, studioso delle tradizioni esoteriche, si occupava di Dante e ne scriveva come di un ultimo cavaliere Templare cui “spettò di comporre il testamento di un Medioevo agonizzante” per rivelare a chi era in grado di capire “come sarebbe stato il mondo occidentale se non avesse rotto i suoi legami con la propria tradizione”.

Lo scrittore ed esule russo Demetrio Merezkovskij ritenne di essere in grado di comprendere il quarto senso (quello superiore) dei versi della Commedia e si fece ricevere da Mussolini a Palazzo Venezia per sottoporgli alcuni quesiti sull’opera compiuta dal fascismo e la sua somiglianza con gli auspici dell’Alighieri. Una conversazione durante la quale Mussolini si sarebbe ritratto, affermando che era impossibile paragonarlo a Dante. Nel 1922, infine, l’allievo di Pascoli Luigi Valli si preoccupò di recuperare Dante alla Chiesa, facendone l’aedo della romanità e del cattolicesimo purificato rappresentati della Croce e dall’Aquila nella Commedia.

Il libro di Vercesi, scorrevole, colto e rivolto a un pubblico vario e non necessariamente composto di eruditi, ha il merito di inserire a pieno titolo tra gli studi danteschi anche le opere dei cosiddetti “adepti del velame”, provocati più volte dallo stesso Poeta che nella Commedia inserì a più riprese “li versi strani” destinati a generare tanti rivoli interpretativi.

 

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